Novecento al futuro

Benedetta Centovalli



Si può cominciare da quando Antonio bambino giocava con la ghiaia nel giardino di Croce a Sorrento, o si accomodava sulle ginocchia di Saba, o di quando tra il ’46 e il ’47 Caproni lo preparò agli esami di ammissione alla scuola media: Antonio in pantaloni corti, di un’intelligenza già allora caustica che bruciava sulle pagine aperte del sussidiario. O si può cominciare con Fellini incontrato per l’ultima volta in un pomeriggio di settembre a Roma, dopo un temporale, pochi giorni prima della morte di Moravia, con quel suo gesto di tirare fuori dal portafoglio una poesia di Pascoli copiata a macchina. O cominciare dalle pagine dedicate a Moravia, «lo scrittore italiano che meglio ha raccontato dall’interno la borghesia così com’era nel Ventennio», uno dei pochi intellettuali in grado di aprirsi alla cultura europea. Come per Borges o per Ungaretti, anche per Moravia i libri «sono il naturale combustibile della vita proprio come l’aria». Scrittori contemporanei alla letteratura di tutti i tempi. Possono parlare di Dostoevskij o di Proust come potrebbero parlare del vicino di casa. La loro conversazione fatta di confidenza e di complicità si traduce in una speciale scuola di lettura, in un’intimità e una vicinanza che valgono da sole secoli di letteratura. Ecco potremmo continuare a lungo il florilegio delle citazioni da questo libro-conversazione di Antonio Debenedetti con Paolo Di Paolo dal titolo: Un piccolo grande Novecento (Lecce, Manni, 2005). Ideale seguito del bellissimo romanzo scritto in memoria del padre, Giacomino (1994; ora con una Postfazione di Cesare De Michelis, Venezia, Tascabili Marsilio, 2002), questo libro-intervista nasce invece in assenza del padre a testimoniare la vocazione irriducibile alla letteratura di uno scrittore che ha imparato a crescere lontano dall’ingombrante ombra paterna.

Sfogliando e rileggendo qua e là Giacomino, emerge con evidenza oltre la continuità cronologica del flusso delle due narrazioni e il significativo cambio di punto di vista, il gioco di specchi, il doppio, e la lenta acquisizione memoriale della prima persona. Giacomino, consegnato alla forma dell’autobiografia familiare e di una generazione di intellettuali nella prima metà del secolo scorso, è scritto dal punto di vista di un bambino, con gli occhi del bambino Antonio fissi sulla figura paterna. Così, quasi scusandosi, Antonio Debenedetti dichiara: «Sono un figlio, ho scritto da figlio e non da quel professore universitario che non sono e non ho mai tentato di essere». Giacomino è vergato con l’inchiostro dell’affetto, porta i segni di una colluttazione dolorosa e irresolvibile, e di un amore difficile e disperato per il padre, per l’uomo prima che per il critico illustre. Quel padre che aveva forse disatteso il bisogno di amore del figlio, quel padre «che si nega ai figli con tanta determinazione», troppo intelligente, troppo colto e inguaribilmente dandy. Basta l’incipit a dare il tono della narrazione, la cerimonia del risveglio paterno è un concentrato perfetto di questo personaggio esemplare del destino dell’uomo moderno: «In principio era il risveglio. Lentissimo a causa dei sonniferi, difficile in conseguenza di quello che nostra madre chiamava ’il pessimismo ebraico’, dando a questa vecchia e abusata formula un senso tutto particolare. Con ’pessimismo ebraico’ intendeva riferirsi, credo, a una temibile miscela dove entravano Proust, la psicoanalisi e forse anche la circoncisione». Beh, Woody Allen dei tempi eroici non avrebbe saputo fare di meglio. Ma è il capitoletto finale del romanzo che fa da ponte con quello che verrà: il racconto della visita a casa Debenedetti di Contini dopo la morte di Giacomo, quando al momento della pastasciutta Contini si alza, prende la zuppiera e serve la famiglia. Il più grande omaggio – scrive Antonio - reso da Contini al Debenedetti critico: «L’omaggio più intonato alla memoria di un dandy che aveva tuttavia saputo sacrificare la sua vocazione ai bisogni d’una famiglia e ai doveri, anche rabbinici, dell’insegnamento».

Così nella conversazione di Un piccolo grande Novecento man mano prende il passo un autoritratto autonomo, tenuto a registro dal ritmo incalzante di domande precise. Qui chi narra è quel figlio non più bambino ma adulto, nel pieno della maturità, uno scrittore che racconta in prima persona l’altra metà del secolo fatta di incontri dettati da diverse occasioni, predilezioni e amicizie, letture e film, chiacchiere e gossip, antipatie e inimicizie, riviste e salotti, giornalismo e televisione, per un ritratto delle nostre lettere attraverso successive stagioni di storia italiana. Dal fascismo al dopoguerra, dalla «Dolce vita» al «Senza Moravia», l’esaurirsi di una cultura fatta di protagonisti.

Allora i due libri formano un dittico indissolubile e necessario. Mai un’intervista è stata più destinata, l’io che racconta si è liberato dalle ombre e dalle ansie delle attese, ha saldato il suo conto, può finalmente affidarsi alla cordialità del narrare, aprirsi alla propria biografia intellettuale. Il testimone è passato dal grande critico a uno dei maggiori narratori in breve di oggi (ma sarà poi vera questa vulgata, Giacomino non è forse l’amplificazione accertata di questa eccellenza a favore del romanzo?), il testimone del grande conversatore invece si è trasferito integro di padre in figlio.

Antonio Debenedetti merita di essere annoverato nella schiera dei grandi conversatori, di quell’arte perduta della conversazione che Emilio Cecchi e il grande Contini celebravano con ostinato rimpianto. Debenedetti ne è uno dei superstiti esponenti e se come scrittore non può rifuggire dal mettere in carta il suo passato, quello che si perde del piacere impagabile dell’ascolto lo si recupera nella testimonianza scritta sicura e indelebile seppur prosciugata e più contenuta. È una lettura accattivante e densa, distesa nella sua volontà di rendere conto di esperienze altrimenti destinate all’oblio. È una scrittura che non rinuncia tuttavia al rigore e all’indirizzo radicale di una militanza letteraria intransigente che nel tempo è rimasta fedele a se stessa. Per questo il ricordo di Bassani è esemplare, Debenedetti racconta che quando Bassani leggeva uno scritto era implacabile nel suo silenzio gravido di risposte, il suo insegnamento era «iniziatico»: «Avevi sempre l’impressione che ti dicesse delle cose molto banali, delle cose che avrebbe potuto dirti il tuo professore di liceo. Non era così, però. Bassani scatenava in te dubbi, insoddisfazioni, sensi di colpa. Raramente era generoso di complimenti o ti incoraggiava; più spesso lasciava in te come delle ombre, e magari quando gli chiedevi del tuo racconto ti diceva: "L’ho perso, non ce l’ho, non so più dove l’ho messo". Era un modo per farti capire che non gli era piaciuto. Bassani, per nulla disposto a sprecare parole, finiva così con l’insegnare moltissimo ma a un prezzo non di rado molto alto. "Che cosa ho sbagliato?" ti chiedevi dopo un incontro con lui, senza saperti dare una risposta. Avevi usato pigramente l’indicativo là dove, con un piccolo sforzo in più, ti saresti dovuto allontanare dalla lingua parlata addentrandoti nella foresta insidiosa dei congiuntivi? Era la virgola che, collocata a senso, denunciava clamorosamente la tua imperizia? Dove avevi mancato insomma?». Bassani diventava lo specchio dei difetti naturali che ogni scrittore ha e che sono praticamente ineliminabili e insieme rivelava quelli che, al contrario dei primi, «non ammettono perdono perché nascono dal poco rispetto di sé o della letteratura». Come un rabbi, un maestro ebreo, non tollerava la noncuranza, l’ignavia, e sapeva metterti con le spalle al muro.

E intanto scorrono le figure – oggi dimenticate – del generoso Niccolò Gallo, della sofisticata Gianna Manzini, del sublime Giorgio Vigolo o del sempre freddoloso Vincenzo Cardarelli insieme a quelle di Elsa Morante, Sandro Penna, Mario Soldati, Natalia Ginzburg, Carlo Levi, Giorgio Manganelli («Questo intellettuale assoluto, questo collezionista di avverbi, questo delibatore di sostantivi che affronta il vento delle discese…»), di Parise e La Capria. Medaglioni e battute, episodi e lampi d’ironia, in una teoria di personaggi che si sono dati tutti immancabile appuntamento sotto i cieli tersi o plumbei di Roma, la città-personaggio di tanta narrativa di Debenedetti.

Racconto corale e testamentario, che celebra un secolo di protagonisti, di maestri e di padri, questo Novecento («parte seconda») di Antonio Debenedetti è segnato però da un velo di nostalgia, dal rimpianto per un’epoca conclusa. I figli sono diventati adulti ma non sono diventati padri o maestri. Il filo della trasmissione si è spezzato, ha dato vita a uno stemma di testimoni di pari importanza (a volte di poca importanza?). Siamo forse entrati nell’era della fratellanza, della trasmissione orizzontale? O forse questo è ancora una volta frutto dell’appiattimento sul contemporaneo, dell’assenza di prospettiva, della difficoltà a immaginare il futuro, a riconoscerlo e a fabbricarlo? Viviamo tutti in un eterno presente, incapaci di distinguere le trappole dai lasciti, le novità dai cloni, la mediocrità dalla grandezza. A questa deriva del moderno, a questo pericoloso fraintendimento della modernità, Antonio Debenedetti risponde con la sua sentimentalgia del Novecento, con la paziente costruzione del domani attraverso gli infiniti fili della memoria. L’umile costruzione sulle fondamenta del tempo della fabbrica del domani. Pensare alla letteratura, non come consolazione, risarcimento, salvezza o peggio mero intrattenimento, ma come uno dei luoghi privilegiati in cui la memoria si forma. Una letteratura che continua a esistere e resistere dentro al suo sogno.








pubblicato da b.centovalli nella rubrica libri il 24 febbraio 2006