Tenere acceso il cervello

Benedetta Centovalli



Come mio fratello di Uwe Timm (Mondadori, 2005) è un libro da leggere. Non è un testo liberatorio né di riconciliazione con il passato, non potrebbe esserlo. È un libro duro che lavora sulla memoria familiare, la scarnifica fino all’osso. E quell’osso alla fine è la lingua, la lingua della madre e quella paterna, il lessico familiare e la lingua della colpa, che si rincorrono, coincidono, si elidono. Poi c’è la memoria divisa della Germania che obbliga chi legge a guardare dentro la storia dell’ultimo secolo senza uscita di sicurezza. Senza giustificazioni. Non ne sapevamo niente. Abbiamo solo eseguito gli ordini. Così dopo la guerra l’obbligo di eseguire gli ordini ha lasciato in libertà i volonterosi artefici di massacri e stermini, li ha restituiti alle loro professioni e alle loro famiglie. Quello che non si ammetteva era il coraggio di dire no, di contraddire, di non ubbidire. Il coraggio di rifiutare e di essere liberi con la testa, senza il sostegno degli altri, anche a costo della carriera e in opposizione al regime.
Uwe Timm fa i conti con la propria storia, unico superstite di una famiglia tedesca borghese segnata dalla morte giovane e drammatica del fratello maggiore, Karl-Heinz. A diciotto anni Karl - alto, biondo, occhi azzurri - si arruola volontario nelle Waffen-SS, divisione Totenkopf. 1942. Le oneste Waffen-SS, nulla a che fare con i corpi di guardia dei Lager, anche se portavano la stessa uniforme. Era «la realizzazione silenziosa» di quello che suo padre desiderava, in sintonia con la società. Karl muore il 16 ottobre 1943 sul fronte russo in seguito a una grave ferita, gli avevano amputato entrambe le gambe. L’unico ricordo di Uwe del fratello, più grande di sedici anni, è la sua testa bionda mentre lo solleva in aria nella cucina di casa. Poi una scatola di cartone con un diario, lettere, decorazioni, alcune foto, un dentifricio e un pettine. Uwe, il fratello scrittore, quello che era stato in grado di trovare le parole e le controparole per esprimere tristezza o angoscia, interroga ora le parole di Karl sopravvissute nel breve e laconico diario e nelle lettere ai familiari. Soprattutto le parole del diario, tenuto per pochi mesi, senza saltare un solo giorno, dal febbraio all’agosto 1943, interrotto all’improvviso sei settimane prima del ferimento: «A 75 metri Ivan fuma una sigaretta, un bel boccone per la mia mitragliatrice». Annotazioni prive di emotività, referenziali, mute davanti a un macello in corso. Non lasciano passare nulla e sembrano ridurre tutto a una normalità malata, fino al 6 agosto, ultima nota datata: «Proseguiamo». Segue un appunto, privo di data: «Qui chiudo il mio diario perché trovo assurdo fare un resoconto delle cose orribili che a volte succedono». Karl-Heinz avrebbe potuto almeno testimoniare l’orrore?
Tra queste due annotazioni si apre un abisso, quello spazio vuoto in cui Uwe Timm ha radiografato la sua famiglia, segnata dalla complicità e dal silenzio. La madre che aveva cercato di resistere all’onda folle del suo tempo e che poi per tutta la sua lunga vita si era addomesticata i ricordi. Il padre, imbalsamatore e pellicciaio, consapevole dentro la rete. La sorella che si riscatta nell’amore a 72 anni. L’abisso tra le due note di Karl sembra suggerire una risposta possibile e diversa, «significare un no, un non servo, con il quale inizia l’abbandono dell’ubbidienza e che richiede più coraggio di quello richiesto ai carri armati che avanzano per far breccia nelle trincee. Sarebbe il coraggio che porta all’isolamento, che si avvicina all’orgoglio e al dolore del solitario». Contro i padri, contro un’intera generazione il cui stile di vita e sistema di valori hanno reso possibile il nazismo e una lingua violentata dalla colpevolezza.

(Pubblicato su Stilos, 28 febbraio-13 marzo 2006)








pubblicato da b.centovalli nella rubrica libri il 9 marzo 2006