Le donne e le femmine d’elefante

Carla Benedetti



In 82 pagine Antonella Moscati ci regala una riflessione autobiografica in terza persona su un tema poco frequentato da narratori e filosofi: il "femminile non mestruato", ovvero la menopausa. Il libretto si intitola Una quasi eternità (Nottetempo, E 6,00) e si legge d’un fiato. Salvo poi restare a meditarci a lungo per il piccolo terremoto che produce in certe strutture separanti del pensiero.

Intanto non è un libro consolatorio che insegni a prendere la menopausa con ironia. Non è vero che non cambia niente. Cambia tutto: cambia il rapporto col passato (per esempio con i tratti del suo corpo di bambina, ginocchia, mani, che fino a poco prima poteva ancora discernere in quelli di dopo e ora non più). Cambiano le forme della percezione del tempo, con le sue accelerazioni e i suoi rallentamenti (filo rosso dell’intero libro). Nel racconto, tutto svolto proustianamente all’iterativo, sbocciano così ogni tanto, lancinanti e struggenti, i ricordi d’infanzia, a cominciare dal primo ricordo cosciente, legato al pulviscolo in una striscia di luce filtrata da una finestra.

A mutare poi è soprattutto il rapporto con la vita biologica della specie. E questo mi pare il punto più forte e originale di questa riflessione. Abituati a disgiungere cultura e biologia, qui siamo invece costretti a tenerle saldamente assieme. La vicenda esistenziale, e persino la differenza uomo /donna vengono qui giocate su uno sfondo vertiginosamente più vasto, che ingloba la dimensione di specie, cioè di quella vita che non ha inizio, ma che può invece finire. "Aveva letto che le donne e le femmine d’elefante erano gli unici mammiferi ad avere la menopausa". In effetti si tratta di una condizione piuttosto rara in natura. La maggioranza dei viventi, animali e vegetali, è fertile finché è in vita. La femmina d’uomo invece, soprattutto con l’allungarsi della vita media, smette di esserlo quando è ancora nel pieno della durata vitale. Così una grande porzione di esistenza resta slegata dal vincolo con la specie. Cosa che non accade nel maschio, che invecchia gradualmente ma non si stacca in maniera così puntuale dal "fiume in piena" della vita biologica. "Le pareva che fossero stati tagliati i fili che avevano congiunto il suo corpo a un’energia antica; si era come disinnescato, diventando più umano e meno animale, cioè più isolato, dissonante, forse semplicemente più idiota".

Così anche la differenza uomo /donna, che all’inizio del libretto sembrerebbe preludere a una discorso di genere, viene man mano inghiottita da quella più grande macina che pone tutti i viventi nel tempo, da quella indistinzione da cui veniamo e verso cui tutti tendiamo. La rotondità dei glutei, per esempio, cede il passo "a quell’irreversibile piattezza che aveva da sempre percepito nei glutei di suo padre". Poiché "i vecchi si assomigliavano tutti. Come i morti e come i neonati… La vita cominciava e finiva nell’indistinzione".

In questo passaggio, che muta molte cose, la Moscati ci lascia così intravedere quasi una categoria dell’essere. Una condizione di astrazione proiettabile sulla condizione odierna dell’umanità in occidente, anch’essa disinnescata dalla vita biologica e in pericoloso anticipo sul proprio corpo di specie. Tanto che alla fine del racconto, di fronte alle terrecotte del III e IV millennio avanti Cristo esposte nel museo di Siracusa, può prendere forma, come un’illuminazione, o come un incubo, l’idea che in occidente si stia come vivendo la menopausa dell’umanità.

(In una versione più breve, l’articolo è uscito su "L’espresso" n.9, del 9 marzo 2006)








pubblicato da c.benedetti nella rubrica libri il 27 marzo 2006