Il lavoro sporco di Babbo Natale

Nicola Lagioia



Continuiamo con questo testo di Nicola Lagioia una serie di riflessioni sulla pubblicità, su ciò che essa invade o rimuove. Per Lagioia il cuore nascosto dell’apparato pubblicitario si chiama Thanatos. Un "mediatore" si incarica per noi del "lavoro sporco" con la morte. La più potente macchina di rimozione della nostra epoca (c.b.)

È del giugno 2005 la notizia di un incredibile esperimento portato a termine con successo dall’università di Pittsburgh. Alcuni scienziati hanno provocato la cessazione delle funzioni vitali in un gruppo di cani, svuotandogli le vene, sostiuendo il sangue con una soluzione salina a sette gradi centigradi. Poi, dopo tre ore di morte apparente – niente respiro né attività cardiaca, nessun segnale cerebrale – sono riusciti a invertire il processo. Il sangue è stato ripompato nel corpo delle bestie che, sollecitate con elettroshock e ossigeno per rimettere in moto cuore e polmoni, hanno "ripreso a vivere" senza segni di danneggiamento per gli organi vitali. Le prime sperimentazioni sugli esseri umani, dichiarano da Pittsburgh, potranno cominciare non prima del 2015.

Pur non potendosi parlare di reversibilità della morte cerebrale (nei cani le cellule dell’encefalo sono state per tre ore in una situazione di "addormentamento", senza sperimentare tuttavia quella necrosi che è ancora protetta dal crisma del non ritorno), ciò che è accaduto a Pittsburgh – insieme a ciò che accade quotidianamente nei più sofisticati laboratori scientifici del pianeta – desta il consueto sentimento contrastante di euforia e spavento. E costringe chi può alle ratifiche dell’Erode di Oscar Wilde, il quale in Salomè, di fronte alla notizia di un Messia capace di resuscitare gli uomini, afferma sconcertato: "Gli si dica, così ha disposto Erode il re: ’io non ti concedo di resuscitare i morti’. Cambiare l’acqua in vino… guarire i ciechi e i lebbrosi… egli può fare queste cose se gli aggrada. Ma resuscitare i morti… Sarebbe terribile se i morti ritornassero".

Se l’intelligenza collettiva delle multinazionali potesse esprimersi tramite un solo portavoce, se i fotogrammi degli spot pubblicitari mostrassero per un attimo il proprio negativo, se la volontà di potenza della scienza e della tecnica spezzasse la propria circolarità in nome dello spavento supremo che le ha dato vita, verrebbero espresse le stesse parole di Erode in Salomè. Con una semplice ma fondamentale differenza: a suscitare sconcerto non sarebbe l’effettiva possibilità di una resurrezione, ma il ritorno dei morti inteso come pensiero, sospetto, sentimento della fine – un sentimento, un sospetto, un pensiero che si crede di poter cancellare o rimuovere per sempre grazie alla forza dell’apparato tecnico, produttivo, scientifico, mediatico che oggi domina il mondo occidentale. Un tentativo che, come detto nel capitolo precedente, è reso molto bene dalla scena di Nightmare Before Christmas in cui John Skellington viene abbattuto dalla contraerea nella vana speranza che, ricacciarlo in Hallowentown (ovvero, depennare dalle nostre teste il sentimento della fine) significhi richiudere per sempre la soglia che collega il mondo dei vivi – il regno di Santa Claus – a quello dei defunti.

Quando abbiamo detto che la Coca-cola, arruolando Santa Claus come testimonial, non si limitò ad aggirare una legge che proibiva di produrre materiale pubblicitario in cui venissero mostrati under 12 mentre bevevano la bibita ma cristallizzò nella sua estetica un vero e proprio spirito-guida, non ci riferivamo solo al desiderio di incrementare la propria "potenza di fuoco" – un desiderio che certamente muoveva gli uomini di Atlanta mentre sognavano un futuro in cui la Coke, a imitazione dell’ubiquità del Vecchio con la slitta, fosse presente in tutti i luoghi del pianeta. Adottare Santa Claus significava anche fare proprio (da veri adepti) un messaggio sulle cose ultime di cui il porta-doni stava diventando una delle più compiute incarnazioni. Questo messaggio, appunto, dice: "non morirete più".

Nei capitoli precedenti abbiamo ripercorso la storia della Coca-cola prendendo la multinazionale di Atlanta come modello di una determinata logica aziendale. L’abbiamo descritta come una struttura dominata da un’ansia per la sopravvivenza – e per la conquista di sempre maggiori spazi di manovra – che sembra quasi lo spostamento su altri fronti della lotta per la prosecuzione della specie. Proprio in ragione di questo "spostamento", abbiamo creduto di poter dire che le multinazionali non hanno nel loro codice genetico un necessario amore per i paesi che le ospitano e non riconoscono (se non come sponde su cui giocarsi la partita) nell’etica o nella morale dominante un ostacolo insuperabile. In poche parole siamo arrivati ad affermare, rischiando la retorica, che le aziende di grosse dimensioni tendano per loro natura a riconoscere nell’uomo una funzione puramente strumentale, non un fine ma un elemento necessario alla propria sopravvivenza. Per trasformare gli uomini in consumatori e i consumatori in "fedeli", abbiamo visto, le industrie si avvalgono di narrazioni di grande suggestione – ciò che è stato definito "creazione del fantasma" o del "doppio ectoplasmatico". Ma, questo il punto, al di là del valore d’uso degli oggetti che pure conserva un’importanza, la fidelizzazione dei consumatori, il nostro lasciarci affascinare e sedurre da un prodotto commerciale, quell’ineffabile sensazione di gratificazione e protezione che ci si insinua quando volenti o nolenti pensiamo al sistema delle merci non prende le mosse dal prodotto in sé, ma dalla sua "aura", dal "fantasma", dalla narrazione che lo circonda e di cui, più che essere espressione, la merce rappresenta il medium, la porta di accesso.

Ora, i vari tipi di "fantasma" che circondano i prodotti commerciali di largo consumo, seppure distinguibili tra di loro come altrettante divinità di un singolare pantheon post-cristiano (il carattere o la poetica della Coca-cola presenta delle differenze rispetto a quello della Nike, di Versace, di McDonald’s…) condividono lo stesso messaggio di fondo – "non morirete mai" –, un messaggio che trova nella funzione distributiva di Santa Claus un’espressione suprema: se non sovraordinata sicuramente riassuntiva.

Qual è, bisogna domandarsi allora, il vero senso del donare che, giunto all’apice con Santa Claus, caratterizza anche le sue precedenti incarnazioni? Marcel Mauss, nel suo celebre Saggio sul dono, analizzando le dinamiche che regolano tutta una serie di società preindustriali, ci insegna che elemosine, potlatch, banchetti nuziali, alienazioni di oggetti senza immediato corrispettivo non sono propriamente atti gratuiti e nello stesso tempo si allontanano dal modello classico dello scambio a fine di lucro. Il dono vincola chi lo riceve – un vincolo sociale ma anche magico, esoterico. L’oggetto donato in determinati contesti arcaici ha cioè un suo particolare "valore" capace di tenere invisibilmente in contatto elargitore e beneficiario, col risultato di rafforzare tutta una serie di legami, e di obblighi, che contribuiscono alla buona conservazione del corpus sociale – ma questa promozione di ben determinati rapporti interpersonali, riletta da alcuni interpreti di Mauss come la base di una possibile convivenza antagonista rispetto a quella fondata sull’utilitarismo dell’occidente avanzato, è destinata a dissolversi quando l’atto del donare si inscrive nell’università, di conseguenza nell’anonimato, del sistema a cui fa capo Santa Claus.

A maggior ragione, non sono atti gratuiti i doni scambiati in occasione di quelle celebrazioni tramite cui si cercava, nelle società antiche, di esorcizzare la potenza mortifera delle forze invernali. Abbiamo visto come la festa di san Nicola (e le sue successive declinazioni premoderne, come la Festa degli innocenti) nasca sulle ceneri delle feriae precristiane – ancora una volta i Saturnali che, in prossimità del solstizio d’inverno utilizzavano lo scambio di doni, lo spreco, lo scatenamento orgiastico, il sovvertimento temporaneo dei ruoli per ingraziarsi le forze ultraterrene così da favorire il buon esito dei raccolti (Saturno è il dio dell’agricoltura) e, dunque, la sopravvivenza dell’intera comunità.

Santa Claus, sull’operato del quale la gratuità è smentita dalle stesse pubblicità di Sundblom che vedono la distribuzione di regali premiata dai suoi destinatari in modo quasi tautologico con un ulteriore oggetto di consumo (naturalmente una bottiglia di Coca-cola, che il vecchio beve avidamente per ristorarsi dalle proprie fatiche), presenta nella sua festa molti elementi di contatto con i grandiosi olocausti – più o meno codificati, più o meno trasformati in feriae o liturgie – delle società antiche, ma ha pure la caratteristica di rivolgersi a una precisa categoria sociale: i bambini. Si potrebbe pensare che in questo caso il dono abbia il semplice scopo di incoraggiare l’obbedienza dei più piccoli, premiati annualmente in ragione della loro buona condotta. A questo tuttavia si unisce un elemento più nascosto. Chi dice infatti che i bambini abbiano diritto a un premio quando magari a esercitare una forza preventiva basterebbe un apparato sanzionatorio?

Lévi-Strauss, sempre in Babbo Natale giustiziato, oltre alla già citata parentela coi Saturnali, ha creduto di rintracciare più di una somiglianza tra la distribuzione dei doni operata da Babbo Natale e le elargizioni a favore dei bambini presenti nei rituali di alcune civiltà primitive o comunque preindustriali. In particolare Strauss prende in esame il mito dei "katchina", diffusosi presso gli Indiani Pueblo sin dai tempi in cui queste tribù si trasferirono nei villaggi a Sud ovest degli Stati Uniti.

I katchina sarebbero gli spiriti dei bambini annegati nei fiumi nel corso delle migrazioni ancestrali i quali, a ricorrenze periodiche, tornano a minacciare i Pueblo. Si tratta di una visita dall’oltretomba; per esorcizzarla, la tribù di pellerossa escogitò una messa in scena: gli adulti, travestiti da spiriti dei morti, terrorizavano o premiavano i bambini del villaggio nel corso di danze rituali che, oltre ad avere il compito di cacciare i katchina, rappresentavano per i più piccoli (che non avevano la possibilità di riconoscere, sotto il travestimento, i propri genitori) una prova iniziatica. Nel complicato gioco di specchi tra gli adulti-travestiti e i bambini, questi ultimi, afferma Lévi-Strauss, sono non-iniziati, cioè non sono ancora entrati nel consesso sociale ma, proprio per questo, si possono considerare anche dei super-iniziati. I bambini, vale a dire, nella finzione rituale – assorbendo e riflettendo il travestimento degli adulti – rappresenterebbero i morti. Sono loro i veri strumenti di comunicazione con l’aldilà. I doni di cui sono destinatari svolgono allora un ruolo di scambio, servono cioè a placare le forze sotterranee, a ricacciare periodicamente gli spiriti dei defunti nel loro regno – spiriti con i quali, tuttavia, pur nell’ambito della "messa in scena", esiste ancora un incontro ravvicinato.
Lévi-Strauss porta altri esempi (le questue nell’Inghilterra fino al XVIII secolo, per dirne uno) in cui le categorie presociali, donne e bambini, intrattengono con gli iniziati scambi di simile significato. Forse il caso che viene in mente con più facilità è quello di Halloween, la festa di Ognissanti nel corso della quale i bambini, travestiti da spiriti dei morti, girano di casa in casa, ricevendo dai vivi-adulti i piccoli doni simbolici che serviranno a rispedire le loro rappresentazioni nell’oltretomba almeno per un altro anno.

Con la nascita di Santa Claus questo esorcismo subisce un cambiamento epocale. Interrottosi il confronto ravvicinato tra vivi e morti, il compito di distribuire i doni, di placare gli spiriti dei defunti, di annichilire il sospetto, la sensazione, il pensiero della fine viene affidato a un mediatore. A un simbolo vale a dire, a uno spirito, a una mitologia. È come se gli adulti a un certo punto abbiano firmato una delega che li sollevi dall’avere rapporti troppo intimi con Thanatos, affidando il "lavoro sporco" a un monopolista vestito di rosso i cui poteri (ubiquità, capacità pressoché illimitata di disporre dei frutti dei nostri sistemi produttivi) sembrano far impallidire le caratteristiche presenti nei portatori di doni delle epoche passate.

Nella notte di Natale, allora, ci sono effettivamente due figure in concorrenza tra di loro, investite di una missione che si propongono di portare a compimento da posizioni, e con strumenti, decisamente diversi – la nascita del dio cristiano, che offre vita eterna attraverso la morte carnale; la battaglia di Santa Claus contro la morte carnale, combattuta attraverso una totalitaria distribuzione di regali. Quale tra questi due sistemi per confrontarci (o per rimuovere) il sentimento della fine sia oggi più praticato è sin troppo evidente. Resta solo da ricordare che Santa Claus è un perfetto simbolo del nostro apparato tecnico, produttivo, mediatico. Affidando a lui il compito di neutralizzare il sentimento della fine, non facciamo che rimettere le nostre speranze di amnesia sulla mortalità nel sistema che governa la società in cui viviamo – quella che oggi potremmo troppo semplicisticamente chiamare globalizzazione. Babbo Natale è dunque lo spirito del capitalismo avanzato. All’esorcismo contenuto nella distribuzione di regali di cui è indiscusso protagonista si rifanno, con sfumature diverse, praticamente tutte le narrazioni scaturite dall’attività delle imprese postmoderne (prima tra le altre, come abbiamo visto, la Coca-cola). È curioso allora che l’uccisione del dio cristiano secondo Nietzche, agevolata dal senso di protezione offertoci dal progresso tecnico e scientifico in antitesi al terrore millenario dell’uomo di fronte alla wilderness dello stato di natura, anziché portarci ad affrontare con lucidità la circostanza della nostra finitudine ci spinga verso un nuovo rifiuto dell’irreversibile, una rimozione ottenuta proprio attraverso l’apparato che avrebbe dovuto essere, secondo le previsioni del filosofo tedesco, lo strumento della nostra emancipazione. La sensazione è che, quanto più la rimozione si fa profonda tanto più la dimensione dell’esorcismo è costretta a crescere in potenza e pervasività.

"Non morirete mai!", dice Babbo Natale attraversando sulla slitta gli scacchieri delle nostre città, e ricevendo conferme dai movimenti delle presse negli opifici, dagli impulsi delle antenne radiofoniche e televisive, dall’insonnia delle rotative tipografiche, dalle turbine delle centrali elettriche, dai codici binari dei calcolatori elettronici. E tuttavia, disseppellendo l’stanza disperata che si cela dietro questo messaggio benaugurale, facendosi spazio a fatica tra le luci, i colori, il traffico, le carte da regalo, spingendoci nell’occhio del ciclone che alimenta il movimento orgiastico della notte di Natale, è possibile riuscire a cogliere un lapsus, un sovvertimento, forse anche un’ancora di salvezza: un riflesso da lemure sulla giubba di Santa Claus e, nel suo messaggio, l’anagramma dopomoderno del memento mori.

(tratto da N. Lagioia, Babbo Natale, Fazi, 2005)








pubblicato da c.benedetti nella rubrica democrazia il 15 marzo 2006