Cinema italiano grado zero

I registi di RING



Mi auspico, ed il gruppo Ring con me, che voi possiate aderire e sottoscrivere questo documento. Vorrei che fossero "quattrocento" quelli che sottoscriveranno e che interverrano al dibattito assieme con i 35 iniziali ideatori alla casa del Cinema il 15 marzo.

Vi sottolineo la qualità di questo "gesto" di RING: per la prima volta 35 registi si sono uniti e si sono aggregati per cercare di creare un documento contro la cancrena della non-cultura e della non-produttività.
Ma vi sottolineo anche un difetto: il documento forse è troppo utopico. Ma ci piace pensare che qualcosa sia possibile. Che si possa intervenire e cambiare questo stato di cose in Italia.

Noi abbiamo bisogno di coinvolgere più persone possibli. Abbiamo la certezza- anche perchè tutto questo passa sulla nostra pelle- che la questione non sia solo finanziaria. Il taglio del FUS è solo un campanello d’allarme. Crediamo che sia una questione di scelte politiche, di priorità e di valori e non di merce.

Il disegno da combattere è quello che vede cacciate all’ultimo posto la creatività e la voglia di rischiare, di sperimentare nuovi linguaggi, e la ricerca di una (mille...) libertà di espressione senza distinzione tra i generi.

Abbiamo bisogno di adesioni ma anche di proposte (anche - perchè no...- di scossoni e di critiche) da discutere pubblicamente nella giornata del 15 marzo.
Vi invitiamo a dare voce a questo gesto di ribellione contro il silenzio.

cordiali saluti
Beppe Gaudino

Per adesioni scrivere a gaundri@tiscali.it

PIATTAFORMA RING 13/12/05

In quanto libera associazione di registi indipendenti in attività ormai da oltre due anni, il RING è stato sollecitato da più parti a prendere posizione rispetto allo stato attuale del cinema italiano. Quella che segue è la sintesi delle nostre idee, articolate in una serie di proposte concrete, che intendono contribuire alla discussione in atto, in previsione di nuove e più adeguate norme di regolamentazione del nostro settore.

Senza catastrofismi inutili ma anche senza ottimismo ipocrita, i registi di RING ritengono il cinema italiano giunto ad un preoccupante grado zero produttivo e distributivo. Un processo che riflette quello più generale di un’evidente assenza di politiche culturali nel nostro Paese. A tutto ciò vanno ad aggiungersi la disunione imperante nel nostro settore e la mancanza di solidarietà interna, che ne hanno indebolito la credibilità e avvilito la dignità professionale. Vi è infine una pressoché totale assenza di programmazione nel campo della ricerca e dello sviluppo di nuove forme espressive e di nuovi talenti, parte essenziale di ogni industria sana, soprattutto se basata sulla creatività. Questo stato di cose ha fatto sì che la nostra generazione, in particolare, soffra a tal punto della drastica restrizione dell’impresa culturale nel mercato cinematografico, che l’accesso ai mezzi di produzione non solo non è più incentivato, ma scoraggiato e in molti casi reso impossibile.
Volendo, potremmo parafrasare Pasolini, dicendo: noi sappiamo. Sappiamo i nomi dei responsabili, politici e no, di questo stallo che ha comportato nel giro di pochi anni la decimazione della produzione cinematografica, e la falcidia di quanto di buono è germogliato nel decennio di fine secolo: con l’unica eccezione ob-legis della produzione di fiction televisiva, che in molti casi ha assorbito i lavoratori del nostro settore, dai registi ai tecnici, funzionando da placebo sulla gravità della situazione, e che per altro dimostra come un mercato interno possa ancora esistere, perché esiste un pubblico potenziale. Non per questo, però, si può pensare che la fiction televisiva possa sostituire il cinema.
In questo Paese si continua a chiamare "prodotto" un film con un’accezione economicistica pur sapendo che non esiste un vero mercato. Prima di tutto, RING rifiuta decisamente l’idea diffusa secondo cui il mercato possa essere assunto come unico parametro di qualità per giudicare il valore di un’opera cinematografica: ma allo stesso tempo, non crede che l’intervento statale unicamente regolato da commissioni che ne valutino l’interesse culturale sia la soluzione. Rifiutiamo un simile criterio di valore, perché ghettizza il cinema come arte improduttiva e vetusta: rivendichiamo invece l’enorme e insostituibile capacità di analisi del reale del cinema, che pochi altri mezzi della cultura di massa posseggono, e la sua primaria esigenza di dialogare con un pubblico, preciso e differenziato, dunque che non coincida con il pubblico della tv generalista, retaggio di una cultura "audience-dipendente".

Se dev’esserci un mercato, come inevitabilmente crediamo debba esserci, allora che sia un mercato autentico Il sistema politico-ministeriale di finanziamento, seguendo i parametri dell’ultima legge, al momento propone l’idea risibile di un 50% di libero mercato guidato dall’assistenzialismo statale. Noi pretendiamo al suo posto un mercato aperto, incentivato e reale, che permetta una concorrenza equa, senza abuso di posizioni dominanti, e che ci sbarazzi una volta per tutte del farsesco duopolio cine-televisivo che ha soffocato e umiliato lo spirito d’impresa, che era in passato uno dei fattori di libertà e di qualità del nostro cinema. I produttori devono liberarsi dal loro destino di sub-appaltatori delle emittenti televisive, e tornare ad essere realmente indipendenti: e cioè, impresari che rischiano, in un mercato che incentivi sia la distribuzione nelle sale, sia l’acquisto di film italiani da parte dei broadcaster, come accade in Francia e perfino negli Stati Uniti, dove da oltre 50 anni esiste una seria legge antitrust del settore. Del resto, la qualità cinematografica non si ottiene pretendendo di selezionare la bontà del prodotto e dei suoi ingredienti, come sostiene l’attuale governo con i suoi suggeritori, ma moltiplicando la ricerca e la produzione di opere nuove, di diverso tipo e formato (inclusi documentari, corti e mediometraggi) a fianco di quelle dalla formula consolidata, come accade in qualsiasi altra industria Di fronte alla mancanza di volontà politica di affrontare questo nodo cruciale, si è arrivati a soluzioni patentemente autolesioniste. In un mercato in cui ogni anno vengono distribuiti circa 180 film USA, la produzione di film italiani è stata nei fatti più che dimezzata, senza escogitare altro che un risibile reference system artistico come garanzia di qualità. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: invece di sostenerne la vitalità attraverso la diversificazione dell’offerta, si è scelta la contrazione, l’omologazione, l’appiattimento delle opere su standard cinematografici telecompatibili.
Riteniamo che non solo a beneficio degli autori cinematografici, ma di tutti i lavoratori del settore audiovisivo e, ciò che più conta, di tutti i cittadini italiani, sia giunto il momento di pretendere dalla politica, dopo 30 anni di provvedimenti parziali e inefficaci, una soluzione.
Chiediamo pertanto:

1) che sia messa allo studio una rigorosa legislazione in materia di antitrust, sulla falsariga di quelle esistenti nei paesi industrialmente avanzati, primo fra tutti gli Stati Uniti d’America. Una legislazione che:

- stabilisca quote massime di mercato per i singoli soggetti nella produzione, nella distribuzione, e nell’esercizio, e in tutti i segmenti successivi della filiera di sfruttamento dell’opera filmica.

- stabilisca che nessun paese possa superare il 50% delle opere filmiche in distribuzione nell’anno solare.

- che non permetta la verticalizzazione del mercato, ovvero il controllo da parte di una sola impresa e dei suoi comparti di tutta la filiera, dalla produzione allo sfruttamento di un’opera cinematografica in tutte le sue forme. La verticalizzazione dev’essere vietata in quanto distorce il mercato, chiudendolo ai soggetti indipendenti: al contrario dev’essere sostenuta in primo luogo l’attività di quelle imprese che stipulino contratti con soggetti il più possibile differenziati.

- che risolva in modo definitivo l’annosa questione della libertà d’impresa televisiva attraverso una normativa in grado di assicurare una reale concorrenza nel settore.

- che apporti alla normativa vigente correzioni sostanziali in direzione di un’apertura realmente concorrenziale del mercato. In attesa della cancellazione della legge sulla cinematografia in vigore, occorrerebbe stabilire ad esempio che il diritto di accesso ai fondi pubblici sancito venga limitato a quei produttori che hanno una quota reale della produzione nazionale inferiore al 10% del totale, in modo da compensare le evidenti iniquità della situazione attuale, dove si sostiene unicamente chi ha successo commerciale.

Perché il futuro governo possa essere in grado di attuare riforme di legge significative, chiediamo inoltre che sia garantita un’effettiva discontinuità negli organismi dirigenti delle istituzioni pubbliche del settore, come segno di una responsabilizzazione politica che è premessa indispensabile ad un serio cambiamento di politica culturale.
Riteniamo infatti che l’ingerenza praticata fino ad oggi dai partiti politici con una sistematica lottizzazione delle cariche dirigenziali con le conseguenze clientelari e nepotistiche nell’ambito della produzione culturale, sia tra i maggiori responsabili dell’abisso di ambiguità ed autocensura a cui molti autori sono costretti da anni, in un clima di lavoro profondamente antidemocratico e antieconomico.
Lo Stato, al contrario, deve farsi garante reale di un equo accesso alla competitività, e creare una authority che possa sanzionare gli eventuali trasgressori.
Auspichiamo pertanto che si adottino misure che assicurino l’indipendenza della televisione pubblica dai governi, e la creazione di un Ente Nazionale per il Cinema che per organismi interni e funzioni sia del tutto indipendente dal Ministero per le Attività Culturali.
Non chiediamo allo Stato assistenzialismo, ma prima di tutto la tutela di un mercato strutturato in modo democratico, che incentivi la crescita, l’indipendenza e la moltiplicazione dei soggetti d’impresa, unica garanzia all’esistenza di una pluralità di voci. A questo scopo andrebbe istituito un nuovo fondo di finanziamento specifico per la cinematografia nazionale, che sostenga non la singola impresa-film, ma un progetto editoriale a lungo termine di varie imprese produttive.

A nostro avviso, un mercato pluralista deve essere regolato a tutela dei soggetti portatori di sviluppo: nuovi registi e nuovi attori, ma anche nuovi produttori e nuovi esercenti.
In questa prospettiva, la maggiore diffusione delle sale cinematografiche sul territorio deve essere un obiettivo prioritario di ogni seria politica culturale. Solo un mercato allargato e fortemente differenziato può rilanciare una libertà editoriale al momento inesistente. Finché non avremo decine, centinaia di nuovi produttori in concorrenza, portatori di contenuti e progetti culturali quanto più diversi e originali, il mercato cinematografico sarà falso e truccato.

2) Allo stesso tempo, rivendichiamo la necessità di una protezione del mercato interno dalla subalternità alle necessità di esportazione del mercato internazionale (in principal modo quello statunitense) attraverso principi che raccolgano lo spirito normativo di altri paesi europei come la Francia. Uno spirito, dunque, che non sia restrittivo verso l’ingresso del meglio che arriva da fuori, ma fortemente "ribilanciato" con strumenti che sostengano un giusto equilibrio tra prodotto interno e d’importazione. Sostentiamo per questo la necessità di una spinta alla creazione di risorse finanziarie per la cinematografia attraverso leggi incisive come quella della Corea del Sud negli anni Novanta, che vincolava l’importazione cinematografica all’obbligo di produzione di cinema nazionale: leggi per altri versi discutibili, ma sotto questo profilo indubbiamente efficaci.

La nostra richiesta di misure di tutela del mercato interno si basa prima di tutto su una garanzia di distribuzione reale del prodotto cinematografico in sala. Riteniamo questo il punto più trascurato da tutta la produzione legislativa passata, e per converso il più importante. Senza una distribuzione adeguata e mirata, la produzione di film diventa un inutile spreco di risorse e un’opera di mero assistenzialismo, frustrante per gli autori e dannosa per lo Stato. Il distributore deve da una parte ottemperare obblighi precisi nei confronti delle opere di cui si assume la diffusione, dall’altra essere agevolato insieme all’esercente da cospicui incentivi a sostegno delle opere italiane ed europee. Ogni singolo distributore deve assicurare un numero minimo di copie da mandare in sala, sotto il quale il film non può intendersi immesso nel mercato, ma allo stesso tempo dev’essere stabilito un numero massimo di copie sopra il quale si produce una monopolizzazione delle sale. A questo scopo va elaborato un sistema di equo noleggio del numero degli schermi complessivi, che permetta alle distribuzioni di cinema italiano se non pari almeno proporzionali opportunità di accesso alle sale rispetto a quelle straniere. S’intende che una simile regolamentazione deve investire anche tutti gli altri stadi di diffusione del prodotto, televisioni e distributori di home-video inclusi. Consideriamo essenziale inoltre un’estensione del sostegno distributivo a prodotti cinematografici indipendenti attraverso l’inclusione di nuove tecnologie di diffusione come la proiezione digitale in sala, il dvd e internet all’interno del processo distributivo, non come stadio successivo e discrezionale, ma come mezzi specifici che vadano ad integrare il numero minimo obbligato di copie di prodotto in circolazione a carico del distributore.

Il primo nodo da sciogliere è quello dell’intervento televisivo sulla produzione cinematografica, che dovrebbe tornare ad essere sinergico ad essa, e non potenzialmente antagonista. In tal senso, la programmazione di cinema nazionale sui canali televisivi nazionali, specie quelli pubblici, dovrebbe essere incentivata forzatamente con misure di legge, come accade per esempio in Spagna. L’apporto produttivo televisivo dovrebbe essere destinato principalmente ad opere cinematografiche indipendenti, secondo la definizione che ne dà la legge francese: e cioè, verso le opere prodotte da quelle società che sono in grado di concordare una prevendita televisiva dei diritti esclusivi di antenna fortemente limitata nel tempo e nel numero delle repliche, di modo che l’opera possa essere rivenduta ad altre emittenti dopo un breve periodo di tempo, svincolando la televisione dal ruolo di committente ed usufruttuario unico.
A questo va aggiunta la limitazione ad un solo tipo di diritto di sfruttamento acquisibile da una televisione o da una sua società affiliata oltre quello di antenna: ad esempio, chi possiede il diritto di sala non può avere quello di home theater, di vendita internazionale, o di pay per view. La concessione di due soli diritti di sfruttamento da parte di un soggetto televisivo dovrebbe essere pregiudiziale perché l’opera possa usufruire di finanziamenti pubblici o privati destinati a un prodotto indipendente.

E’ necessario inoltre studiare un nuovo sistema di incentivazione che favorisca la nascita di collaborazioni internazionali, sotto forma di coproduzione ma anche di supporto per la vendita all’estero dei film nazionali, come di recente attuato, ad esempio, dal governo inglese. Tali norme sono frutto di reciproci accordi internazionali tra paesi, e rientrano appieno tra i propositi e le norme dettate dalla Comunità Europea. In assenza di reali possibilità di trovare partner stranieri per la produzione di film nazionali, è puramente utopistico pensare che un produttore indipendente possa reperire sul mercato il 50% del budget di un film, condizione attualmente necessaria ad accedere ai fondi statali.

3) Come ulteriore impulso alla pluralità, andrebbe previsto un incentivo tanto pubblico che privato al mercato interno, destinato alla promozione di nuove imprese produttive indipendenti, che si basi sul concetto, per noi imprescindibile, di finanziamento del settore ricerca e sviluppo.
Anche in questo senso, basterebbe non eludere ma applicare le direttive europee esistenti in materia di finanziamento, che destinano parte cospicua degli investimenti televisivi sul cinema ad opere di ricerca e a nuovi autori. Per questo riteniamo essenziale che una parte del finanziamento pubblico, di quello privato (creato attraverso misure di tax-shelter) e dell’apporto televisivo sia destinato a opere di ricerca o di nuovi registi. Nel caso specifico della produzione televisiva, parte della politica culturale dovrebbe riguardare la creazione di un laboratorio cinematografico per far emergere nuovi talenti, che contempli il basso costo produttivo come ulteriore incentivo e non come limitazione espressiva. Simili esperienze, in paesi europei come l’Inghilterra, continuano ad essere un serbatoio di idee fondamentale per il cinema nazionale: e sono le idee l’unica merce corrente in questo mercato.

Sempre in riferimento al settore ricerca e sviluppo, va aggiunta la necessità di ristrutturare totalmente la formazione, che al momento soffre della paradossale situazione per cui su tutto il territorio nazionale esiste una sola scuola pubblica di cinema. Andrebbe al contrario pensato un sistema complesso e diffuso di istituti di formazione cinematografica, dove almeno ogni regione abbia la propria scuola che garantisca l’accesso alla professione anche a soggetti provenienti da fasce sociali meno rappresentate nella cultura italiana, compresi gli immigrati. A questo andrebbe aggiunto un programma di alfabetizzazione cinematografica nelle scuole, che permetta una maggiore sensibilizzazione degli studenti nei confronti delle opere filmiche.

Per giungere al nuovo sistema pluralista di circolazione delle opere che prospettiamo, riteniamo in sintesi fondamentale:

a) L’adeguamento della legislazione sul finanziamento televisivo alle direttive europee vigenti, e operanti in altri paesi.
b) La regolamentazione degli obblighi delle televisioni generaliste in chiaro, pubbliche, private e satellitari con una percentuale fissa di investimento sulla produzione e l’acquisto di prodotti cinematografici nazionali.
c) La più ampia differenziazione delle fonti pubbliche di finanziamento, che includa l’apporto di Regioni, Enti locali e Fondazioni private nei progetti di finanziamento a fianco dell’intervento statale.
d) Un sistema di agevolazione fiscale e tax-shelter che permetta la deduzione di denaro destinato al cinema da parte di privati e un credito di imposta destinato esclusivamente ai nuovi soggetti imprenditoriali, con incentivi speciali per la giovane imprenditoria e l’imprenditoria femminile.
e) La reintroduzione delle tassa sul prezzo del biglietto, e il prelievo di una quota percentuale sugli incassi delle reti televisive, sul prezzo di vendita dei dvd e degli altri supporti audiovisivi.

In conclusione, crediamo che in questa ennesima occasione di rinnovamento occorra rifiutare qualunque provvedimento parziale. È stata proprio la logica di mediazione ad oltranza, negli interventi legislativi che si sono succeduti negli ultimi venti anni, a creare i presupposti per le attuali storture del sistema e per il declino della nostra cinematografia. La scomparsa del minimo garantito della distribuzione e ora anche dalla pay TV, e la drastica riduzione delle risorse dalle TV generaliste, hanno determinato una situazione perversa, in cui lo Stato diventa, in sostanza, l’unico vero finanziatore del rischio d’impresa, con la conseguenza di un peso sempre più determinante e deleterio delle spartizioni partitiche sul mercato cinematografico, fino a far assumere alla politica un ruolo di "committenza nascosta".
Solo riconoscendo lo status strategico del cinema nel settore degli audiovisivi sarà possibile riavviare un processo virtuoso di produzione: se tutta la filiera parteciperà al rischio, sarà motivata a garantire la massima circolazione delle opere prodotte.

Del resto, è evidente che al momento in Italia non esista alcuna politica culturale, ma che al contrario, la cultura sia considerata a tutti gli effetti una spesa superflua Il paradosso davanti a cui ci troviamo è che il mercato è indicato dalla legislazione attuale come l’unico catalizzatore in grado di operare una selezione della bontà dell’impresa cinematografica: ma allo stesso tempo tale mercato è mortificato da leggi corporative che favoriscono sistematicamente il più forte sul più debole, il già fatto sul nuovo, il vetusto sull’innovativo. Le misure a cui RING ha fatto cenno in questo documento non sono che premesse per un mercato concorrenziale, che solo assieme ad una politica culturale definita può ristabilire in Italia un certo livello di libertà di espressione e di circolazione di idee. Solo così si potrà sperare di riaffermare il ruolo del cinema nazionale come veicolo della cultura italiana nel mondo, della storia politica, estetica, filosofica, economica e industriale del nostro tempo.
Se l’Italia non sarà in grado di rilanciare la sua produzione cinematografica riportandola di nuovo ad un livello paragonabile a quello dei maggiori Stati europei, la sconfitta sarà di tutto il Paese e del suo prestigio culturale. Non si tratta solo di difendere la nuova classe di disoccupati cronici che questa politica sta creando, ma anche lo spettatore italiano, privato della sua identità, della sua cultura e della reale possibilità di scelta.
Il mondo politico che si troverà a riformare la legislazione esistente non può più continuare ad eludere queste richieste o a sorvolare sulla loro urgenza. Se l’obiettivo dev’essere un vero cambiamento, la questione culturale, di cui il cinema è parte integrante, dovrà essere posta in posizione prioritaria nei programmi di governo Rivendichiamo per questo il nostro diritto a partecipare attivamente ai processi di determinazione delle politiche culturali a venire, e in tal senso ci attendiamo segnali forti e precisi dalle altre associazioni di settore e dal mondo politico. In mancanza di tali segnali, saremo costretti a pensare ad altre e più radicali forme di mobilitazione e di protesta sulle quali, oggi, chiediamo a tutti voi una solidarietà non solo di principio ma di fatto.

Roma, 13/12/2005,
I registi di RING








pubblicato da c.benedetti nella rubrica cinema il 10 marzo 2006