Batticuore fuorilegge

Tiziano Scarpa



Se la società nascesse oggi, non sono sicuro che ai singoli verrebbe concesso questo varco di espressione pubblica che è stato chiamato letteratura. Inventata e difesa dai nostri antenati, la letteratura è un’eredità inestimabile: e non sto parlando soltanto delle opere del passato, ma proprio della sua pratica attuale, viva. In letteratura i singoli pronunciano parole differenti o completamente opposte a quelle della comunità. Siamo cittadini disarmati, abbiamo soltanto la nostra forza di volontà e la nostra parola. Abbiamo la nostra letteratura.

Se venisse inventata oggi, probabilmente la letteratura sarebbe riservata per decreto ai potenti, o a coloro che hanno già ottenuto da qualche altra parte una patente di autorità pubblica: politici, docenti universitari, filosofi, ma anche celebrità del cinema e della televisione, del giornalismo, comici, sportivi, presentatori, cantanti... E del resto sono proprio queste categorie che negli ultimi anni hanno preso a pubblicare un gran numero di opere letterarie. Ma la letteratura, cosí come l’ha praticata fin qui l’Occidente, è la parola di chi non possiede nient’altro che la parola. È la parola infondata, che non si fonda su nient’altro che sé stessa: sul suo vigore, e sulla sua bellezza.

Se da un lato ci sono sempre piú libri firmati da potenti e celebrità (come firmati sono gli abiti degli stilisti e gli oggetti di design), dall’altro ci sono sempre piú discorsi abbandonati a sé stessi da autori anonimi che pullulano in rete, che tengono diari e notiziari in siti personali o collettivi anche molto interessanti e vivaci. Li definisco discorsi abbandonati, perché i loro autori, nella grande maggioranza dei casi, si firmano con nomignoli, vale a dire che di fatto non si firmano, evitando cosí di prendersi la responsabilità di ciò che dicono.

La rete ha consentito una diffusione salutare, veramente democratica, della scrittura individuale. Ma l’abitudine a mascherarsi dietro nomignoli indebolisce il peso politico di gran parte della rete all’esterno di essa, nella società dove la scrittura circola con procedure del tutto differenti. Nella realtà non si dà credito alle parole di chi non è disposto a difendere ciò che dice con il proprio nome e cognome. Immaginate un appello contro la pena di morte firmato da nomignoli. Oppure: accettereste un assegno siglato con un soprannome?

In questo libro propongo un montaggio di testi scritti negli ultimi anni. Alcuni mi sono stati richiesti da giornali o altri committenti, ma tutti sono frutto della necessità e della volontà di esprimermi. Altri li ho pubblicati su Nazione Indiana, una rivista in rete che ho fondato insieme ad amici scrittori, artisti, studiosi e scienziati.

Ma non è importante quale sia stata l’occasione che ha fatto scaturire questi scritti. Perciò qui non ho voluto fare distinzioni fra i testi commissionati e quelli che ho scritto senza che nessuno me li avesse chiesti. Nella circolazione pubblica dei discorsi, ha significato sia ciò che l’epoca richiede ai singoli, sia ciò che i singoli esprimono contro e dentro e nonostante la loro epoca.

Non ho fatto distinzioni nemmeno fra racconti, saggi, articoli, dialoghi, poesie, perché ho un’idea totale della scrittura. Ogni discorso sgorga nella sua forma, è la sua forma, ma è altrettanto vero che le forme possono parlarsi. Noto un’inaccettabile separazione, oggi, fra romanzieri, poeti, saggisti, drammaturghi, critici, una specializzazione delle parole scritte che parlano ciascuna dentro il proprio scompartimento, come viaggiatori che non si accorgono o fanno finta di non accorgersi di essere sullo stesso treno, durante lo stesso viaggio.

Tutte queste pagine parlano della stessa cosa. Avrei potuto intitolarle, complessivamente, Potere e poesia. Le sequenze dei vari scritti, in prosa o in versi, non sono in ordine cronologico; creano catene di significati affidati al montaggio. A volte si tratta di variazioni di punti di vista, punti di parola diversi, come se una poesia muovesse un’obiezione al saggio che la precede, o un dialogo approfondisse ciò che è stato appena affermato da un racconto.

Mi piace pensare che il susseguirsi di questi scritti assomigli al trascolorare dell’arcobaleno, che passa dal violetto al blu al verde al giallo al rosso senza confini fra un colore e l’altro. Tuttavia ho agglomerato e diviso in cinque sezioni i diversi colori del mio discorso: il conflitto fra l’espressione individuale e quella istituzionale e mediatica (La parola armata); le ideologie comportamentali in Italia oggi (La nazione fuorilegge); il grumo passionale e politico delle merci (Gli oggetti innamorati); la critica culturale fuori dal recinto estetico e la dittatura della narrazione (Le storie al potere); le utopie, i desideri, i sogni di opere d’arte reali o immaginate (La solitudine degli artisti).








pubblicato da t.scarpa nella rubrica in teoria il 23 marzo 2006