Prova di nudo

Benedetta Centovalli



Finalmente un bel romanzo sull’Italia delle scalate al potere con il suo carico d’ombra e di tragedia. Il mondo spregiudicato della finanza e il paese dei crack visti da uno dei protagonisti che decide, in seguito al crollo dell’impero aziendale ai cui vertici regnava, di tornarsene in pianura nella propria città di provincia, bella, sonnolenta e meschinola (Parma, Reggio Emilia o Ferrara che sia). Torna a casa. Il romanzo comincia qui.
«Iniziava una nuova vita, per il signor Enrico Metz, senza divisa e senza impegni asfissianti. Non era più un capo, era finalmente libero.» In realtà qui Enrico Metz inizia il suo percorso verso casa, la sua discesa dentro di sé. Non è facile dire che cosa questo romanzo racconti, che cosa davvero metta in gioco con la sua narrazione lenta, quasi faticosa a tratti, avvolgente, collosa. Non è facile perché le parole che servirebbero non sono a nostra disposizione, sono state esiliate, rese inattuali. Claudio Piersanti con il suo Il ritorno a casa di Enrico Metz (Feltrinelli, 2006) ci propone semplicemente un altro punto di vista sul mondo, uno sguardo diverso sul presente. Graffia la pelle di una quotidianità cancellata dalla televisione e dal linguaggio pubblicitario e si apre un varco verso un’interiorità riconquistata a fatica. È l’Italia delle macerie della politica, quella della corruzione eletta a sistema, non solo la corruzione macroscopica del potere, perseguibile in termini di legge, ma quella che è penetrata dentro il dna degli individui, sostituendo man mano regole e valori con un’ideologia a senso unico, l’ideologia del mercato, del profitto e del successo. Ciò che non è visibile, ciò che non è quantitativamente rilevante, oggi non esiste, è azzerato, rimosso. Una mutazione che ha toccato il sentire, la postura di ciascuno nel mondo. Piersanti ha scritto un romanzo «civile», quasi un pamphlet politico sulla deriva socio-economica del nostro paese, sull’aleatorietà di ruoli e carriere, sull’allarmante spreco dei talenti, sull’umiliazione delle intelligenze e della creatività. Ha fatto lo sforzo di ripensare a un’etica individuale, di ripartire da una ricerca personale. Enrico Metz all’apice del successo, superati i cinquant’anni, si ritira dopo lo scandalo che ha travolto una delle più grandi imprese italiane e l’uomo illustre per il quale lavorava. Non ha rimpianti, non si aspetta giustizia («A nessuno viene resa giustizia, nessun conto viene regolato, nessuna verità accertata a posteriori»), sceglie la vita interiore, o meglio sceglie di rieducarsi a una vita interiore, alla solitudine, agli affetti semplici, all’amicizia, alla natura, alla normalità. Forse ci dice anche che c’è un limite, una misura che si colma. Un bisogno di austerità di cui prima o poi si dovrebbe avvertire l’urgenza («la vita, a un certo punto, ti presenta il conto»). La mediocrità circolante e vincente a tutti i livelli è non solo ipocrita ma vile. Il coraggio e la dignità oggi non sono nel resistere ma nell’esistere, che è tutt’altro che facile quando ci si mette nudi davanti a se stessi e davanti agli altri. Ed è una prova necessaria. Non ha solo a che fare con il primo manifestarsi della vecchiaia, ma incarna un significato più universale: la libertà di ciascuno di essere al di fuori di ruoli o etichette qualsivoglia. Rendere la propria esistenza semplice come una stanza spoglia, corteggiare il nulla, quel buco nero del passato e del futuro. Sentirsi attratti dal piccolo come lo si è stati dal grande. Verso la conclusione del libro Ivana, la moglie di Enrico (la quota rosa dei personaggi di Piersanti ruota intorno al protagonista, ad eccezione della giovane e amata Eleonora che decide di andarsene), nel ricongiungersi al marito gli domanda: «Ma cosa faremo laggiù?» «Cosa faremo... Vivremo. Faremo la spesa, ci prepareremo da mangiare... Che altro dovremmo fare?».

Da L’amore degli adulti (1989) a Luisa e il silenzio (1997), Claudio Piersanti continua il suo cammino di scrittore appartato dalla voce inconfondibile e forte, capace di costruire con una lingua lineare e sempre tenuta sotto vigile controllo personaggi densi e assoluti raccontati al culmine di una loro trasformazione, di una loro mutazione, nel dolore inevitabile che ogni cambiamento comporta. Indifferente alle sirene delle mode letterarie e ai generi che lusingano il mercato, Piersanti pare ubbidire solo all’appello dell’esistenza, al richiamo di una letteratura integrale che solo alla vita risponde. Come è per gli scrittori, quelli veri, di ieri e di oggi.

(Versione integrale del pezzo apparso su Stilos, 28 marzo-10 aprile 2006)








pubblicato da b.centovalli nella rubrica libri il 1 aprile 2006