L’aria che tira

Antonio Moresco



"Nell’estate del 2004, ’improvvisamente’, lo scrittore Sebastiano Vassalli si è reso conto ’che i grandi autori del secolo precedente: i Kafka, i Joyce, i Musil, i Céline, i Gadda, pur continuando a dirci molte cose della condizione umana, avevano cessato di essere ’moderni’. Benvenuto nel Club, caro Vassalli, di quelli che più o meno improvvisamente si sono accorti che qualcosa non va più, che quegli autori, grandissimi, appartengono a un’altra dimensione e, in un certo senso, non sono più nostri contemporanei."

Così comincia la recensione di Antonio D’Orrico all’ultimo libro di Vassalli, apparsa sul "magazine" del "Corriere della sera".
Seguono grandi lodi al libro (non l’ho letto e quindi non sono in grado di dire se le meriti e se la posizione espressa dall’Autore sia esattamente quella riassunta dal Recensore): "Bel libro di racconti, anzi bellissimo e, soprattutto, molto contemporaneo (…). Mi sono innamorato di questo libro di racconti, ho scoperto un Vassalli leggero e ironico (…). Li leggo e li rileggo. Grande Vassalli."
Poi un dubbio finale: "Va bene dire ciao a Kafka & Co., ma chiedo a Vassalli: ciao anche a Nabokov, Bellow & Co.?"

E’ una cosa piccola piccola, ma significativa. Finalmente l’hanno detta fuori dai denti, hanno mostrato quello che li rode! Hanno fatto un passo avanti davvero chiaro, dopo un uso tanto grottesco delle pagine culturali e delle loro sinergie, che va avanti da tempo. E’ qui che si voleva arrivare, a far fuori l’ingombro della grande letteratura che ci precede, la sua incontrollabilità e la sua forza di precognizione e di spostamento. E’ questa l’aria che tira. Era chiaro anche prima, ma adesso lo è se possibile ancora di più. Si sente da un po’ di tempo un ronzio generale, nelle pagine culturali, in rete, un’ ansia di ridimensionare tutto, di rendere ogni cosa proporzionale alle proprie frustrazioni e alle proprie illusioni perdute o tradite e alle proprie forze, un bisogno di indistinguibilità e di ordinata mediocrità occultato dietro piccole coperture ideologiche populistiche e demagogiche, di asservimento ai bisogni delle grandi macchine che producono libri clonati per lettori che si vorrebbero anch’essi clonati, ai loro bisogni e ai loro orizzonti. Si va avanti così, con piccole schermaglie prive di ogni sostanza, come se fossimo in uno show e non in una situazione maledettamente seria, con battutine dove dovrebbe conquistare la vittoria chi trova la gag migliore. C’è in giro un lavorìo continuo che tradisce il bisogno di eliminare o ridimensionare la diversità, l’irriducibilità e la forza distruttivo-construttiva e di conoscenza che si può liberare attraverso la letteratura e le altre forme di espressione e pensiero.

Non c’è solo questo. C’è anche chi difende "Kafka & Co", (come Claudio Magris recentemente sulle pagine del "Corriere") ma con una postura umanistica e testimoniale rivolta soprattutto al passato, senza mostrare a fondo cosa c’è oggi, cosa succede oggi, di cosa c’è bisogno oggi, senza vedere quanto il nostro ruolo non debba esaurirsi nella difesa di un patrimonio culturale del passato, ma come sia qualcosa che continua ad avere ancora e sempre la sua necessaria e disperata urgenza. Sembra che ci sia solo una luce che ritorna indietro dal passato e illumina di riflesso il testimone. Non la lotta per continuare ad illuminare e a inventare un altro pezzo di strada con una luce che c’è adesso, che continua a esserci adesso, a dispetto di tutto. Bisogna attraversare e squarciare i fondali di oggi, non solo lodare e difendere chi lo ha fatto ieri.

Qui invece si parla chiaro: "in Kafka & Co c’è qualcosa che non va più, appartengono a un’altra dimensione." Ben detto! Con questa idea mediocre, lineare, riduttiva e autoconsolatoria dello spazio e del tempo. E invece non solo "Kafka & Co", ma anche "L’Iliade", Dante, Shakespeare, Dostoevskij, Melville, Balzac ecc… ci sono infinitamente vicini. Anche alcuni di loro sono stati per un po’ di tempo oscurati da altri arroganti sciocchini vissuti nelle loro epoche e in quelle successive, eppure sono ancora lì, non si sono spostati di un millimetro, continuano a esserci più contemporanei dei mediocri contemporanei che -loro sì- vivono in un’altra dimensione e paiono non vedere cosa sta succedendo alla nostra vita e alla nostra specie. Continuano a dirci cosa decisive ed esplosive, se non abbiamo paura di ascoltarli. Le zucche arroganti e vuote dei venditori che vediamo ergersi impettiti dalle pagine dei giornali o nel buco nero della televisione erano già state individuate e oltrepassate. Leggetevi, per esempio, "Le illusioni perdute" di Balzac e vedrete se non ci sono già anche i piccoli D’Orrico di allora, più tutto il resto.

Sono grandi le responsabilità che hanno giornali, in questi anni, proprio loro che avrebbero dovuto lasciare aperto uno spazio di respirabilità e di possibile riapertura e passione, non solo in campo politico ma anche in quello nevralgico del pensiero e della prefigurazione. Si sono appiattiti sull’andazzo generale, ne hanno fatti propri le forme e i modi, hanno contribuito attivamente ad abbassare le attese dei loro lettori, a piegare ogni cosa a scopi autoreferenziali invisibili ai più, ad accontentarsi dello spaventoso spettacolo che abbiamo sotto gli occhi riproducendolo e moltiplicandolo all’infinito. Altroché se esiste "restaurazione" anche in questo campo! D’Orrico ha almeno il dono di uno svettante nanismo e di una stupidità proterva e tutta d’un pezzo, il pregio di dire chiaro e tondo quello che pensa, di esibire la propria arguta mediocrità come se fosse una buona novella. Non ha onore, e quindi non si può dire a lui che tutto ciò non gli fa certo onore. Ma non fa onore neanche a quello che ama autodefinirsi come "il primo giornale italiano", che mostra di non capire quanto sia importante e irradiante una tenuta e un rilancio anche in questo campo, e che invece si sta coprendo da tempo di ridicolo, che sta contribuendo a diffondere l’intossicazione e l’infezione di cui è preda il nostro paese.








pubblicato da a.moresco nella rubrica in teoria il 24 febbraio 2006