Io confidenziale

Giorgio Falco



Oggi resto a casa, sicuro, mi proteggo, io non esco, consegno solo un pezzo di me stesso, sono più confidenziale, lavoro in mutande, accendo il computer aziendale, la stampante aziendale, il fax aziendale, digito il codice segreto aziendale, l’identificativo aziendale sono un io in mutande, dentro, al sicuro finalmente, due volte dentro, in cucina e nello schermo, niente open space con i colleghi, niente occhi che sognano gli orifizi degli orefici, niente orecchie feroci aggrappate alle sillabe accennate.

Oggi resto a casa, preferisco il telelavoro, il controllo a distanza, meglio, molto meglio il computer aziendale totem nella stanza, apro il programma che sancisce l’esistenza, la mia, dei clienti, l’insolvenza nelle rate, l’attitudine all’assenza, il passaggio delicato o transumanza, gli ospedali sono pieni di bollettini postali, è così che ripagate la fiducia della merce?

Fate attenzione, io divento noi che vi controlla, un noi condiviso e ripartito, un noi irresponsabile, un noi inqualificabile, vi diciamo, tranquilli, i soldi ci sono, ve li diamo noi nebulizzati, vi mandiamo in vacanza senza anticipo, pagate dopo, col segno della croce e del costume.

Oggi resto a casa, sicuro, mando una raccomandata all’amministratore, mi chiudo dentro con tre giri di coltello e aspetto la rapina quotidiana, l’orchestrato pandemonio, i reati inopinati contro il patrimonio, l’evolversi studiato dei fenomeni criminali, non divoro il treno dei sedili regionali dimagriti o peggio i piedi nello spazio da risata, tra un vagone e l’altro, la testa buttata all’indietro, i segni da risparmio unto, la maniglia dei freni conficcata nel cervello lombardo d’emergenza, pigiati a gareggiare sorridendo centravanti, belle fighe, la do dentro per il nuovo turbodiesel rateale.

Oggi resto a casa, sicuro, mica penso di ammazzarmi, di cremarmi nel segreto solare dell’urna celeste, non voglio morire, non voglio morire in questa casa, non voglio nemmeno traslocare, consegnare la provvigione all’agente immobiliare, la cravatta grossa, il bavaglio a pois, crede nel futuro al pomodoro, dichiara mezza provvigione, il resto in nero, più libertà e meno Stato, meno Stato e più libertà, i becchini non riescono a girare la bara, la inclinano, mah, anche a sollevarla, niente, le scale soffocanti e strette come un tricolore, io cadavere mi impenno, colano succhi dalla bocca, la testa inutile s’incaglia, imprigionata nel soffitto, speculazione eterna del geometra, come andiamo, teamleader? No, non sono pronto, non siamo ancora pronti, occorre uscire, in casa cala la competitività individuale, vige l’abbrutimento vergognoso delle ciabatte, il team lavorativo è l’obiettivo sfidante, la famiglia come team tradizionale, noi, lo Stato, noi, l’azienda garantisce uno standard di sicurezza, di affidabilità, di professionalità, di controllo, di fiducia, il termostato azzurrino segna senza spinta russa il diciotto democratico stremato, è primavera.

Oggi esco, sicuro, mi rivesto e adesso esco, anche se sono stanco di rappresentare il mio corpo intrappolato nell’utilitaria da undicimila euro, la producono in Italia tutta, finisco di pagarla al termine del prossimo mandato, cinque anni sono niente nella storia incolonnata dell’umanità, un leggero indebitamento con tasso che scende fino a zero ma non arriva esattamente a zero, il tasso all’uno virgola novantacinque, prima dello zero, dodici mesi di felicità, non dobbiamo temere di essere felici con la media del tre virgola diciotto nonostante l’aumento del costo del denaro, buongiorno radioascoltatori, come va? Invecchiate nel tagliando dell’assicurazione? Davanti a voi, l’alba dell’abs, il sole provvisorio dei cruscotti, è primavera, trentadue chilometri per andare a lavorare in bicicletta, la morte dei dollari affogati nei barili.

Oggi esco, sicuro, mi rivesto e adesso esco, pedalo nel rumore che preannuncia il caldo spostamento, l’eolica erosione, rabbiosa è l’aria laterale, rimpiange l’ordine ideale della quinta incolonnata sui novanta, gli applausi registrati dei gerani, scala il rumore, ruota l’asse della Terra e si finisce sottoterra, immaginare l’impatto a ogni passaggio, la spinta propulsiva del cofano metallizzato.

Oggi esco, sicuro, i ricci spingono i nasi affamati sull’asfalto a caccia degli insetti offerti dai parabrezza televisivi, dalle mascherine riconoscibili e famose, i ricci presi dalle ruote come topi e nutrie obese, gatti attraversano per capire l’altra parte, rotolano i corpi cinquanta metri avanti, il cielo cappottato, condonato, scagionato.

Oggi esco, sicuro, i cadaveri negano la gioia del sorpasso, impongono il bianco continuato, perfino raddoppiato, a monito, i cadaveri indicano la riga bianca tratteggiata, possibile frammento di una nuova vita, io vi voglio bene a nome di noi tutti, clienti di qualcosa.

Pubblicato su “Carta”, allegato mensile di aprile 2006, n.4








pubblicato da t.scarpa nella rubrica racconti il 13 aprile 2006