Merce scaduta

Gabriella Fuschini



Mi chiamo Vanessa, ho sedici anni, studio al liceo, faccio sesso col mio ragazzo e sono scaduta. Cioè, il mio corpo è scaduto. Non valgo più niente, perché non sono più vergine. Quindi, se per caso qualcuno mi stupra avrà diritto alla riduzione di pena. In pratica, avrà lo sconto perché l’usato vale meno. Si sa. È una legge di mercato. Chissà, magari, se succedesse a febbraio oppure in luglio, sarei persino in saldo!
Mia madre che faceva la femminista da giovane, dice che loro, quelle del movimento delle donne, avevano fatto tanta fatica per liberare la società dai pregiudizi. Quelli per cui la donna è sempre provocatrice, ammicca: un po’ puttana e un po’ colpevole. E dice, mia madre, che ora siamo tornati indietro, come una specie di medioevo. Io non lo so questo. So che la mia amica Cinzia, da quando il suo patrigno l’ ha violentata non dorme più la notte senza i tranquillanti e poi certe notti si sveglia tutta sudata e vomita. La sento piangere nel bagno, mugola e fa dei suoni strani con la voce; io allora mi alzo, vado di là e l’abbraccio forte finché non si calma. Sono due mesi che vive a casa nostra, da quando è successo e non vuole stare a casa sua. Io, per fortuna, il patrigno non ce l’ho e nemmeno il padre.
Se penso che da bambina piangevo all’idea di essere orfana, ora sono quasi contenta. Però una domanda a quel sessuologo e ai giudici della corte di cassazione vorrei proprio fargliela. Ma la mia amica Cinzia chi la rimborsa, che adesso, oltre che usata, è anche scaduta?








pubblicato da g.fuschini nella rubrica racconti il 25 febbraio 2006