Una nota dall’Olimpo

Collettivo Sparajurij



Poiché ci capita di vivere nella città che ospita i giochi Olimpici invernali e ci viene detto di essere sotto i video-occhi di tutto il mondo, sentiamo di dover dare un contributo (di parte poetica) di riflessione dalla "tornata capitale d’Italia".

I media-impresa, il Papa e il Presidente hanno invitato a riscoprire il senso universale e storico dell’evento; e noi, da buoni cittadini, lo faremo.

I dati certi, non più ambiguamente mitologici, della storia greca (radice forse più vitalizzante d’Europa e d’Occidente) li abbiamo dalla data della prima Olimpiade, 776 a.c. Questo fatto ci stimola a leggere la storia certa dell’oggi.

Segno dei tempi è il modo in cui è criminalizzato, strumentalizzato e soffocato il dissenso di intellettuali e "no global" nei confronti non dei giochi in quanto tali – ovvia assurdità – ma dell’intreccio di interessi che li nutrono.

Chi ha volutamente intralciato la processione di fiaccola e sponsor è stato insultato dal Sindaco ("sono degli ignoranti") e dal cittadino medio ben rimpinzato di retorica mediatica e sceso in strada ad applaudire i tedofori. Con applausi e bandierine "la gente ha partecipato" dai marciapiedi, unico modo lasciatogli considerati i prezzi classisti di cerimonie e gare.

V’è poi lo sfavillio di retorica ipocrita di gruppi di potere e di falsa coscienza (realtà fuori moda, come l’alienazione) degli spettatori nell’accusare i contestatori di essere contro i valori di pace delle Olimpiadi. Olimpiadi sponsorizzate però da multinazionali criminose (e qui sbadigliano gli editorialisti borghesi) e da una banca fulgido esempio della "questione morale" finanziaria: la San Paolo IMI collusa con il commercio di armi (anche se i giullari di corte della Gialappa’s si sforzano di renderla simpatica).

Sono fioccate anche accuse di rovinare il clima di pace sociale imposto e così pregiudicare l’immagine del paese e di Torino reduce dall’industria dell’auto (motore del genocidio denunciato da Pasolini), e città che deve inventarsi un futuro postfordista mettendosi in vetrina bella e buona. Ma i giochi e il dopo giochi arricchiranno la città tutta e non solo i mercanti, questa è la promessa di chi ancora giura sul liberalismo che solo aumenta disuguaglianze nel globo.

Le cose certe, per ora, son altre; l’aumento dei prezzi per torinesi e non solo turisti, i quaranta e passa milioni di euro di debito del Toroc e i dubbi su chi li pagherà, così come gli svuotati fondi per la cultura.

(E per fare un po’ di egoista biografia corporativa, i precari della scuola pagati ad ore che non si arricchiranno nei giorni olimpici, causa istituti chiusi su invito del Comune).

Cose certe anche la militarizzazione della città e l’esproprio di aree urbane a danno della libera circolazione, anche pedonale. Di dubbio gusto i costosi addobbi e l’edilizia (con)temporanea di palchi e stand, come gli stravolgimenti lessicali: piazza Castello diventa "Medalz plaza" e la val Susa è "valle olimpica" (non la resistente no tav).

Malgrado ciò, noi ci sforziamo per scoprire il vero senso delle Olimpiadi.

La sospensione delle guerre in Ellade durante i giochi non avveniva per buonismo pacifista, ma perché questi erano un sacro evento, cerimonie in onore a Zeus, re dell’Olimpo e di tutti gli dei dimoranti in esso. L’uomo greco antico viveva e si sentiva parte di un universo sacro ed esprimeva un sano equilibrio fra trascendenza e immanenza (come notato da Goethe e da altri pensatori pagani). Gli dei erano nell’Olimpo ma anche dappertutto, dentro e fuori di noi, nel visibile e nell’invisibile.

È questo il sentire che giustificava rituali e sacrifici, che per mezzo di questi, non limitava l’uomo nel fine a se stesso e nell’arroganza autosufficiente; umano e divino si sentivano in rapporto di debito reciproco, in un rapporto organico.

Le figure stesse degli eroi, che gli atleti dovrebbero emulare, sono mortali in divenire divino e simboleggiano la liberazione dai limiti posti dalla natura naturata.

Se, come sostengono autori controversi come Eliade e Zolla, il senso del sacro è inscindibile dalla condizione umana (a causa delle antitesi io/mondo), è utile notare come esso si mostri e dove si riversi nel nostro tempo.

Il mondo desacralizzato e deterritorializzato dal capitale e dall’ideologia illuminista e positivista, ha dovuto riterritorializzare sacralizzando e costruendo miti, funzionali o no, (a seconda delle fasi ed epoche) alla schiavizzazione dell’essere umano.

Ma ormai i miti, gli oggetti del sacro, otto-novecenteschi (Patria, Partito, Razza, Rivoluzione…) hanno perso la dedicazione delle masse, e cosa rimane?

Non le religioni monoteistiche dei figli di Abramo, anch’esse residuali come rivelato dalla loro chiusura dogmatica e dall’aggressività fondamentalista.

È un’altra la fede monoteista imperante e totalitaria nelle incoscienze globalizzate; è quella postcalvinista, pragmatica ed utilitarista, quella che versa sangue nelle guerre "per la democrazia", quella che desacralizzando la natura non ha liberato gli esseri umani, ma li ha reificati definitivamente coi suoi nuovi culti.

Per questi culti si sacrifica e ritualizza oggi: il denaro, la merce (i feticci tecnologici), il consumo, l’orizzonte spettacolare con i suoi divi (divinità) dell’immagine e dello sport (mondo di espressione anche dei primitivi culti tribali per i club calcistici), e il dover apparire sugli schermi dello spettacolo per poter dire ergo sum.

Ora capiamo perché anche le Oplimpiadi di Torino 2006 siano sacre, e quali siano gli idoli che celebrano.

E ci viene da opporre ad essi poetiche riterritorializzazioni tattiche (ad esempio nel politeismo dall’identità multiforme, armoniosa e tollerante) combattendo nella guerra per il controllo di archetipi e parole; e ci viene da deterritorializzare ulteriormente il sacro fino alla definitiva liberazione, dignificazione e deificazione dell’umano.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica il miracolo, il mistero e l’autorità il 24 febbraio 2006