Fin dove arriva la pubblicità

Carla Benedetti



Dopo aver pubblicato ieri l’articolo di Gustavo Zagrebelsky, giudice della Corte costituzionale, che parla della penetrazione della pubblicità nella politica, della degradazione degli elettori a clienti da adescare, e della conseguente corruzione della democrazia politica, proviamo a riflettere sulla cosiddetta gaffe di Berlusconi in diretta tv.

Immaginiamo che al posto del Presidente del consiglio ci fosse stata una qualsiasi altra persona semiscoonosciuta, per esempio uno scrittore. Entra nello studio televisivo, si siede, incomincia a parlare. A un certo punto la conduttrice lo incalza con qualche domanda imbarazzante. Ma lui invece di stare al gioco e ribattere sorridente (come di solito succede in tv) perde le staffe e lascia lo studio offendendola. Come scrittore non fa bella figura. Però qualcosa comunque ci guadagna. Il giorno dopo la sua faccia è sulle prime pagine di tutti i giornali. Magari lo chiameranno in qualche altro show (perché il suo non stare alle regole emoziona il pubblico e fa audience), i suoi libri venderanno più copie. Insomma, come si dice di solito in questi casi, ha perso la faccia ma si è fatto pubblicità.

Invece poiché in diretta c’era il Presidente del consiglio, che è sempre sulle prime pagine dei giornali e in tutte le televisioni, questo guadagno di pubblicità non viene notato.

Certo, come ricorda oggi Curzio Maltese su "Repubblica", è vero che tutti i consiglieri di immagine raccomandano ai leader di non perdere le staffe davanti alle domande dei giornalisti. Ma questa è ancora una logica di immagine che si conforma alle regole di una tribuna politica. La logica pubblicitaria è più ardita, nella sua perversione. Può anche fregarsene di quelle regole.

Per la logica pubblicitaria, anche se ti mostri arrogante, irrispettoso delle regole del gioco, puoi comunque guadagnare qualcosa. Ovviamente non intendo dire che Berlusconi con quella mossa abbia guadagnato favori. Voglio solo dire che in quella situazione egli ha probabilmente giocato l’unica carta che aveva in mano e che gli poteva giovare. Berlusconi (testa di ponte della penetrazione della pubblicità nella politica) è quasi ogni giorno in prima pagina. Qualche giorno fa gliela aveva rubata Storace. Oggi è di nuovo sua.

E i giornali, condizionati da quella stessa logica, non possono far altro che sbatterlo in prima pagina.

Riempire gli spazi è il primo imperativo della pubblicità.

Ai suoi albori la pubblicità destò stupore e sgomento in molti critici della cultura del secolo scorso. Oggi non viene più nemmeno rilevata, tanto ci appare naturale. Le parti di società che ha progressivamente invaso con la sua logica peculiare e perversa (politica, religione, arte, giornalismo, cultura, oltre che ovviamente la vita quotidiana di milioni e milioni di individui e di tutti i loro spazi vitali) ormai non la avvertono nemmeno più come un corpo estraneo, tanto si è incuneata nel profondo, nei modi di ragionare, di esperire e persino di vivere il tempo.

Tra le preoccupazioni degli intellettuali, dei politici e dei giornalisti che hanno a cuore la democrazia ci sono oggi molte cose, ma non mi è mai capitato di sentire da loro un’analisi del potere che sta sempre più acquistando la pubblicità sia in quanto logica sia in quanto strumento indiretto di coercizione sui media.

Annoto qui velocemente, ripromettendomi di tornarci in seguito, alcuni spunti di riflessione.

1) La pubblicità è senza contenuti. E’ infatti una logica con propri vincoli, e che sta entrando incontrastata negli interstizi della vita della collettività, condizionando ogni forma di comunicazione.

2) La pubblicità foraggia giornali e televisioni. Chi ne controlla il flusso può perciò mettere in ginocchio una testata e un’emittente televisiva, condizionandone le posizioni, le informazioni da trasmettere, i servizi, le inchieste, persino trasmissioni (vedi il caso della 7 costretta a rinunciare a un talk show già programmato condotto da Fazio)

3) L’invasione progressiva della pubblicità nella vita degli individui e della collettività viene subita passivamente, senza resistenze.

4) Ricordo un articolo di pochi mesi fa sulla prima pagina del "Corriere della sera" che si indignava per i graffiti che "sporcano" i muri e i monumenti delle città. Si è mai levata una voce contro l’invasione delle strade, delle stazioni ferroviarie e dei mezzi di trasporto pubblici da parte di gigantografie publicitarie? Si è mai indignato qualcuno per gli schermi giganti che nelle stazione di metropolitana trasmettono spot a tutto volume? Perché questa invasione anche fisica non viene registrata da nessuno come preoccupante e aggressiva? Perché il cittadino che cammina, usa i mezzi di trasporto pubblici, deve essere costretto a fornire gratuitamente i suoi occhi e le sue orecchie a un business di tali proporzioni?

5) La pubblicità è entrata persino dentro alle partite di calcio sulle reti televisive nazionali. In questo caso gli spot sono ancora più disturbanti di quelle che interrompono i film, perché non arrivano a cadenze regolari, ma sfruttano le pause, imprevedibili, del gioco. Così dopo un goal, dove un tempo ti mostravano il replay dell’azione, o dove si facevano commenti a caldo sullo svolgersi della partita, può arrivarti da un momento all’altro la pubblicità di un profumo, di un detersivo, con grande disturbo emotivo del godimento del gioco. Ma neanche questa invasione di campo della pubblicità ha incontrato resistenza. Solo qualche tiepida protesta, subito finita nel nulla. Eppure il calcio è sacro in Italia!

6) L’informazione ogni tanto fa sciopero. La pubblicità mai. E’ sempre al lavoro. Quando i giornalisti si fermano e il Tg si accorcia, essa invade tutto lo spazio con grande naturalezza. Tiene per sé tutto il campo, che è già suo, assieme al suo alleato, l’intrattenimento. La pubblicità non interrompe i programmi televisivi. Sono i programmi che si dispongono nei suoi vuoti. 7) La pubblicità è il sottofondo costante della comunicazione. E’ il suo supporto acustico. Il suo rumore di fondo..

8) Una volta c’erano in Tv gli intervalli. Si vedevano paesaggi, monumenti, pecorelle che pascolavano accompagnate da musichette rilassanti. Un tempo vuoto, sospeso, di attesa. Oggi non c’è un vuoto che la pubblicità non abbia riempito.

9) La pubblicità cambia anche le forme della durata. Tutti i tempi della cultura, dell’informazione, dei servizi giornalistici, delle recensioni, dello stazionamento di un libro nelle librerie, della proiezione di un film nelle sale, sono condizionati dai tempi della pubblicità, che impone uno smercio veloce di prodotti ed eventi e non lascia tempo per la sedimentazione e la riflessione.








pubblicato da c.benedetti nella rubrica democrazia il 13 marzo 2006