Anticipazione #4

Antonio Moresco



Quella di oggi non è una vera e propria anticipazione come le altre, perché il libro di cui parlerò (Edwin Mullhouse, di Steven Millhauser) è stato pubblicato in Italia quasi un anno fa, nel maggio del 2005, ed è uscito negli Stati Uniti addirittura nel 1972, senza che nessuno dei numerosi editori italiani specializzati in americani e americanini (tanto da far apparire la nostra editoria una struttura di supporto e una stamperia coloniale) abbia pensato finora di pubblicarlo. L’occasione per parlarne è la notizia della sua quattordicesima ristampa in soli undici mesi.

In questo romanzo, dietro la delicatezza, ricchezza, comicità e finezza, si nasconde qualcosa di corrosivo e di perturbante. Vi si racconta la vita di un geniale scrittore americano morto a soli 11 anni, che un anno prima di morire -a 10 anni- scrive un capolavoro. Il biografo è il suo migliore amico. L’apparente paradosso e l’eccezionale precocità dell’autore di cui si racconta la vita permettono di vedere, come nei rovesciamenti swiftiani, un gran numero di cose che sono sotto gli occhi di tutti e che pure non si riescono o non si vogliono vedere. Ne elenco alcune: l’elemento infantile che attraversa -ora positivamente ora tragicamente- la letteratura e la vita americana; la parlantina infantile divenuta lingua letteraria e autopubblicitaria americana e globale; l’infantilizzazione e il rimpicciolimento della vita presente nel "romanzo di formazione", americano e non; la figura "sociale" dello scrittore e del genio americano; la specializzazione "sociale" dello scrittore americano; il rovesciamento adulto-bambino, dove i bambini sembrano dei vecchietti e gli adulti dei bambini; lo scrittore americano adulto che è, allo stesso tempo e da tempo, un bambino; la vita separata da sé e mitizzata pubblicitariamente, dove nessun vero racconto è possibile (anche se continuano a crescere ipertroficamente i racconti), nessun vero ricordo è possibile (anche se continuano a crescere ipertroficamente i ricordi e tutto è condannato preventivamente al ricordo), ecc…

Trascrivo di seguito alcuni brani del libro:

"Nel tormento dell’aspettativa, mi succhiavo il pollice. Edwin dormiva -a quel tempo dormiva in continuazione- e quando la mamma varcò la soglia dell’ignota stanza buia che più avanti avrei imparato a conoscere così bene, la silenziosa eccitazione delle signore e l’oscurità improvvisa mi spaventarono, e sarei scoppiato in lacrime se non avessi temuto di incorrere in qualche strana, tenebrosa punizione. Edwin, dal canto suo, dormiva sodo nella culla di legno di fronte alla doppia finestra. Le veneziane verdi, più tardi sostituite da persiane, erano abbassate, anche se il sole ancora non le toccava, e quando la mamma si chinò sulla culla lanciando mugolii di entusiasmo, scorsi per la prima volta il futuro autore di Cartoons. Era disteso sotto un lenzuolino celeste sul cui bordo si alternavano mele rosse e pere gialle (…). Edwin giaceva assolutamente immobile. Sembrava morto di vecchiaia. Le nude braccia paffute erano posate sopra il lenzuolo e gli stavano ripiegate sul petto, con i gomiti sui fianchi e i pugnetti uniti sotto il mento. Sotto la frangetta di capelli il suo visetto da vecchio aveva un’espressione meditabonda. Adagiate come una cupola sopra le pupille addormentate, le palpebre prive di ciglia somigliavano ai ciechi occhi bianchi di una statua di marmo. Mentre lo guardavo, i pugnetti cominciarono a girarsi, rivelandosi pieni di dita grinzose; la testa si girò leggermente verso di noi; e lentamente, come in un sogno, le palpebre si schiusero su grandi iridi grigie (in seguito, profondamente castane). Edwin mi fissava diritto negli occhi. Dieci anni dopo, sedendo a parlare con lui fino a notte tarda per raccogliere il materiale per la sua biografia, gli chiesi (metà serio e metà per scherzo) se si ricordasse del nostro primo incontro, e lui ribatté (metà sul serio e metà per celia) che naturalmente se ne ricordava benissimo: "La vaga sensazione di qualcuno che chinandosi mi venisse troppo vicino". Sorrise, e io immediatamente mi ritrassi, e non riuscii mai a stabilire se avesse detto sul serio; ma riporto questo frammento di conversazione notturna a sostegno della possibilità molto reale che io fossi il primo ricordo di Edwin. A ogni modo, come stavo dicendo, Edwin schiuse le palpebre e mi guardò diritto negli occhi. Fosse la subitaneità della cosa, lo sconcerto di risvegliarsi nella sua nuova dimora, o semplicemente il primo dei suoi molti scherzi, fatto sta che le manine rugose cominciarono a dimenarsi sul polso, il liscio visetto si riempì di grinze, e fieramente, come se fosse nato in quello stesso istante, il futuro soggetto di queste pagine scoppiò in un pianto disperato."

"… Questo per dire che nei primi mesi usavamo un complicato sistema di rantoli, fusa, risatine, gorgoglii, stronfiamenti, schiocchi, sbuffi, rutti, singulti, latrati, nitriti, gloglottamenti, chiocciamenti, biascicamenti, strilli, gnaulii, mugolii, ronzii, uggiolii, cinguettii, grugniti, sibili, urla, ululati, raschiamenti e risatine, per non parlare di un grandissimo numero di versi finora mai classificati: gruppi, glurpi, fliffi, cloffi, striffi, bolpi, nisti, murfi, struffi, plippi e cirpi, solo per citarne alcuni, come pure qualche occasionale norpo, nuffo e stoppo. Il vocabolario preverbale di Edwin era impressionante e rimpiango amaramente di non aver potuto registrare i suoi primi esperimenti col linguaggio. Alcuni tuttavia me li ricordo, perché fin dall’inizio l’osservai con l’amorevole sollecitudine di un fratello maggiore e con la scrupolosa fascinazione di un biografo in erba. Posso affermare con sicurezza che dalle labbra di Edwin prima che egli avesse raggiunto l’età di tre mesi erano già uscite le seguenti espressioni:

aaaa (pianto)
nnnn (lamento)
kkkk (risatina)
gggg (risata)
ciuu (starnuto)
hp hp hp (singhiozzo)
feeeuuu (sbadiglio)
tatata (canto)
fsssss (sbavamento)
iiiii (strillo; canto)
bbbbb (imprecisato)

All’età di sei mesi (io avevo un anno e camminavo) Edwin aveva raggiunto combinazioni più elaborate:

kakuka
pshhh
dem dem dem
defff (una prima versione di Jeffrey?)
kiiii (accompagnato da un sorriso e un agitare di mani)
kafffk
diknnnnz
prprprpr
kalù
kalè
eeeeeiiiii (canto)

Alcune delle sue incursioni più andaci nel regno dei suoni vennero in seguito inibite dalle esigenze acustiche della civile convivenza. Non intendo tanto riferirmi ai suoi splendidi rutti e ai suoi peti di squisita fattura, quanto alle sue mirabolanti imprese salivari. Oh, quanto ambirei poter descrivere al lettore adulto le combinazioni mozzafiato di farfugliamento e sbavamento, gli spruzzi e gli schizzi, i gargarismi e i borborigmi – le cui imprese salivarie, intensificate da grondanti crescendo e sibilanti fortissimo, gorgoglianti glissando e gocciolanti pianissimo, zampillanti arpeggi e ruscellanti prestissimo, quei risucchi e quegli sbrodolamenti, quelle gocce e quelle stille, quegli sputacchianti spumeggianti scrosci di sputo e quegli sciacquettanti sciaguattamenti di salmodiante saliva. La lingua degli adulti, diceva sempre Edwin, è ridicolmente esclusiva."

"Edwin all’improvviso sorride, richiamando la mia attenzione; il suono balza dalla scatola a lui, mutandosi con quel sorriso da nnnnnnn a iiiiiii. L’iiiiiii si fa sempre più forte trasformandosi in un ridacchiante kkkkkk; tracce di saliva compaiono sul bordo delle labbra di Edwin, che chiude e rilassa i pugnetti. Sta accordando gli strumenti per una festa di suoni. Silenzio, come diceva sempre Edwin, per favore! Il ronzio ricomincia, accompagnato adesso da una sorta di sputacchiamento o spernacchiamento prodotto pizzicando il labbro inferiore con le dita (un giochetto che aveva imparato da me). Lo spernacchiamento prosegue senza interruzione su un mutevole sfondo di nnnnnnn, eeeeeee, iiiiiii fino a introdurre un nuovo tema, una serie di esplosioni sputacchianti prodotte dall’inserimento della lingua tra le labbra. Le esplosioni portano a una sonora serie di schiocchi, che rapidamente si trasformano in farfuglianti p; la saliva cola a fiotti, lucidandogli il mento, macchiandogli la maglietta. I suoni si fanno più liquidi abbassandosi bruscamente in un gorgoglio o gargarismo, s’innalzano improvvisamente in un altro sorridente iiiiiii variamente modulato: iiiiiiiIIIIIIIiiiiiiiIIIIIII. La voce si abbassa in un lungo, meditativo pshhhhhhhhhhhh. I pugnetti si contraggono e si rilassano, la maglietta è zuppa di saliva, Edwin alza gli occhi al soffitto e finalmente prorompe nel canto:

kiiiiiiiiiiiii eeeeeeeeeeee kiiiiiiiiiiiiiii eeeeeeeeeeeee kiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii kuuuuuuuuu eeeeeeeeeeee kuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuu

Non recheremo offesa all’acume del lettore spiegando che Edwin ha appena composto la sua prima poesia."

"Il difetto fatale di ogni biografia, a detta dei suoi detrattori, è la sua ineluttabile conformità alle leggi della narrativa d’invenzione. Ogni data, ogni episodio, ogni osservazione casuale porta il suo contributo a un intreccio complesso che lentamente e subdolamente monta verso uno scioglimento prevedibile: la celebrata impresa del protagonista. Tutti i particolari della vita del protagonista sono necessariamente connessi all’immagine centrale, che conferisce loro il bagliore di un interesse di cui in sé sarebbero privi (…). E prendendo a prestito un significato spurio dall’immagine centrale, i particolari di una biografia procedono verso di essa come se ogni parola fosse un dito puntato. ’La biografia è un gioco da ragazzi’ disse Edwin in una notte di canicola non molto tempo fa ’Non devi far altro che metterci tutto." Non sarà necessario ricordare al lettore la tradizionale slealtà del temperamento creativo (…) Non vale la pena, dunque, di rompersi la testa sulle sue inutili opinioni a proposito della natura fittizia della biografia. Ma colgo questa opportunità per chiedere a Edwin, ovunque egli sia: non è forse vero che il biografo svolge una funzione quasi altrettanto importante, o altrettanto importante, o addirittura di gran lunga più importante di quella dell’artista? Giacché l’artista crea l’opera d’arte, ma il biografo, per così dire, crea l’artista. Cioè a dire: senza di me, Edwin, potresti dire di esistere?"

Steven Millhauser, Edwin Mullhouse, Fanucci editore.








pubblicato da a.moresco nella rubrica libri il 4 aprile 2006