Un’apocalisse animale

Vincenzo Pardini



I giovani scrittori e molti critici letterari non conoscono, forse, la cultura del pollaio. Colpa dell’evoluzione dei tempi e non certo delle loro intelligenze. Così, nei giorni dell’aviaria, si limitano a guardare ciò che diffonde la televisione: un allarme sovente gonfiato dall’eccesso della notizia; quella notizia diffusa come prodotto pur di fare audience. Una forma di aviaria psicologica che crea paure e timori immotivati. Per infettarsi del morbo bisogna venire a contatto diretto col virus, cosa non facile.

Nel 1977 l’epidemia aviaria H5N1 fu isolata a Hong Kong; perché, allora, in tutti questi anni i vari Governi, incluso il nostro, non hanno preso lo dovute precauzioni? E’ domanda a cui non risponderà mai nessuno. I nostro politici, sia di destra sia di sinistra, hanno perduto il senso e la dimensione del dialogo con la gente. Parlano solo fra di loro con un linguaggio spesso oscuro quanto incomprensibile perfino agli addetti ai lavori.

Riguardo all’aviaria nessuno dice, poi, più di tanto. Il ministro della sanità Storace appare sempre oltremodo imbranato. Ogni frase che pronuncia sull’affezione sembra farlo sudare. Deve capirci assai poco. Tutto perché, alla stregua di tanti italiani, non conosce, credo, la cultura del pollaio. Io l’ho conosciuta. I primi anni di vita li ho trascorsi in un paese di montagna, privo di strade carrozzabili e luce elettrica con una mentalità e un modo di vivere che ho ritrovato leggendo gli antichi romanzi greci, oppure Iliade e Odissea. Uomini e animali vivevano, sovente, sotto lo stesso tetto. Mia nonna, nella casa sull’Alpe, dove si trasferiva d’estate, teneva le galline nello scantinato tanto che, di sera, se ne sentivano i movimenti, finchè, a notte fonda, non irrompeva il canto del gallo. Alle prime luci dell’alba le galline uscivano fuori, a razzolare nell’aia o nella concimaia. Vivevano insieme a noi, appartandosi solo nell’ora della calura estiva; loro avversari erano la volpe, la faina e qualche ladro. Mai che una gallina morisse di morte naturale; era semmai condannata a quella violenta, perché di quando in quando le più vecchie, che non facevano più uova, venivano strozzate per farne il brodo. Uno spettacolo che mi faceva disprezzare i miei simili e amare sempre di più gli animali. Ma, tutto sommato, verso gli abitanti del pollaio c’era rispetto. A cominciare dalla chioccia coi pulcini. La chioccia era una gallina anomala; aveva come una febbre nello sguardo e gonfiava spesso le piume quasi avesse dei brividi; i pulcini la seguivano pipiando, e lei li chiamava di continuo con un suono ossessivo e nevrotico. Era una madre molto premurosa, pronta anche a difendere i suoi piccoli da persone estranee o animali. Coraggio che le galline normali non avevano. C’era in lei qualcosa dell’aggressività del gallo verso un altro gallo e della tenerezza d’una madre umana. Poi, le chiocce sono state soppiantate dalle incubatrici. I pollai, da dove le galline entravano e uscivano, dagli allevamenti intensivi: una sorta di prigione o di campi di concentramento dove polli, anatre, tacchini e altri ancora, vivono solo nella follia con l’unico scopo di fornire carne commestibile. Tra i nuovi barbari che detengono il potere delle Nazioni non c’è nessuno che prenda le difese di questi esseri condannati a morte. Solo le associazioni animaliste come il Movimento U.N.A. e altre cercano di far sentire la loro voce che, assai di rado, riesce a toccare i grandi organi d’informazione.

In un articolo pubblicato di recente dall’"Independent", si è avanzata l’ipotesi che l’epidemia dell’influenza aviaria sia scaturita dagli allevamenti intensivi che si trovano in Cina, Croazia e Romania, tutti in prossimità di corsi d’acqua o del lago di Qinghai in Cina: gli uccelli acquatici l’avrebbero contratta dall’acqua degli impianti ittici nei quali viene riversato il guano dei polli come fertilizzante; guano che viene importato dalla Cina in tutta Europa ancora in qualità di concime e nel quale potrebbero trovarsi focolai di virus aviario. La FAO sarebbe in possesso di studi dell’Università di Bangor (Galles) e Giessen (Germania) in cui si sottolinea ciò.

L’aviaria non è, dunque, stata causata dagli animali, ma dagli uomini e dai modi in cui li trattano: segregandoli e crocifiggendoli con metodi che vanno al di là della ferocia e della follia per tramutarsi in bestemmia; una bestemmia che non può non gridare vendetta davanti a Dio perché si distruggono, martirizzandole, sue creature. Mi viene da pensare cosa avrebbe detto Lorenz Konrad ora che le anatre, con cui dialogava, sono tra le imputate innocenti d’essere portatrici di aviaria. Epidemia che, se si propagasse tra tutti gli uccelli, avrebbe le dimensioni di un’apocalisse animale.








pubblicato da c.benedetti nella rubrica il dolore animale il 3 marzo 2006