Sport batte Arte Contemporanea 4 a zero

Tiziano Scarpa



Poco fa ho visto il telegiornale regionale del Veneto. C’era un servizio sulla mostra a Venezia di una collezione d’arte che Pontus Hulten ha donato a un museo di Stoccolma. Scorrevano le immagini delle opere, ma alcuni degli artisti che le avevano fatte non erano nemmeno nominati.

La giornalista ha posto una domanda anche al direttore di un museo parigino presente all’inaugurazione, chiedendogli se secondo lui questa qui era arte. "Anche le perle nere dentro le ostriche vuote di Rebecca Horn?".

Il direttore del museo ha risposto molto cortesemente, con il sorriso sulle labbra, dicendo che sì, anche questa è arte, perché dopo Duchamp l’artista può prendere qualsiasi cosa e farla diventare eccetera eccetera.

Poi il telegiornale ha mandato in onda quattro servizi sportivi. Non uno: quattro. Due erano resoconti delle partite di calcio del Verona e del Cittadella. (A differenza delle opere d’arte, venivano nominati tutti gli autori dei gol, pali, tiri in porta, parate). Il terzo era un’intervista a un allenatore di pallavolo, in vista di un incontro internazionale fra una squadra padovana e una russa. Il quarto annunciava lo svolgimento di un nuovo torneo di tennis, organizzato da un mecenate, non ricordo se per beneficenza o altro.

Lo so, giornalisti ce ne sono tanti, e questa era solo l’edizione pomeridiana di un sabato pomeriggio qualunque di uno dei piccoli telegiornali locali di una grande nazione pluralista. Non bisogna mai generalizzare.

Ma provate a immaginare un giornalista sportivo che si comporti come l’intervistatrice del direttore del museo.

Scena: il giornalista si avvicina all’organizzatore di un torneo di tennis e gli domanda: "Ma secondo lei due persone in mutandoni che zampettano ai lati di una rete dando padellate a una pallina, è roba che vale la pena di stare a guardare?"

Oppure: prima di una partita di pallavolo, il giornalista avvicina il microfono all’allenatore domandandogli: "Ma perché questi spilungoni si affannano tanto a mollare tremendi sganassoni a quel povero pallone? E perché inorridiscono all’idea che tocchi il pavimento e si buttano a terra epiletticamente per impedirlo? Perché dovrei considerarla una cosa che vale la pena vedere?"

Un giornalista che ponesse una domanda del genere è impensabile in Italia, provocherebbe lo sconcerto della redazione, di tutti i suoi colleghi, dei telespettatori. O forse no: ma solo perché non riuscirebbe nemmeno a ottenerla, la risposta dell’intervistato. Probabilmente l’organizzatore del torneo e l’allenatore troncherebbero l’intervista rifiutandosi di proseguirla.

Non è esagerato ipotizzare che quel giornalista rischierebbe il posto. Come minimo verrebbe destinato ad altri compiti, allontanato dalla redazione sportiva per occuparsi di cronaca, politica, cultura.

Chiunque, oggi, si sente autorizzato a mettere in discussione l’arte della nostra epoca e il valore delle opere, qualunque giornalista non specializzato in arte può chiederne conto al direttore di un museo (e non è detto che ciò sia un male); mentre creerebbe scandalo il giornalista che si sognasse di fare altrettanto con lo sport e l’enorme attenzione che gli viene dedicata.

Lo sport è sacro, metterlo in discussione è tabù.

Sport batte Arte Contemporanea quattro a zero. Gol di Populismo, Ideologia Camuffata, Conformismo e Sulcarro Delvincitore.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica arte il 4 marzo 2006