Il grande silenzio

Tiziano Scarpa



L’abito fa il monaco, ma fa soprattutto il silenzio. Bisogna vestire in un certo modo per passare il tempo silenziosamente. Il monaco porta il suo abito, come a un’arma si mette il silenziatore.

Qual è la divisa da silenzio? Altri abiti con cui si tace: soldato di guardia, maître che serve in tavola, netturbino…

I monaci adottano innumerevoli precetti, posture, vestimenti peculiari per ottenere lo scopo di stare zitti tutto il tempo. Il silenzio è una cerimonia.

Seduti silenziosamente nella sala semibuia, noi spettatori restiamo a guardare il monaco inginocchiato nella sua cella, e sappiamo per certo che la testa che emerge da quel fagotto di stoffa candida non è silenziosa, è percorsa da innumerevoli – forse tempestosi – pensieri.

La macchina da presa inquadra spesso la sommità del cielo, il suo cocuzzolo. Noi tendiamo a considerare il cielo paesaggisticamente, nel suo rapporto con l’orizzonte. Anche quando solleviamo lo sguardo, di solito arriviamo a tre quarti della sua altezza: ci limitiamo a lambire il circolo polare artico della calotta celeste. Guardiamo il cielo obliquamente. Di rado innalziamo un’occhiata verticale.

Mentre tutto il resto del cenobio è assorto in un’altra dimensione temporale, il monaco che suona le campane per chiamare alla preghiera comunitaria è costretto a mettersi in rapporto con l’ora, con i minuti: con il tempo cronico. Anche noi, nella vita, siamo sempre in rapporto con l’orologio: il nostro tempo si è cronicizzato. In noi il tempo è una malattia cronica.

Sul tavolino, il monaco appoggia il libro di lettura su un altro libro più grande, un dizionario aperto. Il linguaggio come sfondo e supporto, il linguaggio come leggio.

Al pari dei monaci, anche questo film non parla, non suona, solo occasionalmente fa qualche rumore. Questo film pensa. Gli spettatori guardano il film e pensano, ma per una volta non sono soli a farlo.

In primo piano c’è quella che di solito tende a starsene sullo sfondo, dissimulata. La colonna sonora, nel cinema, è un trucco: rafforza gli effetti, sottolinea, enfatizza, possibilmente senza dare troppo nell’orecchio. Qui invece è ingombrante, si piazza in primo piano, ma come manchevolezza, come deserto. Il deserto del suono.

Il vecchio monaco sarto sposta la stoffa sul tavolo, si sentono fruscii, tonfi. Un altro monaco anziano, il cuciniere, taglia la verdura: il coltello che cala a ripetizione sulle nervature del sedano produce uno strano ritmo zigrinato. Il rumore è emesso dalle cose come prova della loro esistenza. L’esistenza di Dio è assodata, mentre il mondo è chiamato a fornire continuamente la prova di esistere. I rumori sono la prova dell’esistenza del mondo.

Il primo rumore emesso dal corpo di un monaco, dopo diciotto minuti di film, è un colpo di tosse.

Una delle scritte proiettate fra una sequenza e l’altra dice: "Chi non rinuncia a tutti i suoi beni e non mi segue, non può essere mio discepolo." I monaci hanno rinunciato anche al bene della loro parola individuale, dunque. Ma la parola è un bene, una proprietà?

I monaci cantano seguendo i neumi gregoriani. La notazione musicale è il binario della voce, una strada segnata.

Il rosario recitato silenziosamente, col pensiero. La preghiera come metodo per disfarsi di sé stessi.

"Chi non rinuncia a tutti i suoi beni e non mi segue, non può essere mio discepolo." Rinunciare anche a sé stessi, dunque. Ma sé stessi è un bene?

Come si trasmettono le istruzioni per vivere qui dentro? A gesti, con l’esempio, per imitazione?

Anche durante la prova degli abiti nessuno dice niente. Il nuovo arrivato si infila la tunica e la cappa, il monaco sarto prende le misure senza far motto.

Le procedure di accoglienza dei due novizi. Non sappiamo nulla di cosa facevano prima, qual è la loro storia, che rincorsa hanno preso per arrivare qui.

Che cosa porta un uomo ad arrendersi così?

"… vi guiderà nel santuario interiore della vostra anima dove vi rivelerà la sua Presenza…"

Il rito di accoglienza. "Che cosa chiedete?" "Misericordia!" e i due giovani in tunica nera si gettano a terra. "Chiediamo di essere accolti in questa comunità…" Il dialogo fra il priore e i due nuovi arrivati, alla presenza di tutti i monaci, è un copione. Nessuno esprime richieste individuali: si pronunciano formule rituali. La singolarità è già alle spalle, disciolta, superata.

Ascolto del silenzio, ascolto dei propri bisogni corporali (fame, sete, bisogno di svuotarsi, sonno). L’essere umano è cardiaco: si riempie e si svuota, si accende e si spegne.

Mangiano da soli. Leggono anche mentre masticano, con il libro aperto davanti al piatto, appoggiato verticalmente alla finestra della cella. Per spiritualizzare l’atto animalesco di nutrirsi? Per distrarre con la lettura la mente dal gusto del cibo – o, al contrario, per condire con il cibo la parola di Dio? Per insaporirla?

Un monaco chiama i gatti per dargli da mangiare. Sono gli unici esseri a cui rivolge la parola.

Desertificare la vita.

Dopo il campanaro, ecco un’altra figura paradossale nel cenobio. Il frate economo ha a che fare con fatture, estratti-conto, tiene la contabilità al computer. La sua scrivania è ingombra di ricevute, conti, pile di cartelline. È costretto a mantenere un contatto con il mondo attraverso la porta di comunicazione del denaro. Sommo sacrificio, essersi chiusi dentro un convento per dimenticare il mondo, e avere a che fare con fornitori, scadenze, soldi!

Ma forse è il contrario. Nel convento è proprio il mondo a spiccare di più, a stagliarsi. Un raggio di sole sull’angolo del tavolo, il pulviscolo sospeso nell’aria, i fiocchi di neve visti dal basso che atterrano a piè pari, gli orli delle foglie di ortica, i boschi schiacciati dal vento, le montagne di roccia spezzata: tutto riacquista sostanza, presenza, peso. Tutto ridiventa evento. Materialismo del creato, estetizzazione, riconquista della concretezza attraverso la spiritualizzazione sistematica di ogni dettaglio, minuscolo o immenso che sia.

Ogni gesto, ogni azione è seguita dalla cinepresa dall’inizio alla fine. Non è semplicemente menzionata come farebbe un film qualunque, un racconto cinematografico di finzione ma anche un documentario. Caratteristica dei film d’azione è accennare all’azione quel tanto che basta per farla figurare funzionalmente nel racconto: i personaggi passeggiano, bevono un caffè, viaggiano in treno per pochi secondi. Il film d’azione nomina appena l’azione, la mostra per disfarsene. Il suo lavoro è sbarazzarsi del mondo, deporre l’esperienza. Qui invece l’azione è seguita per filo e per segno, finché si esaurisce e svanisce: è così lunga e dettagliata che si finisce per perderne il senso. Si capisce prestissimo che quel frate sta suonando le campane, ma seguirlo per tre minuti di seguito, fino a che riattacca la corda al gancio, ci colloca oltre il significato immediato del gesto di suonare le campane, spezzetta ogni movimento muscolare in una procedura che sta al di là, o al di qua, dello scopo di suonare le campane, pur continuando a coincidere perfettamente con una serie di gesti che hanno come scopo il suonare le campane.

Uno spettatore fa lo spiritoso, a un certo punto sibila: "ssshhh!".

"Ecco il silenzio: lasciare che il Signore pronunci in noi una parola uguale a lui."

La disciplina che ci viene richiesta normalmente come spettatori non è molto diversa. Anche noi dobbiamo sgomberare, fare un enorme spazio interiore per accogliere l’immensa quantità di parole della nostra epoca.

Confrontare la veglia di meditazione dei monaci nella chiesa immersa nell’oscurità con le mie nottate passate a seguire le regate di Luna Rossa. Quella volta che i giornalisti erano in sciopero e non c’era telecronaca, nel video si vedeva il mare, i due scafi, i marinai indaffarati, si sentiva il rumore dell’acqua, qualche richiamo.

La macchina da presa fa il ritratto dei monaci: inquadrati ciascuno in primissimo piano, per una decina di secondi. Il corpo è infagottato. Il monaco è una testa. Come accoglieranno nel loro tempio interiore, come spiritualizzeranno questi uomini una carie, una polluzione notturna, una colica intestinale?

Il piatto di frutta sulla tavola del monaco. Natura morta. I bollini colorati sull’arancia e sulla pera sono l’equivalente della macchia sulla mela bacata di Caravaggio.

In una meditazione collettiva i monaci sono riuniti ad ascoltare una lettura. Una pagina del trattato di san Basilio sullo Spirito Santo è salmodiata ad alta voce su una nota sola, sempre la stessa per tutte le sillabe del testo, per sottrarre il monaco che legge all’interpretazione individuale. Non-canta, iper-canta: appende la voce a una nota unica, appiattendo le parole e allo stesso tempo innalzandole tutte allo stesso livello, senza chiaroscuri: sono tutte in luce. Nel nostro mondo i poeti che leggono ad alta voce, i congressisti, i politici nei comizi, i giornalisti televisivi, gli attori sono chiamati a escogitare uno stile personale anche quando danno voce a un testo scritto. La dizione differenziale, il modo caratteristico di porgere frasi fatte, ti amo, voglio morire, vaffanculo, che bello: quel tantino di originalità con cui le si pronuncia produce l’io. Non dover inventarsi uno stile, ma adottarne uno già pronto. Essere sollevati dall’incarico dell’io.

Fiori e alberi sono brevetti di Dio.

Una volta alla settimana i monaci possono mangiare insieme in refettorio e uscire sui monti a fare una passeggiata. Questa volta discutono sul gesto del lavarsi le mani prima di una certa liturgia. "Tutta la nostra vita in comune, la nostra liturgia sono segni. Se aboliamo i segni, crollano le mura della casa."

Solo una passeggiata una volta alla settimana e una chiacchierata. Nessun patteggiamento. Nessuna valvola di sfogo. Niente diversioni. Si punta dritti all’Assoluto.

Dopo 87 minuti di film qualcuno comincia a guardare l’orologio per calcolare quanto manca alla fine.

Il monaco scrive su un quaderno a righe: "el hombre puede tener dominio perfecto de su alma". Usa una penna a biro, riesce a lambire con precisione le righe del quaderno, ogni lettera ha la stessa grandezza, la punta della penna inquadrata da vicinissimo si muove armoniosamente, l’inchiostro esce con fluidità, la pressione sulla carta è uniforme, i tratti sono arrotondati, le traiettorie esattissime: sembra un pennino manovrato da una macchina morbida. La calligrafia come dominio dell’anima. Ma è sbalorditivo che il monaco, più che la sua anima, riesca a dominare una penna a biro.

Anch’io sto scrivendo su un quaderno a righe, con la penna a biro, nella sala semibuia. Si sente il rumore del proiettore cinematografico.

Loro distesi a terra di notte, come stramazzati, collassati al suolo, negli strettissimi corridoi del coro, dentro la chiesa spoglia, prostrati, a meditare. Noi seduti nella sala semibuia, a meditare la loro meditazione.

Ogni forma di vita è una follia.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica a voce il 18 aprile 2006