Il bambino e la morte

Antonio Moresco



Non capita tutti i giorni che uno scrittore di largo successo scriva un articolo come quello di Baricco. Non era tenuto a farlo, se ne poteva stare blindato dentro le sue certezze commerciali e le sue soddisfazioni economiche e tirare diritto. Chi se ne frega di non essere amati da quattro letterati quando lo sei da milioni di lettori in tutto il mondo! Invece è uscito allo scoperto, ha messo a nudo la sua fragilità, si è preso dei rischi. Quando succede questo, quando neppure uno scrittore come Baricco riesce più a stare a un simile gioco, vuol dire che la crepa si sta allargando.
Baricco e io abbiamo storie personali ed editoriali completamente diverse. Lui è l’emblema dello scrittore baciato dal successo, io di quello che ha avuto la vita dura. Lui ha tanti lettori, io pochi. Lui guadagna un sacco di quattrini con i suoi libri, io quasi nulla. Lui è lo scrittore facile, io quello "difficile", ecc… Proprio per questo, proprio perché siamo scrittori tanto diversi e addirittura agli antipodi, mi sento libero di comprendere e di rispettare anche le sue ragioni.

"D’improvviso mi è sembrato così falso starmene lì" scrive Baricco "come una bella statuina, a prendere sberle dal primo che passa."
Così il bersaglio non è rimasto fermo, si è mosso. Non ci sta più a essere liquidato con quattro battute dalle stesse persone che lodano invece libri modesti ma più presentabili, minimalisti e compunti, quando non sono essi stessi affetti dallo stesso bellettrismo iperletterario che non sopportano invece nel loro bersaglio.
"Per quello che ne capisco" scrive ancora Baricco "i miei libri saranno presto dimenticati, e andrà già bene se rimarrà qualche memoria di loro per i film che ci avranno girato su. Così va il mondo. E comunque, lo so, i grandi scrittori, oggi, sono altri."
Parole scritte dallo scrittore che passa per il più narcisistico e supponente che ci sia in circolazione. Quanti altri scrittori, anche di minore successo commerciale di lui, avrebbero il coraggio di scrivere una cosa simile?

Gli scrittori come Baricco suscitano ostilità in quelli che, in fondo, vorrebbero le stesse cose ma non ce la fanno ad ottenerle, che non riescono come lui a sbancare il casinò. Baricco è il bambino fortunato che trasforma in oro tutto quello che tocca, come il mitico Creso. Io invece, di fronte a persone che appaiono troppo fortunate, provo compassione e commiserazione, perché vedo anche tutto ciò di cui la fortuna li ha privati, perché, come dice Erodoto parlando delle città del passato: "Quelle che un tempo erano grandi, ora per lo più sono diventate di scarsa importanza; mentre quelle che ai tempi miei sono grandi, prima erano trascurabili."
Una simile ondata di ostilità si era vista anche ai tempi di Va’ dove ti porta il cuore della Tamaro, il cui successo era parso intollerabile a molti, che se ne sarebbero stati tranquilli se il libro non avesse venduto tanto. Mentre, se si fosse invece cercato di capire cosa poteva significare un simile spontaneo e naturale successo di pubblico (come facevano gli scrittori del passato nel caso di libri loro contemporanei, anche se di scrittori cosiddetti "minori") avrebbero capito cosa c’era nella pancia della società, cosa stava bollendo in pentola e cosa sarebbe successo di lì a poco nel nostro paese. Ma per farlo bisognerebbe essere vivi, avere passione, anche di conoscenza, mentre queste persone non ci credono più da tempo, non sono in grado di vedere quante e quali cose possono ancora passare attraverso la letteratura, a ogni livello.

La storia di Baricco è singolare. Esaltato in un primo momento da influenti critici e operatori culturali, vincitore di premi prestigiosi come il Viareggio, ha potuto assaporare nello stesso tempo la gloria del successo di pubblico e di quello degli specialisti. Era l’enfant prodige a cui molti guardavano con ammirazione. Poi, a poco a poco, è diventato l’esempio negativo, lo scrittore che tutti si vergognano di avere precedentemente lodato e cooptato. Alcuni dei padrini di un tempo gli hanno voltato le spalle. Il successo di pubblico continua e Baricco può addirittura lasciare le major e mettersi editorialmente in proprio (che sia una delle ragioni di questo ostracismo ormai incontrollato?). Ma negli ambienti colti o presunti tali è diventato ormai lo scrittore impresentabile, la puttana che tutti possono permettersi di sbeffeggiare ricavandone status a poco prezzo. I conformisti baricchiani di ieri sono diventati in molti casi i conformisti antibaricchiani di oggi. Che cosa è successo? I suoi primi libri erano tanto meravigliosi e i suoi ultimi fanno tanto schifo?
E’ da un po’ di tempo che questo spettacolo mi dà fastidio. Adesso anche Baricco mostra pubblicamente la sua esasperazione. Non nasconde la crepa che si è aperta anche dentro di lui. Mi viene in mente Francis Scott Fitzgerald, che a un certo punto della sua vita vive un’esperienza di crollo e ne scrive in modo disarmato e "infantile" in un testo straordinario per sincerità e radicalità (The Crack-Up). Criticato per questo anche dagli scrittori suoi amici, come Hemingway, il quale gli obietta che certe cose bisogna trasfigurarle nelle opere letterarie oppure non parlarne affatto (la stessa persona che si sparerà in testa con un fucile da caccia grossa!). Non sto paragonando Baricco a Fitzgerald, voglio solo dire che, a volte, proprio gli scrittori più "fortunati" vedono più da vicino la crepa che si apre nella maschera della fortuna e indovinano cosa c’è dietro.

Se molti lodano i primi libri di Baricco e disprezzano quelli successivi, a me invece interessano proprio gli ultimi. Non che non ne veda bene anche la ruffianeria, la paccottiglia, il virtuosismo, i personaggi che si scambiano battute come in uno spot pubblicitario ecc… Però mi arrivano evidentemente anche altre cose che mi prendono e a volte addirittura mi commuovono. Ma è il trionfo del kitsch -sento ripetere da tutte le parti- il mid-cult, scrittura pubblicitaria, di secondo grado! E a dirlo sono, in molti casi, gli stessi che per anni hanno teorizzato la letteratura "di secondo grado" come unico orizzonte possibile in questa epoca. Che vanno in estasi per questo tipo di scrittori, siano essi di "genere" o di "genere letteratura", basta che siano sufficientemente controllati, disincantati, smaliziati, autoironici. Come vanno pazzi per le musiche cinematografiche di Morricone, ad esempio, proprio per il loro aspetto traslucido, postmusicale, scafato. Ma allora perché non sopportano Baricco?
Perché, a mio parere, assieme al debordante aspetto "pubblicitario", in Baricco c’è anche un debordante aspetto "infantile". In lui c’è sì molto calcolo, molta furbizia ecc… ma c’è anche un abnorme abbandono infantile, a suo modo sincero, che mi sembra crescere sempre più col tempo e che sta invadendo anche altri aspetti della sua vita (l’articolo-sfogo appena uscito, la sua nuova impresa editoriale ecc). E’ questa sproporzione infantile, che per altri è solo narcisismo e patologia, la cosa che mi arriva e mi tocca e che mi rende meno facilmente decifrabile e liquidabile la sua figura. Perché lo so bene che pubblicità e dimensione infantile operano dentro la stessa fascia d’ozono, ma è anche vero che al suo interno si possono comunque giocare molte cose e che una sproporzione tra i due aspetti può aprire e scombinare persino quello che sembrerebbe un gioco prevedibile e chiuso.
Qualche anno fa mi era venuto in mente di scrivere un lungo racconto intitolato Il paese dove nessuno sa niente, che poi non ho scritto. Doveva essere la storia di un uomo che arriva in un paese e si accorge con enorme stupore che lì nessuno sa niente, nessuno ha mai letto un libro né conosce l’esistenza dei libri. Il nuovo arrivato comincia a raccontare con parole sue i libri che ha letto, ammaliando gli abitanti di quel paese. Tutta la loro vita cambia, avvengono sconvolgimenti. Attorno a questo straniero si intrecciano relazioni e modi di vivere nuovi, le donne si innamorano di lui, ecc ecc. Non lo so come sarebbe andato a finire questo racconto, ma credo non bene.
Baricco è lo scrittore di quel paese. Quelli che storcono la bocca perché credono invece di far parte del paese dove si sa tutto, a forza di sapere tutto o di credere di sapere tutto sono diventati anche loro parte del paese dove nessuno sa niente, sono arrivati per un’altra via allo stesso punto. Baricco porta alla luce questa dimensione, di cui è parte. Ma lo fa con infantile e stregonesca sincerità, se no non "funzionerebbe" così tanto. Crede che tirare fuori una "bella storia" possa riscattare la vita e sia il fine ultimo della letteratura. I suoi personaggi si incontrano in certi snodi, come nei romanzi di una volta nelle locande o al cambio dei cavalli, e lì si scambiano storie e proiezioni di vita. C’è in lui un sentimento perenne di meraviglia, come di uno appunto capitato in un paese dove nessuno sa niente e che, in questa tabula rasa, deve fare partecipi gli altri delle storie che sa. In questo coglie un aspetto reale della situazione presente, di un paese e di un mondo dominato dalla dimensione pubblicitaria e televisiva azzerante. Certo, anche la meraviglia può fare tutt’uno con questa dimensione, ma ci si possono liberare dentro anche altre possibilità e altre forze. Scrive Kierkegaard nei suoi diari: "E’ un punto di partenza positivo per la filosofia, quando Aristotele dice che la filosofia comincia con la meraviglia, e non come ai nostri tempi con il dubbio."

Lo so bene, non c’è solo questo modo di stare dentro al presente, alle sue rappresentazioni e alle sue macchine di addomesticamento. C’è anche quello di mettersi di traverso, di aprirlo, di sfondarlo, di fargli venire fuori le viscere, l’anima, di liberare al suo interno forze e disperazioni e prefigurazioni che non sapevano nemmeno di esistere fino a un secondo prima. Baricco invece vi aderisce in modo diretto, ed è per questo che appare così credibile ai suoi lettori, così vicino alla loro dimensione e alla loro vita. Per questo, oltre che per le ragioni più corrive mille volte ripetute, Baricco ha trovato tanti lettori in questi anni, è proprio questo che è stato colto a livello emozionale dai tanti. E’ su questa fragilità infantile e su questo sogno "pubblicitario" della vita e anche della letteratura che si è creata identificazione.
Ma c’è anche un’altra cosa da dire. In Baricco, e in particolare nei suoi ultimi libri, è sempre più incombente la morte. I suoi personaggi cercano di difendersene e di esorcizzarla attraverso un bel gesto finale che li renda esemplari e indimenticabili. Una dimensione sentimentale, ultraromantica e pop, che è l’altra faccia di quella pubblicitaria pervasiva di questa epoca. E’ proprio per questo, è perché ormai questa crepa è talmente visibile da apparire quasi indecente, che sono riuscito a leggere i suoi ultimi libri e non i primi (con l’eccezione di Novecento), che non nascondo di averli letti con più partecipazione e interesse di tanti altri piccoli libri che invece ricevono il plauso della critica "seria". Qui, in questa megalomania infantile, sono trasportato nell’indistinzione tra dimensione pubblicitaria e mitizzazione, qui c’è qualcosa che mi avvicina di più a quanto sta succedendo realmente nell’immaginario della nostra epoca e della nostra specie. Questa vita è sempre più al cospetto della morte. Il bambino crede di esorcizzarla inscrivendola in un gesto pubblicitario e sentimentale mitico e unico. Ma non è questa la dimensione in cui vivono oggi le maggioranze degli uomini e delle donne?
Alla fine di questo libro mi è venuto addirittura da pensare che se Baricco morisse adesso, magari tragicamente (auguro lunga vita a Baricco!), diventerebbe anche lui un mito. Perché anche i suoi libri sono fatti della stessa labile e ingannevole sostanza del mito diventato pubblicità. L’identificazione sarebbe totale, milioni di persone inscriverebbero anche la sua vita e i suoi libri dentro la propria vita e la propria morte, anche se i suoi frettolosi sbeffeggiatori non ne capirebbero la ragione.

Che cosa c’è dietro la maschera pubblicitaria della fortuna? Il bambino fortunato ha visto che dietro la maschera evanescente della fortuna c’è la morte e ne è rimasto turbato e sconvolto. Quella che incombe su tutti e quella che incombe anche su di lui, come uomo e come scrittore. Ma è esattamente quello che c’è dietro la maschera della nostra epoca e del nostro mondo. Cerca di aggirarla e di sublimarla mediante il suo sogno pubblicitario e infantile. Come il protagonista del suo ultimo libro che si costruisce una pista che faccia un tutt’uno con la sua vita, su cui lei possa, alla fine, ormai vecchia, correre regalandogli qualche istante di immortalità.
E’ questo sgomento dell’uomo-bambino che vede la morte dietro la maschera della pubblicità della vita e della fortuna che -al di là del buonismo, degli insopportabili vezzi stilistici e grafici, degli ammiccamenti, delle bellurie- arriva anche a me.
Non è scontato -come pensa Baricco stesso- che nel tempo che ci aspetta i suoi libri (ben più dei film che ne sono stati tratti) siano destinati a essere dimenticati.








pubblicato da a.moresco nella rubrica libri il 8 marzo 2006