Quando il giornalismo si autocensura

André Schiffrin



Come è potuto succedere che i grandi media americani, dal "New York Times" alle maggiori catene televisive, abbiano appoggiato la guerra di Bush in Irak nei primi due anni? Che nessuna voce critica abbia osato mettere in discussione le menzogne del governo? Un fatto senza precedenti nel giornalismo americano. Andrè Schiffrin, in un capitolo del suo ultimo libro, Il controllo della parola (Bollati Boringhieri), ne spiega le ragioni e i meccanismi economici.

L’Iraq e i media americani

L’esempio di Clear Channel è diventato famoso negli Stati Uniti, ma si può facilmente capire che un’impresa molto ricca, molto redditizia, su posizioni di estrema destra e molto vicina al presidente americano abbia potuto ritenere lecito oltrepassare le regole della FCC [Federal Communications Commission] per appoggiare a fondo la guerra di Bush. Molto più difficile è però spiegare come i grandi media americani, dal "New York Times" al "Washington Post", fino alle principali catene televisive, abbiano potuto sostenere anch’essi senza riserve la guerra durante i primi due anni seguiti all’11 settembre 2001.

Certo, si trattò di un avvenimento talmente straordinario che per un certo periodo il paese ne fu scioccato. La stampa si schierò a fianco del presidente e della bandiera nazionale in un modo che ricordava le reazioni del tempo di Pearl Harbor. Il "New York Times" e altri quotidiani dedicarono centinaia di pagine alle vittime dell’attentato dell’11 settembre e ad Al-Qaeda, il nuovo nemico. Si parlò persino di pubblicare la fotografia di ciascuno dei 3 000 morti, e si può dire che il paese sia stato compatto nel sostenere il governo.

Ma l’amministrazione seppe manovrare alla perfezione per far durare questo sostegno dei media. Nel momento dell’attacco americano contro l’Afghanistan, Condoleeza Rice, consigliera di Bush per la sicurezza nazionale, incontrò nel più grande segreto i dirigenti delle catene televisive, fece sapere loro che l’amministrazione non voleva immagini di vittime civili ed essi accettarono senza eccezioni di autocensurarsi. Il Pentagono rammentava le lezioni della guerra del Vietnam e l’effetto prodotto sull’opinione pubblica dalle terribili immagini delle vittime civili. Anche il ricordo della manipolazione dell’informazione durante la guerra del Golfo era ancora vivo a Washington e se ne trasse l’ovvia conclusione che era possibile controllare la stampa e, per il suo tramite, l’opinione pubblica.

A quel tempo incontrai un giovane regista di documentari televisivi che aveva avuto la brillante idea di andare in Afghanistan con una ragazza che vi era nata ma era cresciuta a New York, nel popolare quartiere di Queens. Dato che la liberazione delle donne afghane era allora un tema fondamentale della propaganda americana, la rete televisiva CBS accettò di finanziare un film sull’argomento. Giunti nel villaggio natale della ragazza, i due giovani constatarono che il giorno prima un raid aereo americano aveva devastato la zona, bombardandola a tappeto e poi mitragliando i sopravvissuti che cercavano di fuggire. Una ventina di membri della famiglia della ragazza erano stati uccisi. Il regista capì che documentare quegli avvenimenti avrebbe costituito una testimonianza di eccezionale interesse e si mise a intervistare tutti quelli che poteva. Tornato a New York, presentò ai responsabili della catena televisiva lo straordinario reportage di cui andava fiero. " Devi essere pazzo - si sentì rispondere. - Non trasmetteremo mai qualcosa che possa nuocere alla politica estera del governo". Le altre reti risposero nello stesso modo e soltanto molto tempo dopo, una breve sequenza del documentario fu mostrata nel programma nazionale di Bill Moyers, l’unica coerente voce critica nei confronti della guerra che si sia udita nell’intero panorama televisivo statunitense.

Ancora oggi raramente vengono mostrate vittime civili della guerra in Iraq. Che io sappia, nessun media ha denunciato i bombardamenti aerei che colpiscono spesso assembramenti dovuti a matrimoni o ad altre innocue attività civili che una pattuglia terrestre potrebbe facilmente identificare. È stato anche il silenzio complice dei media che ha reso possibile la scelta di evitare a qualsiasi costo le perdite americane.

Ma la stampa è andata molto più in là nel suo appoggio alla guerra di Bush. Fatto senza precedenti nel giornalismo americano, il "New York Times" e il "Washington Post" hanno pubblicato il loro mea culpa per avere accettato le menzogne del governo a proposito dei motivi che hanno portato all’invasione dell’Iraq. Il "New York Times" in particolare aveva pubblicato in prima pagina una serie di articoli di Judith Miller che proponevano gli ambigui, traballanti rapporti del Pentagono sulle famose armi di distruzione di massa. Nessuno avanzò obiezioni sulla dubbia natura delle prove o sui cosiddetti esperti che le presentavano. Quando il principale giornalista investigativo del "Washington Post" espresse seri dubbi al riguardo, l’articolo fu confinato fra le notizie delle ultime pagine del giornale. Dopo di allora sono state pubblicate ampie analisi, in particolare una serie di articoli devastanti di Michael Massing sulla "New York Review of Books", e ora tutti convengono che in quell’occasione la stampa è venuta meno alle sue fondamentali responsabilità. E se i giornali più importanti e i giornalisti più autorevoli del paese avevano dato prova di totale acquiescenza, si può facilmente immaginare come abbiano reagito i piccoli giornali di provincia. Come avrebbero potuto, loro, mettere in discussione le affermazioni del governo, quando i principali organi di stampa del paese si guardavano bene dal farlo?

Le menzogne del governo andarono ben al di là della famigerata questione delle armi di distruzione di massa. Durante una famosa conferenza stampa (3 giugno 2003) Bush ripeté otto volte che vi erano evidenti collegamenti fra Saddam Hussein e gli attacchi dell’11 settembre 2001, collegamenti che, come ora sappiamo, non sono mai esistiti. Nessun giornalista ebbe il coraggio di porre a Bush delle domande su questo punto.

Il silenzio della stampa ha avuto un’influenza diretta sulle recenti elezioni presidenziali. Uno studio relativo ai sostenitori di Bush, svolto dall’università del Maryland dopo il voto, ha mostrato che il 72 per cento degli intervistati era ancora convinto che l’Iraq fosse stato in possesso di armi di distruzione di massa, e il 75 per cento riteneva che l’Iraq fornisse un aiuto importante ad Al Qaeda. Fatto ancora più strabiliante, il 66 per cento affermò che Bush era a favore della Corte di giustizia internazionale e il 72 per cento che era a favore del trattato per la messa al bando delle mine antiuomo. A questi elettori, che cercavano semplicemente di credere che Bush sostenesse tutto quello che vi era di buono, una stampa d’informazione degna di questo nome avrebbe potuto aprire gli occhi.

Si deve dare atto all’amministrazione di essere stata molto abile nel manovrare la stampa: la decisione di integrare (embed) i giornalisti nell’esercito americano li ha portati a condividerne i rischi e, quindi, anche i punti di vista. Washington chiarì in tutti i modi che avrebbe favorito quelli che sostenevano Bush: e infatti giornalisti come Bob Woodward - il vecchio eroe del Watergate divenuto autore di bestseller basati su informazioni confidenziali - beneficiarono di ore intere di interviste e conversazioni private, mentre chiunque avesse osato esprimere delle critiche venne tenuto in disparte. Poiché il successo dei servizi sulla politica di Washington dipende sempre più dall’accesso alle fonti di informazione, molti - troppi - giornalisti cedettero a questa tattica della carota e del bastone.

L’autocensura ha condizionato anche il settore dei libri. La nostra casa editrice, The New Press, dedicò una gran quantità di tempo e di energie alla pubblicazione di opere fortemente critiche nei confronti della politica interna e estera di Bush. Lo stesso fecero molti piccoli editori indipendenti. Ma durante il primo, cruciale periodo seguito all’inizio della guerra la stampa stese un velo di silenzio su questi libri. Il fatto interessante è che, nonostante questo blackout, le loro vendite andarono molto bene. Un piccolo volume di conversazioni con Chomsky successive all’11 settembre che ha venduto 300.000 copie, una cifra impressionante per questo genere di opere. Una grossa raccolta di scritti di Chomsky, Understanding Power, pubblicata dalla New Press, ha venduto circa 60.000 copie nei primi mesi dall’uscita. E’ evidente che si stavano sviluppando nuovi canali di informazione a proposito dei libri, specialmente tramite Internet. Il Web divenne una fonte essenziale per il giornalismo dissidente, grazie soprattutto alla circolazione di articoli pubblicati all’estero. Tutto ciò preparò il terreno per la formazione di nuove organizzazioni politiche come Move, il gruppo popolare di opposizione alla guerra che utilizzò Internet al meglio per sostenere l’opposizione a Bush.

Ma nonostante tutti questi vistosi risultati, i grandi gruppi editoriali non pubblicarono neppure un libro di opposizione durante questo primo periodo cruciale. Ovviamente non si trattava di una decisione commerciale: i piccoli editori avevano dimostrato che tali libri potevano contare su un ampio pubblico e, dopo tutto, metà paese aveva votato per Al Gore. Eppure ci vollero due anni perché i grandi editori si decidessero a pubblicare una serie di libri che si sono rapidamente affermati fra i bestseller. L’unica eccezione è costituita dal libro di Michael Moore, che attacava la politica di Bush prima ancora dell’11 settembre e che sarebbe dovuto uscire poco dopo quella data; il suo editore, HarperCollins del gruppo Murdoch, si rifiutò di far comparire un libro di critica in quel momento e ne tenne le copie in magazzino. Fu soltanto quando vide altri editori contattare Moore che HarperCollins si risolse a pubblicare quel libro, che divenne il bestseller numero uno non solo negli Stati Uniti ma anche in Gran Bretagna e in Germania.

Come si può spiegare l’ondata di autocensura che sommerse i media americani? I motivi erano evidentemente molti. Il primo fu il rigurgito di patriottismo successivo all’11 settembre e poi, al tempo dell’invasione dell’Iraq, il desiderio di sostenere " i nostri ragazzi ", che ha sempre caratterizzato l’inizio di qualsiasi guerra. Ma questo non spiega il rifiuto di indagare sulle tante affermazioni false del governo, né il silenzio sulla forte opposizione alla guerra, che si era manifestata sin dall’inizio negli Stati Uniti e all’estero. Si deve ammettere che il governo si è mostrato molto scaltro nell’uso delle minacce e delle manipolazioni; e quando la stampa ha cominciato a esprimere delle critiche, l’amministrazione Bush ha accentuato le sue pressioni. Sul "New York Times" del 17 ottobre 2004 l’esperto di media ha affermato senza mezzi termini che " la Casa Bianca mette in atto un’intimidazione preventiva dei media, che va di pari passo con la sua guerra preventiva [...] il presidente della FCC [Michael Powell] ha sottoposto a una tale pressione [il gruppo di media] Viacom che si è visto improvvisamente il suo presidente, il sedicente "democratico liberale" Sumner Redstone, annunciare il suo appoggio a Bush. "Io voto per qualsiasi cosa serva a Viacom", ha dichiarato Redstone".

Ma alcuni ritengono che anche altri fattori siano entrati in gioco. Come ho già detto, l’amministrazione Bush aveva preparato un programma di deregolamentazione che avrebbe procurato profitti aggiuntivi per miliardi di dollari ai principali media. Inoltre, per la prima volta, ai giornali sarebbe stato consentito acquistare delle stazioni televisive locali, e viceversa. Si potevano prevedere forti aumenti degli incassi dovuti alla pubblicità, nonché sostanziali riduzioni delle spese per il personale, in quanto i diversi media, una volta raggruppati, avrebbero potuto servirsi delle stesse redazioni. Il "New York Times" e altri grandi giornali hanno premuto sulla FCC perché la deregolamentazione passasse, anche se sulle proprie colonne si sono limitati a darne qualche vago cenno. Non era quello il momento di inimicarsi un governo particolarmente vendicativo. Nessun quotidiano menzionò questi elementi nel mea culpa, ma si può ragionevolmente pensare che essi abbiano giocato un ruolo nell’autocensura dei media.

(tratto da Andrè Schiffrin, Il controllo della parola. Editoria senza editori, la storia continua, Bollati Boringhieri, 2006)








pubblicato da c.benedetti nella rubrica giornalismo e verità il 12 aprile 2006