L’uomo nell’olocene

Sergio Nelli



"In questi giorni i romanzi non funzionano, vi si tratta di persone nel loro rapporto con sé stesse e con gli altri, di padri e madri e figlie rispettivamente figli e amanti ecc., di anime, principalmente infelici, e di società ecc. , come se il terreno per tutto ciò fosse garantito, la terra una volta per sempre terra, l’altezza del livello del mare regolata una volta per sempre…"
In questi giorni, quelli del vecchio signor Geiser, alle prese con una pioggia alluvionale in uno sperduto borgo del Ticino, con un pezzo di montagna franata, con la mancanza di luce elettrica, solo e assillato da problemi di minima e massima sopravvivenza e di memoria… i romanzi non funzionano. La trama non è quella dell’ultimissima fiction che cerca di convincerci magari della sua anti-letterarietà, del suo confrontarsi con la dimensione planetaria, mettendo in campo tonnellate di eventi con i quali non solo è garantito il confronto con l’oggi ma anche il famigerato divertimento del lettore. No, il libro in questione, scritto dallo scrittore svizzero Max Frisch (1911-1991), procede alla larga dal romanzesco E’ piccolo, e a sfogliarlo sembra stravagante con tutti i ritagli che presenta, foglietti, note, illustrazioni…
L’incipit è fulminante:
"Si dovrebbe poter fabbricare una pagoda di crackers, non pensare a niente e non udire tuono, né pioggia, né lo sgocciolio della grondaia, né il gorgoglio tutt’intorno alla casa. Forse una pagoda non viene, ma la notte passa."
L’uomo è apparso nell’olocene e nell’olocene potrebbe scomparire, si pensa subito leggendo. Eppure non è questa la minaccia che si addensa, pur restando l’elemento allegorico una scia che attraversa il libro. Il rischio esistenziale è alla fin fine perfino irrisorio per questo vecchietto curioso e attento, straordinariamente divertente, nella sua serietà, e il cui motto principale sembra: "essere pronti è tutto". C’è sì anche una vera crisi determinata da una lunga passeggiata, da una caduta sulle scale di casa, al ritorno: una specie di stordimento che sopraggiunge, un sonno da collasso; ma il vecchio si risveglia felicemente integro e accudito da una figlia.
In realtà, la navigazione narrativa ci orienta frase per frase non verso un’allegoria dell’estinzione appunto (che resta comunque sottotraccia), bensì verso un immersione nella fragilità, nella debolezza e nella morte (di cui i sintomi della vecchiaia sono un presentimento).
E tuttavia tale immersione palesa anche una straordinaria resistenza, di cui sono testimonianza luminosa i materiali esposti come graffiti in bella vista per un difetto di memoria. Di cosa trattano tali materiali? Di questioni cruciali sulle quali si esercita il vecchio vedovo in pensione, ex direttore di una ditta di Basilea: l’origine dell’uomo, la deriva dei continenti, le ere della Terra, l’estinzione dei dinosauri, la velocità del lampo, la formazione dei ghiacciai, il carattere dei tuoni, la debolezza mnemonica, il Ticino nella preistoria o altre informazioni che, in certi momenti, possono apparire di vitale importanza, come il significato delle parole escatologia e coerenza, il fatto che i pesci non dormono mai, oppure i sintomi di un colpo apoplettico o la descrizione e l’eziologia del cancro dei castagni.

Max Frisch pubblicò L’uomo nell’olocene a 68 anni, nel 1979, l’anno in cui uscì Se una notte d’inverno un viaggiatore. Ecco se Frisch transita lontano dal romanzesco più tradizionale, è lontano mille miglia anche dai giochi con il testo e con il piacere del testo, di cui il libro di Calvino è, al contrario, un’espressione autorevolissima.
L’uomo nell’olocene, come ogni romanzo, sta tutto dentro l’esistenza e delinea una condizione.

Il signor Geiser è davvero difficile dimenticarlo, il suo racconto (o il racconto su di lui, che sapientemente si fa indistinguibile dal suo) diventa una di quelle esperienze eccezionali in cui non succede nulla e succede tutto, mentre la sua composta letterarietà si rovescia in altro, come sempre si rovescia in altro una scrittura che dà vita a qualcosa di necessario.








pubblicato da s.nelli nella rubrica libri il 23 marzo 2006