Le brigate dei martiri di Nassiriya

Sergio Baratto



E se la sofferenza dei bambini servisse a raggiungere la somma delle sofferenze necessaria all’acquisto della verità, allora io dichiaro in anticipo che la verità tutta non vale un prezzo così alto.
(…) Immagina che tocchi a te innalzare l’edificio del destino umano allo scopo finale di rendere gli uomini felici e di dare loro pace e tranquillità, ma immagina pure che per far questo sia necessario e inevitabile torturare almeno un piccolo esserino, ecco, proprio quella bambina che si batteva il petto con il pugno, immagina che l’edificio debba fondarsi sulle lacrime invendicate di quella bambina - accetteresti di essere l’architetto a queste condizioni?
F. Dostoevskij, I fratelli Karamazov

1.
Riserve di petrolio certe e probabili per 130 miliardi di barili, che mettono l’Iraq al terzo posto per importanza dopo quelle di Arabia Saudita e Russia. (…) L’Eni è in trattative, insieme alla spagnola Repsol, per il giacimento di Nassiriya.
Ansa, 22 marzo 2003

Dite che sono cosa già dette, note e stranote? Che chi ha un minimo d’attenzione per ciò che succede le conosce già? Non importa, le ripeto lo stesso. Che sia ben chiara la premessa: i soldati italiani sono stati mandati a Nassiriya per il petrolio, per l’Eni. I soldati italiani che a Nassiriya sono stati ammazzati, quelli che a Nassiriya hanno ammazzato. I civili ammazzati a Nassiriya dai soldati italiani.
Questo è il punto: i nostri soldati hanno ammazzato dei civili.

2.
Chissà che dopo tanto sangue e tanti vuoti si cominci a guardare con un’attenzione diversa ai mille, spesso dimenticati monumenti che in ogni piazza italiana rammentano chi morì, in altri tempi, per gli stessi valori cari ai ragazzi di Nassiriya, nostri martiri contemporanei.
Il Corriere della Sera, 13 novembre 2003

Non è bastata ai nostri soldati la cordialità verso la popolazione, non sono serviti i sorrisi, l’assenza di ogni arroganza, le armi leggere… il garbo verso i bambini.
Il Corriere della Sera, 13 novembre 2003

Il colonnello Perrone [portavoce del contingente di stanza a Nassiriya] esclude che fra le vittime causate dalle armi degli italiani ci siano "bambini o donne, perché i nostri hanno sparato solo contro gli aggressori". Il Corriere della Sera, 7 aprile 2004

"[I cecchini] si erano piazzati dentro una palazzina che sorgeva sulla sponda opposta del fiume. Sparavano di tutto. Raffiche di armi automatiche ma soprattutto razzi. Dalle finestre e dal tetto. Eravamo veramente in difficoltà. (…) Quel fuoco andava annientato". (…) La selva di cannonate ha messo a tacere il gruppo di miliziani. Non si sa quanti sono rimasti sotto le macerie e soprattutto se la palazzina fosse abitata anche da iracheni civili. Forse all’interno c’era anche quella famiglia che ha perso una mamma e sua figlia. Difficile dirlo. Non lo sa neanche il generale Spagnuolo. "Non avevamo scelta".
La Repubblica, 8 aprile 2004

- Lo vedo da dentro il trigicon, guarda quanto è bellino là a terra, lo vedi che muove la testa?

- Guarda come si muove ’sto bastardo: Luca annichiliscilo!

Dialogo tra due carabinieri a proposito di un cecchino, Nassiriya, 6 agosto 2004

Quelle immagini sono montate in modo storicamente errato, ad agosto del 2004 qui non c’erano bersaglieri. La scena del lancio di un missile terra-terra contro una postazione di rpg è dell’aprile o del maggio 2004. Non sono frasi che si possono giustificare, ma come si fa a raccontare quello che prova una persona quando si sente sparare addosso?
Il colonnello Giuseppe Perrone, dal Manifesto, 10 dicembre 2005

"Sparai contro il mezzo perché così mi fu ordinato dal maresciallo Stival. Se mi fossi accorto che si trattava di un’ambulanza mai e poi mai avrei sparato e avrei chiesto spiegazioni al superiore". È il 25 gennaio scorso. Davanti ai magistrati della procura militare il caporalmaggiore Raffaele Allocca ammette che a Nassiriya, durante la battaglia dei Ponti della notte tra il 5 e il 6 agosto del 2004, i soldati italiani fecero fuoco contro i civili. Conferma la versione sempre negata dalle Forze Armate e dall’allora ministro degli Esteri Franco Frattini che in Parlamento dichiarò: "Non è vero che si trattava di un mezzo di soccorso, era un’autobomba".
Il Corriere della Sera, 3 febbraio 2006

3.
Il 12 agosto 2004 il giornalista statunitense Micah Garen venne sequestrato a sud di Nassiriya dai miliziani dell’Esercito del Mahdi. I suoi rapitori lo liberarono dieci giorni dopo per "aver fatto chiarezza sull’operato dei militari italiani". All’indomani della Battaglia dei Ponti Micah Garen era infatti riuscito a entrare nella cella frigorifera dell’ospedale di Nassiriya e a filmare i cadaveri delle persone uccise sull’autoambulanza numero 12:

L’ambulanza numero dodici era stata inviata alle tre antimeridiane di venerdì per trasferire una donna incinta che aveva un parto difficoltoso, e la sua famiglia dall’ospedale generale situato nella zona nord della città all’ospedale per le maternità nella zona sud, attraversando il fiume. L’esercito italiano, dislocato al lato sud del ponte, sparò contro l’ambulanza mentre essa lo attraversava. L’ambulanza prese fuoco e quattro dei passeggeri all’interno furono uccisi.
(…) Amir [l’interprete iracheno di Garen] ed io ci dirigemmo verso Nassiriya per intervistare il direttore dell’ospedale, ma lui non era in sede. Invece il capo della sorveglianza dell’ospedale ci condusse a riprendere i corpi dei componenti della famiglia che era stata sterminata. Erano conservati in un locale frigorifero dietro l’ospedale. In Islam si usa seppellire il morto entro ventiquattro ore, ma dal momento che l’intera famiglia era stata sterminata, l’ospedale aveva difficoltà a rintracciare un parente che reclamasse i corpi. Mi coprii la bocca con un fazzoletto e tentai varie volte di effettuare la ripresa all’interno del locale frigorifero. Il fetore era così violento che potevo girare solo pochi secondi alla volta. I corpi avevano subito severe ustioni, un ammasso scuro di carne carbonizzata e maciullata avvolta dagli indumenti. Potei osservare la faccia grigio-violacea di un uomo perfettamente conservata, con gli occhi chiusi.
"Il Baby", disse la guardia in inglese, indicando qualcosa che poteva essere stato uno stomaco sventrato. Non riuscivo a distinguere un bambino.

(Nel 2005 Michael Garen ha pubblicato il libro-inchiesta American Hostage sulla propria esperienza in Iraq. I brani qui riportati ne fanno parte e sono apparsi sul Manifesto del 23 febbraio 2006.)

4.
Il 6 aprile 2004 i nostri soldati avrebbero dunque "accidentalmente" ucciso dei civili, tra cui una bambina (cioè un embrione da poco giunto a completa maturazione, grazie all’assennata decisione di sua madre di non abortire). Ed esattamente quattro mesi dopo avrebbero sparato su un’ambulanza, causando la morte di almeno quattro persone, tra cui un vecchio e una donna incinta (cioè una donna che, grazie all’assennata decisione di non abortire, conteneva al suo interno un embrione).
Anch’io come il colonnello Perrone mi chiedo come si fa a raccontare quello che prova una persona quando si sente sparare addosso. Che so, una donna incinta su un’ambulanza, per esempio.

Quest’ultima notizia è uscita il 6 febbraio 2006. Negli stessi giorni, innescato dalla vicenda delle vignette sul Profeta, infuriava un vispo dibattito sulla libertà di stampa. Per taluni, a un certo punto, sembrava che riprendere sui propri giornali o blog le vignette incriminate fosse un fulgido atto di difesa della libertà di stampa. Eppure non ho sentito nessuna esortazione a diffondere il più possibile sulla carta stampata e in rete la notizia che l’esercito dello stato italiano avrebbe ucciso dei civili in assenza di guerre dichiarate in corso.
La notizia della deposizione del caporalmaggiore Allocca è uscita sul Corriere. Sul Corriere, non su qualche oscuro foglio carbonaro di anarcoinsurrezionalisti. Tecnicamente, non si può dire che non sia stata divulgata. Tecnicamente la libertà d’informazione è salva.

Che siamo purtroppo in campagna elettorale è noto a tutti. Che in una campagna elettorale le fazioni opposte si accusino reciprocamente delle peggiori infamie è ovvio. Che la presenza militare italiana in Iraq sia improvvisamente scomparsa dai discorsi del centrodestra è altrettanto ovvio. Che sia scomparsa da quelli del centrosinistra è meno ovvio, forse, ma del tutto prevedibile.

Eppure l’intervento militare italiano in Iraq dovrebbe costituire l’infamia peggiore per antonomasia.
Dico di più: l’uccisione anche di una sola vita umana incolpevole da parte dei "nostri ragazzi" dovrebbe costituire il discrimine morale fondamentale, la ferita radicale. Quelle uccisioni sono il crimine irreparabile, che cancella ogni possibilità di cautela, ogni considerazione di convenienza, ogni machiavellismo, ogni prudenza preelettorale, ogni paura di spaventare gli elettori. In una nazione normale, in una persona dotata di una coscienza normale, da solo dovrebbe bastare a suscitare una indignazione incontenibile, una ribellione radicale. Da solo dovrebbe bastare a oscurare qualsiasi altro problema. In un altro mondo, da solo basterebbe a rovesciare governi. Di fronte a quegli assassinii, commessi dal nostro paese, non dovrebbe poter esistere alcun moderatismo. L’irreparabilità di quelle morti dovrebbe aprire ogni prima pagina di giornale, monopolizzare ogni editoriale, costituire il contenuto di ogni manifesto elettorale, il solo argomento di ogni predica, di ogni post, di ogni commento. Dovrebbe rendere automaticamente superflua qualsiasi campagna elettorale, cancellare ogni possibile dubbio, zittire ogni altra parola.
Perché niente può riscattare quelle morti, perché quelle morti sono stare determinate da una concatenazione di menzogne, ipocrisie e decisioni immorali. Perché si è ucciso, perché si è ucciso anche nel nostro nome. Perché il governo che ha deciso tutto questo, ci ha gravati di una responsabilità enorme. Perché è lo stato italiano, di cui noi cittadini siamo il corpo (così si dice), ad aver ucciso.

Ma nel paese reale niente di tutto ciò accade. Nel paese reale è solo una notiziola, passata sul giornale e presto dimenticata.

5.
L’anno scorso, di passaggio in una non particolarmente amena località del centro-nord, mi sono ritrovato davanti a un cartello: "Piazza dei martiri di Nassiriya". Per un attimo ho irresistibilmente pensato – sarà stata forse l’assonanza – che in un momento di follia il consiglio comunale avesse dedicato il posto (più che una piazza vera e propria si trattava del parcheggio della stazione) a qualche organizzazione paramilitare palestinese.
Generalmente non mi piace la parola "martire": suona sempre o troppo cristiana o troppo jihadista. Ma se non si può proprio fare a meno di usarla, allora so chi sono per me i veri martiri di Nassiriya.








pubblicato da s.baratto nella rubrica democrazia il 19 marzo 2006