Nella battaglia del grano

Sparajurij



Nella battaglia del grano Quando jurij sente la parola “cultura” imbraccia il mitra, sempre e solo per difesa, a volte preventiva.

Se la sua monade nomade si stanzia in stanze poetiche e tatticamente coltiva il grano per sussistenza è perché la cultura è coltivare. È questa un’era di squilibri nella ripartizione del grano e delle sue versioni degenerate per i meno abbienti e consapevoli; dal grano, modificato per commercio deriva tutto il mercato e le sue merci.

E dunque dice jurij che scrivere oggi di cultura (letteratura poesia giornalismo cinema tv arte visiva teatro costume ecc…) significa dover resistere alla mercificazione e livellamento in basso del gusto, alla colonizzazione del pensiero unico imperiale liberal-calvinista, al dogmatismo e fanatismo religioso ed ideologico, al pregiudizio e all’ignoranza (spesso anche fra i pochi che leggono e scrivono e si leggono nella penisola che diede ben altro ed alto stile al mondo culturale).

Ora basta col superuomo del pensiero debole, necessita ottimismo della volontà. Il grigio diluvio postmoderno di quantità di stimoli ha soffocato la qualità perché più pericolosa, più rivoluzionaria, più armonica col cosmo. Tutto si eguaglia solo nel mistico, mentre invece oggi tutti si assuefanno a tutto e se ne vedono pochi di mistici in giro.

Per fare un esempio, jurij trova allarmante che un adolescente medio sia indotto dal mercato (televisivo ed espositivo dei book shops) a leggere comicità da villaggio turistico o confessioni di fornicanti vere o sognate (e per favore, signore e signori, un po’ di pudore! Vabbè che fa vendere, ma siamo al saturo) invece di leggere “la Roba” di Verga che forse risveglierebbe la critica del consumo e della mercificazione della vita.

Di esempi se ne potrebbero fare tanti, e se si accusa jurij di esser reazionario non si è capito che egli è uscito dalla linearità cristiano-progressista, e cerca particolari luminosi nell’oceano in tempesta del cognitivo.

E a jurij dà anche fastidio di non esser letto dall’adolescente medio, di questi tempi.

Ma l’editoria che pubblica le opere che tentano la sperimentazione (dunque l’evoluzione, la critica dell’esistente) è quella “piccola”, quella schiacciata dal Moloch della “grande”, quella umiliata dalla distribuzione. Perché non commerciabile, non digeribile dal lettore medio per temi e stili. Dunque gli inviti all’autocensura, alla leggibilità, al rispetto della dogmatica sensibilità cattolica. E gli inviti alla prudenza nello smascherare pregiudizi ideologici e nel riappropriarsi delle parole dandone nuovi sensi o riscoprendone i primitivi.

Ma jurij non ci sta. Non viene meno al suo voluto ruolo di scrittore, di poeta, di colui che fa. E rivendica l’assoluta libertà nello scrivere in lotta col linguaggio che lo, che ci, parla.

E rivendica il voler liberare le parole dal vampiro messaggio commerciale e l’impegno civile di far sentire il suo verbo, la sua voce.

Si sente jurij un operaio della parola, una parte viva del popolo e incarnazione di sue forze, epifania dell’intelligenza collettiva; da essa inspira e respira restituendo visioni. Vuole intervenire nel reale, modificarlo, e reagire al realismo provinciale ingabbiante che teme le diversità e ad un crepuscolo che non finisce mai.

E non si accontenta della diagnosi del degrado del tempo storico, di una posizione di difesa, ma passa all’attacco per costruire un’egemonia culturale fondata su e diffondente i tanti possibili mondi.

Vi è vuoto di vate in letteraria patria, vuoto d’esporsi eroico nel trasmettere possibilità di visione e cambiamento. Ed urgono poeti legislatori neo-soloni e prometeo-liberanti shelleyani, urge dantesco sdegno, urgono idee forti e discutibili (nel bene e nel male) come quelle di Marinetti sul ruolo del proletario d’intelletto e come quelle di Pasolini critico dello sviluppo (per fare esempi da conciliare).

Grazie al merda-detector d’eredità punk jurij saprà cogliere in tutti e tutto, l’utile oltre l’utilitarismo, e il bello.

È questa la battaglia di jurij per la cultura (non si fa distrarre dal lamento di Baricco), una battaglia urgente e inevitabile comunque vadano le elezioni d’aprile; una prima azione che jurij ritiene doverosa sarà comunque dare il voto al Partito della Rifondazione Comunista. Per evitare al paese un destino da dittatura sudamericana benedetta da Usa e Vaticano, e per contrastare il liberalismo tecnocratico continentale e finanziario. Perché il grano sia ben distribuito, e che sia grano buono, poiché per jurij è ancora una verità che si sia ciò che si mangia.

Sparajurij








pubblicato da t.scarpa nella rubrica libri il 7 aprile 2006