Quando mio nonno si fidanzò con una gallina

Tiziano Scarpa



Una rivista di gastronomia mi ha chiesto un articolo. È distribuita negli alberghi, suggerisce ai turisti come gustare il buon cibo della mia regione. È fatta bene. Il compenso è ragionevole. Accetto.
Sfoglio i numeri che mi hanno spedito a casa. Ogni fascicolo ha una pagina firmata da autori italiani e stranieri. Raccontano aneddoti spiritosi, si concedono qualche nostalgia: il piatto forte che cucinava la mamma morta, la povertà di una volta, la genuinità dei tempi andati…

Io invece non ho conosciuto la povertà totale che hanno vissuto i miei genitori. Non so che cos’è genuino e non ho nostalgie.

Potrei parlare della polenta. La polenta bianca, che mia nonna mescolava energicamente, impugnando il grosso mestolo, uno scettro di legno che solo lei aveva il diritto di usare. Mi ricordo le sue braccia impegnate a rimestare, bianchissime, pastose; i muscoli un po’ laschi, spenzolanti nel tratto dall’ascella al gomito. Muscoli da mangiatrice di polenta.

Poi la rovesciava sul tagliere, e dava da mangiare a me e mio fratello le croste rimaste attaccate al paiolo di rame, una sfoglia granulosa, bruciaticcia, prelibata.

Se scrivo queste cose però rischio di fare come le pubblicità televisive che mitizzano un cibo industriale evocandogli intorno un mondo perduto (in realtà mai esistito), un mondo genuino; quegli spot campagnoli girati con una grana pittorica, immersi in una luce dorata, dove le ciotole di ceramica brillano come pissidi sacramentali. Come se l’Italia di quando eravamo bambini non fosse già stata invasa da elettrodomestici e plastica, ma sfolgorasse ancora intatta, un pezzo di Ottocento postdatato, gloriosamente umile, glassato di luce.

Oppure potrei parlare della prima insalata di pomodori che ho mangiato. Nelle campagne trevigiane, fino agli anni Sessanta, il pomodoro era concepito soltanto come materia prima per la conserva: un ingrediente da cuocere in sughi e intingoli, che a nessuno veniva in mente di mangiare crudo. Finché, un giorno, anche mio zio ha fatto come i vicini di casa, ha preparato un’insalata di pomodori appena raccolti dall’orto, senza cucinarli. L’ha assaggiata. I semini e la polpa viscida dell’interno del pomodoro gli hanno fatto ribrezzo. Il resto dei pomodori però gli è piaciuto. Allora per qualche mese ha continuato a preparare l’insalata di pomodori spolpandoli, togliendogli le interiora!
C’è stato dunque un periodo di passaggio, dal pomodoro cotto al pomodoro crudo, una fase intermedia di addestramento del gusto.
Poi mio zio si è abituato anche alla polpa e, con l’insalata di pomodori crudi mangiati finalmente integri, la nostra famiglia è entrata nella modernità.

Ci ripenso. Quello dei pomodori non è niente di che come aneddoto. Debbo trovare qualcosa di arguto, è questo che mi si chiede: un divertimento rilassato. Ma il cibo è una catastrofe corporea. (Dev’essere per questo che molti fumano una sigaretta dopo mangiato: è come prendere un ansiolitico; calmano l’organismo, sconvolto dalla tempesta di sapori e aromi interni, dal fragore che si sente dentro la propria testa che mastica. Mangiare è accogliere l’alieno, provoca inquietudine. La paura primaria di inghiottire e lasciar sprofondare dentro di sé un pezzettino di mondo esterno.)

Vorrei andare a fondo, ma non posso fare il guastafeste. I redattori della rivista sono stati cortesi con me; e poi i turisti che leggeranno: vengono nella mia regione per dimenticare i loro traumi: non posso gettarli nella costernazione.

Quanti discorsi, di tutti quelli che leggo sui giornali, sono trattenuti dal timore di fare i guastafeste? Giornalisti e collaboratori che si autocensurano per non perdere il posto, per paura di non essere richiamati più.

Mi piacerebbe essere come quegli spadaccini acrobatici, dai gesti raffinati, che uccidono con grazia. Il loro nemico agonizzante non si accorge nemmeno di morire; mentre emette l’ultimo respiro è ancora affascinato dal garbo di chi lo ha appena trafitto, gli è grato della sua esibizione di virtuosismo.

Oppure no. Nessuna grazia. Solo urla. Non vorrei mai avere coscienza del limite, mai scendere a patti, dovrei gridare quando c’è da gridare – sempre, quando scrivo.

Vorrei parlare di animali, ma so già che getterò tutti nella costernazione.

L’animale domestico a cui mio nonno era più affezionato si chiamava Checchina (sempre così, da quelle parti, sempre questi nomi bamboleggianti, impresentabili, che mettono imbarazzo a scriverli: Checchina!). Checchina era una pollastra. Il suo posto preferito era la spalla di mio nonno. A tavola, lui si metteva una briciola sulle labbra, sporgeva la bocca come per baciare, e Checchina gli becchettava delicatamente le labbra.

A una certa ora, verso sera, Checchina avvertiva qualcosa nell’aria. Eppure non si sentiva niente, fuori, nessun rumore. Lei invece usciva irresistibilmente dal cancelletto d’ingresso, zampettava per cinquanta metri lungo la strada di sassi. Dove stava andando? Correva all’appuntamento con mio nonno che tornava a casa dal lavoro in bicicletta, gli andava incontro puntualissima. Lui frenava e si chinava, lei faceva un saltino svolazzante e si accomodava sulla sua spalla.

Mia nonna era una sarta. Un giorno non si è accorta che c’era qualcosa fra gli avanzi di cucina che stava buttando in "corte" (in Veneto si chiamava "corte" la piccola discarica organica famigliare, accanto all’orto, dove gli scarti di cucina marcivano producendo concime). Checchina frugava col becco fra le bucce e i semi della corte. Fino a che, a furia di beccare lì in mezzo, la gallina cambiò carattere. Non andava più incontro a mio nonno. Non gli saltava sulla spalla, non lo sbaciucchiava più. "Checchina, che cos’hai? Stai male?"

A una gallina che soffre si concede l’eutanasia senza troppi scrupoli. Dopo averle tirato il collo, dentro un rognone della gallina morta, mio nonno trovò un ago da sarta.
"Hai buttato un ago in corte e la Checchina l’ha mangiato. Aveva un ago in corpo, povera bestia. Per colpa tua!"
"Non l’ho fatto apposta. Mi si dev’essere staccato dal grembiule mentre buttavo via gli avanzi."

"E Checchina?" chiedevo sempre a mia nonna, ogni volta che mi facevo raccontare da capo questa storia. Speravo che l’avessero seppellita con un rito speciale, inventato per l’occasione.
"Cosa vuoi fare… Abbiamo pianto un po’ e ce la siamo mangiata. Erano tempi duri. Non potevamo mica permetterci di rinunciare a una gallina."
Le avevano voluto bene, perciò l’hanno seppellita dentro di sé.
Chissà che sapore avrà avuto quella bestiola in bocca di chi l’aveva fatta salire di grado nella gerarchia degli esseri: da animale d’allevamento a gallina di compagnia; da semplice produttrice di uova a fidanzata di mio nonno, la fidanzata di un’altra specie.

Non ho mai ucciso un animale.
Mangio soltanto gli animali che hanno ucciso gli altri.

Vado in macelleria, al supermercato, e compro pezzi di carne rossa o bianca che qualcun altro ha ammazzato per me. Tutto ben ripulito, dissanguato. Le mani se le è imbrattate di sangue qualcun altro. L’ultimo sguardo della bestia, prima del colpo finale, non l’ho affrontato io. Non mi sono mai fatto guardare da quegli occhi ancora vivi. Non ho mai colto l’istante in cui si spengono.

È stata questa, mi dico, la soglia vera, il salto di epoca. Non la fine della polenta rimestata nel paiolo di rame. Non il passaggio dal pomodoro cotto a quello crudo.

I miei nonni mi tenevano al riparo dall’uccisione degli animali. Non ho mai strozzato una gallina o un’anatra. Non ho tenuto fra le mani la trasformazione di una bestia viva in una morta. Non ho sferrato il colpo sulla testa del coniglio. Né mio nonno mi ha mai chiesto di tenere fermo il coniglio per le zampe mentre il colpo glielo dava lui. Mi diceva di andare via, a giocare da un’altra parte.

Eppure, quand’ero bambino, mio nonno non mi risparmiava altre cose, mi chiedeva di aiutarlo a costruire mobili, insegnandomi a segare, piallare, incollare, inchiodare. Anche mia nonna ogni tanto mi coinvolgeva negli aspetti più semplici del suo lavoro: centrare la cruna dell’ago con il filo, togliere le imbastiture da un vestito. La fatica del lavoro è lieta, è educativa. Ma l’uccisione è iniziatica. È sofferenza rituale, è necessità e colpa. È innocenza e tragedia. Da queste cose i miei nonni mi hanno protetto, vale a dire che me ne hanno escluso.

E i miei genitori? Vivevano in città. Ci andavano già dal macellaio, quando ero bambino, esattamente come ci vanno oggi.

Io non ho mai ucciso gli animali che ho mangiato. Non mi sono preso la responsabilità di assassinarli, non ho macchiato le mie mani del loro sangue ancora caldo, non li ho guardati negli occhi mentre muiono. Non mi sono fatto carico della pietà tragica, dell’uccisione necessaria. Continuo a mangiarli anche se non sono degno di seppellirli in me. Non mi merito di digerirli e farli diventare me.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica il dolore animale il 2 marzo 2006