Sei capace di fare una rana?

Ingrid Coman



Più di un’ora che la stanno massacrando e ancora si muove, come se la vita, nel frastuono dei calci e delle grida, non trovasse il punto giusto da dove uscire.

"Ancora ti muovi, schifosa?" ripete ostinato Matteo, corrugando la fronte e facendo svolazzare i suoi ricci rossi mentre picchia con la punta della scarpa nel ventre della creatura.

Cerca di dosare i suoi colpi in modo da ucciderla senza spaccare la pelle bianca e tenera della sua pancia: gli hanno appena regalato gli scarponcini scamosciati chiari, se ne è vantato per tutto il pomeriggio, e non vuole sporcarli.

Poi Sandro, che non ha problemi di scarpe nuove perché indossa sempre quelle usate del fratello maggiore, gli calpesta i piedini fino a farli diventare una cosa sola con la terra, tanto che sono affondati nella polvere grigia e sembrano le radici di qualche pianta esotica.

Solo la testa è rimasta intatta, con gli occhi che rifiutano di chiudersi e sembrano fissare il mondo in stupita attesa. Mi mette paura sapere che sono ancora vivi, sembra che mi sgridino e mi accusino; avrei voluto che le sue palpebre si abbassassero come quelle delle bambole quando le metti giù.

Io non partecipo alla spedizione punitiva e le mie scarpette di vernice rosa sono salve. Taccio e guardo. Ma il mio silenzio pende dalla parte sbagliata. Non ho il coraggio di contraddire i miei compagni maschi. Una bambina educata deve andare d’accordo con tutti.

La rana non si muove più. Il freddo le ha paralizzato anche gli ultimi spasmi.

Ce l’abbiamo fatta: l’abbiamo uccisa, quattro scarponcini e un silenzio impaurito hanno cambiato il suo destino di piccola ranocchia curiosa e saltellante e scaraventato la sua vita chissà dove.

Ricordo ancora le parole del libro di zoologia: solo pochi esemplari di girini sopravvivono, gli altri vengono mangiati prima che diventino adulti. Già, ma se poi il girino più vivace e coraggioso, l’eroe di tutti i girini, una volta adulto, deve fare i conti con gli scarponcini di due bambini annoiati? Questo il libro non lo diceva.

Sandro si pulisce gli stivali sull’erba, insistendo ostinato sulla punta. Per un attimo ho l’impressione che cerchi di scrollarsi di dosso l’anima della rana, rimastagli appiccicata allo stivale nella confusione dell’assalto, e d’istinto controllo anche le mie. Poi allungo il passo verso casa dietro ai miei compagni.

Entriamo e Matteo corre da mia nonna a raccontare il suo gesto eroico, come per chiedere un premio al valore o almeno una fetta di torta alle mandorle.

Vedo gli occhi lucidi della nonna e capisco che il premio di pasta sfoglia non ci sarà. Lei mi cerca con lo sguardo senza dire niente. Poi prende Matteo per le spalle, si abbassa fino a che i loro visi quasi si sfiorano, faccia a faccia, costringendolo a guardarla negli occhi.

"Sei capace di fare una rana, tu?"

"Ehmmm….no" balbetta Matteo, gli occhi sbarrati e il disegno della bocca piagnucolante.

"Allora non puoi neanche ucciderla!"

Poi prende i due amici, schiacciati spalla contro spalla dalle sue mani decise e li mette fuori dalla porta. Per un po’ rimangono ancora uniti, come se quell’inaspettata punizione li avesse resi siamesi, più fratelli nella paura che nell’eroismo.

Poi Matteo tira su col naso, piagnucolante, e si mette a correre verso casa, senza vittoria e senza trofei di pasta sfoglia, deluso e umiliato come un guerriero che di colpo si accorge del suo cavallo finto e della sua armatura di carta pesta. La luce fuori si sta indebolendo, ma non abbastanza da non farmi notare la macchia scura che si allunga sui suoi pantaloni di velluto celeste, imbrattando le sue scarpe nuove. Ecco, il mio eroe preferito dai boccoli ramati si è appena fatto la pipi addosso.

Sandro lo segue, svogliato, le mani affondate nelle tasche dei pantaloni deformi, più dispiaciuto per il gioco interrotto che per i rimproveri di mia nonna. Dà un calcio a un sasso, sputa con enfasi e se ne va senza fretta.

Chiudo la porta dietro di loro, soffermandomi su ogni movimento, come al rallentatore. Potrei stare qui a chiuderla e aprirla tutta la notte, penso, finché le sue e le mie giunture non cederanno. Sarebbe infinitamente meglio delle parole che devo affrontare fra poco. Come sono corti certi minuti, finiscono prima ancora di cominciare, nemmeno il tempo di sbattere le palpebre una volta. A volte immagino il tempo come la mia gomma americana da allungare e accorciare come voglio.

Ma la nonna non mi sta guardando. I suoi occhi verdi sono abbassati su un ricamo di fiori d’arancio.

C’è già la cena pronta ma lei non mi farà compagnia stasera.

Decido di andare a letto senza mangiare. E’ come se volessi punirmi da sola per redimermi dalla rabbia silenziosa di mia nonna e dal fardello inutile del mio senso di colpa.

Mi chiedo se sognerò le rane stanotte, o gli scarponcini di Matteo battezzati dalla pipì, o i fiori d’arancio infilati nell’ago di mia nonna come fossero farfalle, o una porta da aprire e chiudere per l’eternità. Sono stanca e i pensieri mi scivolano sotto le coperte come la polvere che scaccio sotto il tappeto quando tocca a me scopare il salotto. Ho sonno. Chissà mai che l’anima di quella ranocchia non si sia posata sulle mie scarpette rosa, nella confusione della sua morte?

Dopo tutto, erano le uniche pulite…

La stessa luce di un pomeriggio di novembre, lo stesso fruscio indefinito di vento e voci indistinte, tra foglie secche e stracci abbandonati sul campo. Ma in mezzo a queste giornate gemelle di un autunno qualunque c’è uno spazio grande abbastanza da farci stare vent’anni di vita, seppure un po’ stipati insieme, come vestiti ingombranti in una valigia troppo piccola.

Seguo il generale Freddi da due giorni; devo consegnare il servizio su di lui prima di venerdì e non ho ancora scritto niente. Sono stanca della sua arroganza e del suo sguardo ammiccante quando ci troviamo a cena. E’ tanto convinto del suo fascino di cinquantenne snellito dalla divisa quanto delle sue doti militari. Sorrido e mi fingo lusingata, la sua benevolenza mi serve davvero in questo momento: se non consegno questo dannato articolo, stavolta potrebbero anche sbattermi fuori dal giornale.

"Sì, lo voglio il caffè, grazie", dico, benché sappia di catrame e mi terrà sveglia anche stanotte.

Ma Freddi non fa in tempo a sfoggiare le sue buone maniere e io, la corteggiata di turno, rimango senza il mio caffè davanti a un’inattesa notizia sussurratagli nell’orecchio da un soldato di guardia.

Si allontana in fretta, dimenticandosi di me; non so perché, ma mi alzo anch’io e lo seguo, come se fossi legata a lui da una corda annodata per gioco. Lui non si accorge e non si gira; ho il fiatone, non è facile stargli dietro e per un attimo quasi desidero che la corda ci sia davvero, per trascinarmi al passo delle sue gambe lunghe e allenate.

Poi finalmente si ferma e posso tirare il fiato.

Devo piantarla lì di fumare, penso, e cerco un posto per sedermi, ma gli spari mi fanno saltare di nuovo su.

Raggiungo il mio generale: il bersaglio del suo piombo impazzito è un giovane soldato dalla pelle olivastra sdraiato a faccia in giù sulla sabbia.

La rabbia di Freddi alimenta se stessa, a ogni colpo segue uno più forte, come in un crescendo di una sinfonia maledetta che sai già che finirà con un improvviso silenzio. Il generale continua a sparargli con accanita forza, ma stranamente quel corpo straziato continua a muoversi, come se la sua anima fosse rimasta intrappolata, nella confusione di quella pioggia di pallottole, e non riuscisse a trovare il punto giusto da dove uscire.

"Ancora ti muovi, schifoso?", grida Freddi, picchiando con la punta dello stivale nel fianco dell’uomo. Ma forse lui nemmeno si accorge più, scaraventato chissà dove, mentre il suo corpo è lì, steso nella polvere, a muoversi senza di lui, nelle convulsioni di quei lunghi minuti.

Le sue mani sono immobili con i palmi all’ingiù, come se improvvisamente cielo e terra si fossero capovolti e lui temesse di cadere. D’un tratto penso alle zampe della rana e alla facilità con cui la carne si mescola alla terra, sempre e ovunque.

L’uomo non si muove più. Giusto in tempo per non sprecare un altro caricatore, penso. Freddi mi ha visto, ma mi volta le spalle e si incammina verso la tenda. Se fa in fretta, troverà il suo caffè ancora caldo.

Davanti alla tazza di alluminio, ancora fumante, mi accorgo che il mio generale si aspetta parole buone ed esige la mia ammirazione, come anni fa Matteo pretendeva la torta alle mandorle. Mi guarda con un sorriso nuovo, illuminato dall’espressione vincente dei suoi occhi, e in quella carica di adrenalina che li fa brillare come di luce propria, io ci vedo le fiamme dell’inferno.

E’ pronto a rispondere alle mie domande fatte su misura, che contengono già le risposte giuste come cioccolatini pre-incartati.

"Lei è capace di fare una rana, generale?" gli chiedo, senza aspettare risposta.

Poi mi alzo e lo lascio lì, con il suo caffè che sa di asfalto rovente, la sua smania da eroe e la sua armatura di carta pesta.

Chi ha detto che l’inviato di guerra è uno spettatore innocente? Chi l’ha detto?

Non scriverò questo articolo; questa lode spiccia all’eroe nostrano, queste parole che mi si appiccicano in bocca e sulle dita come una gomma americana masticata troppo a lungo. Non lo farò, nonna.

Mi chiedo se sognerò le rane stanotte, o gli stivali rabbiosi del generale, inzuppati di fango e sangue, o i giornali freschi di stampa appesi su interminabili fili sopra il fronte, come lenzuola stese ad asciugare. Sono stanca e i pensieri mi scivolano sotto le coperte come l’inchiostro in mezzo ai fogli piegati dei miei appunti.

Ho sonno. Chissà mai che l’anima di quel ragazzo non verrà a posarsi tra le mie braccia stanotte?

Dopo tutto, sono l’unica donna al campo…

Ingrid Coman ha pubblicato La città dei tulipani
Luciana Tufani Editrice 2005








pubblicato da g.fuschini nella rubrica racconti il 7 marzo 2006