Il Petrolio delle stragi

Gianni D’Elia



Oltre lo Stato del segreto

In Italia non c’è solo una questione morale (e dunque tanta immoralità), ma anche una questione politica (e dunque tanta menzogna). La memoria è stata confiscata agli italiani da innumerevoli fallimenti giudiziari, terribili errori (dal caso Tortora a Sofri), trappole e depistaggi di ogni tipo, impunità normale per i delitti politici più gravi ed efferati. Come si può ricostituire la fiducia (e dunque la memoria di senso) di un Paese?

Abolire il segreto di Stato per reati di strage e terrorismo, come già da tanti invocato, potrebbe portare i giudici molto vicino anche a un capitolo singolare e insanguinato di questa unica e lunghissima strage impunita che è l’Italia della nostra vita, della nostra gioventù passata in mezzo a tanta menzogna e vergogna, guardando ancora al vero e al coraggio, alla dignità di Pasolini, al suo messaggio definitivo: non possedere più, non distruggere più, non tramare più contro gli altri.

Un nuovo governo veramente democratico dovrebbe mettere nel suo programma l’abolizione del segreto di Stato, tentando magari qualcosa di simile al Sudafrica: un processo di confessione e di perdono pubblico per chi dica la verità sulle stragi, liberandoci finalmente dall’incubo e dalla vergogna verso le vittime e i loro parenti, ma anche verso la storia degli italiani contemporanei.

Forse è questo, oggi, il "processo" di cui parlava il Pasolini "corsaro" e intransigente, il grande e dolce poeta democratico, assassinato per odio della verità. Verità massacrata, come il volto della poesia che resiste, nella sua voce che ancora scalda e inquieta il nostro cuore turbato, dicendoci del sogno, del rischio e del pericolo della pratica dell’utopia e della verità:

Ma io non solo lo tento, quel pensiero magico, ma ci credo. Non in senso medianico. Ma perché so che battendo sempre sullo stesso chiodo può persino crollare una casa.
[...] In grande l’esempio ce lo dà la storia. Il rifiuto è sempre stato un gesto essenziale. I santi, gli eremiti, ma anche gli intellettuali. I pochi che hanno fatto la storia sono quelli che hanno detto di no, mica i cortigiani e gli assistenti dei cardinali. Il rifiuto per funzionare deve essere grande, non piccolo, totale, non su questo o su quel punto, "assurdo", non di buon senso.
[...]Beati voi che siete tutti contenti quando potete mettere su un delitto la sua bella etichetta. A me sembra un’altra delle tante operazioni della cultura di massa. Non potendo impedire che accadano certe cose, si trova pace fabbricando scaffali.
[...] Credo di essermi già spiegato con Moravia. Chiudere, nel mio linguaggio, vuol dire cambiare. Cambiare però in modo tanto drastico e disperato quanto drastica e disperata è la situazione.
[...] Non vorrei parlare più di me, forse ho detto fin troppo. Lo sanno tutti che io le mie esperienze le pago di persona. Ma ci sono anche i miei libri e i miei film. Forse sono io che sbaglio. Ma io continuo a dire che siamo tutti in pericolo. (Intervista di Furio Colombo, cit.)

[...] Pasolini non riesce a vivere in Italia, anche se viaggia moltissimo, per cinema e per altro, senza parlare di continuo della "situazione italiana", lamentando che non ne venga colta la specificità, "pericolosissima" come la realtà che nasconde. La sua ossessione (antropologica, a livello più ampio, e politica, a livello più specifico della strategia della tensione stragista) è quella di "intuire il senso di ciò che sta veramente succedendo", come scrive nell’ultima Lettera luterana a Italo Calvino (30 ottobre 1975). Ecco il finale:

Oggi pare che solo platonici intellettuali (aggiungo: marxisti) - magari privi di informazioni, ma certamente privi di interessi e complicità - abbiano qualche probabilità di intuire il senso di ciò che sta veramente succedendo: naturalmente però a patto che tale loro intuire venga tradotto - letteralmente tradotto - da scienziati, anch’essi platonici, nei termini dell’unica scienza la cui realtà è oggettivamente certa come quella della Natura, cioè l’Economia Politica.

Pasolini ne parlava già a livello operativo, per il futuro immediato (si veda la lettera a Gianni Scalia, 3 ottobre 1975), invitando il giovane amico di "Officina" alla "traduzione", da fare sul "Corriere della Sera". Una dizione totale, appunto, intera, come la luna umanistica.
E chiediamoci allora se, alla fine del percorso, di Pasolini e del lettore, Petrolio non sia esattamente questo, tra documento e invenzione: compimento stilistico dell’incompiuto e selvaggia utopia del vero, filmaggio e astrazione del male nostrano e globale: quel "male oltre la vita" con cui ci ha interrogato la cara Elsa de’ Giorgi, illustrandoci "la tua visione di una umanità genocida" (Il male oltre la vita: da "Salò" a "Petrolio", "Lengua" n. 13, 1993), nostro carissimo Pier Paolo Pasolini, da cui abbiamo appreso due cose essenzialmente, e di questo ti siamo grati:

– che la rivoluzione, ogni rivoluzione, comincia da una rivoluzione interiore – che la prosa è la poesia che la poesia non riesce a essere, perché, come diceva Baudelaire, nella prosa si dispiegano tre cose in più: "più particolari, più libertà, più sarcasmo".

Oltre il segreto di Stato, oltre lo Stato del segreto, Petrolio è "la [tua] poesia che la [tua] poesia non è".

L’eresia come prosa, la prosa come eresia della poesia. È il rapporto, più che dialettico, antinomico, giustappositivo e aggiuntivo, tra "cosa scritta" e "cosa vera", che si mangiano a vicenda, come la poesia della prosa del mondo atroce e la prosa della poesia del mondo diverso, amato, riconosciuto e perduto.

Tutto il viaggio, insomma, dall’Usignolo a Gramsci fino al Corsaro, e al "detective" di Petrolio.

Pasolini con Petrolio ha scritto la critica dell’economia politica delle stragi in Italia, prefigurando il passaggio dal regime di Cefis (nell’ombra) al regime del CAF e poi di Berlusconi.

Come si è detto, c’è poi la prova che Pasolini aveva già scritto il capitolo Lampi sull’Eni, e che quindi queste pagine sono state sottratte, rubate:

Per quanto riguarda le imprese antifasciste, ineccepibili e rispettabili, malgrado il misto, della formazione partigiana guidata da Bonocore, ne ho già fatto cenno nel paragrafo intitolato "Lampi sull’Eni", e ad esso rimando chi volesse rinfrescarsi la memoria. (Appunto 22a, p. 97)

Non solo l’hanno ammazzato per quello che aveva capito dell’economia politica del delitto (anni 1968-1975), ma, a quanto pare, sono andati andati a rubare il capitolo più importante su Cefis e Bonocore (Mattei).

Mentre gli intellettuali italiani (quasi tutti) rimuovono il delitto politico di Pasolini (ancora nel 2005, Adriano Sofri ha ripetuto in un’intervista a Adele Cambria che "Pasolini andava a fare l’amore quella sera"!), noi abbiamo soltanto nelle carte la verità vera.

Si può dire che, in questo bisogno di una "visione totale", Pasolini passi dal concetto di "inespresso esistente" e di "irreale Qualcosa" con cui identifica la realtà nelle sue poesie degli anni Cinquanta e Sessanta, al concetto della realtà come cosa "pericolosissima" e "universo orrendo" di Petrolio e prose connesse, corsare e luterane, seguendo l’omologia "brulicante" tra struttura occulta finanziaria del neocapitalismo e struttura narrativa nuova di Petrolio. La mutazione filosofica segue quella antropologica, e arriva alla mutazione del concetto di romanzo.

Come in Leopardi, il suo sistema asistematico include i tre gradi della compilazione: speculativa, retorica, linguistica. In questa poetica dell’interazione e del contrasto, che prosegue in altra forma la poetica della contraddizione istinti / Storia, il grado di continuità-contiguità accertato non riguarda più soltanto la coppia vita-morte dell’eros, ma quella Potere / Delitto della storia in corso ai suoi tempi, cui si aggiunge il calderone di storie digressive, ma tutte incentrate sul nesso Visione / Reale, e cioè Scena dello Spazio che nasconde la Scena del Tempo, con modelli dichiarati antichi e moderni (dal Satyricon di Petronio alle Anime morte di Gogol’, e soprattutto ai Demoni politici e iconoclasti di Dostoevskij).

La sua mutazione stilistica, da usignolo cristiano di un’eresia pauperistica e sensuale a testimone leopardiano e gramsciano dopo la scoperta di Marx, approda allo spirito corsaro e luterano dell’eretico rinnovato, che vive la sua epoca e la riassume lucidamente per la parte del negativo esperimentato sulla pelle, per dirlo con le parole dell’odiatoamato Montale, come nel Sogno del prigioniero:

mi sono alzato, sono ricaduto
nel fondo dove il secolo è il minuto –

e i colpi si ripetono ed i passi

Che epitaffio inconsapevole, ma che epitaffio, per il Corsaro assassinato!

Fare come Pasolini

Fare come l’ultimo Pasolini, per quanto ciò appaia impossibile e temerario: compiere una radicale critica del Potere e dell’esistente.

Provare a descrivere come ciò che era nell’ombra e senza volto si sia rivelato. Come ciò che era stato tenuto nascosto sia ora esibito e ostentato. Come ciò che era stato tramato nell’ombra sia stato portato alla luce. Come ciò che era sentimento politico primario dell’ipocrisia e dell’intrigo segreto sia divenuto sentimento politico primario mutato nell’arroganza e nella volgarità più esplicite. Come l’esibizionismo più cialtrone abbia preso il posto degli Affari Riservati. Come la televisione abbia preso il posto del Sid. Come al passaggio politico dalla Dc al CAF a Forza Italia abbia corrisposto e corrisponda il passaggio economico da Cefis a Tangentopoli e a Berlusconi.

E come questo non significhi che Affari riservati non ce ne siano più, ovviamente. Come significhi, invece, che si sono costituite le condizioni culturali e ambientali perché si possa ostentare il Potere anche come affare palese e segreto criminale senza più destare scandalo alcuno. Anzi, come appaia legittimo da parte dei potenti inquisiti muovere guerra contro la magistratura e fare e disfare leggi costituzionali e ordinarie per garantirsi l’impunità perenne, per sé e per il proprio clan, cancellando e prescrivendo il "conflitto di interessi" e reati economici (falso in bilancio e corruzione).

Così, occorre rispiegare come l’essenza autoritaria della "Società dello Spettacolo" (Guy Debord) si sia rivelata nel caso italiano (un vero specifico in Europa e nel mondo, e per gli italiani un motivo di vergogna nazionale, per la collettiva incapacità di superare e condannare il nostro fascismo intimo) attraverso l’intreccio spaventoso, per la sua rapidità rapinosa e vorace, tra Governo e Spettacolo, struttura delle infrastrutture mediatiche e struttura del regime istituzionale.

Come la mutazione riguardi lo Stato (la sua Costituzione formale, da riformare e deformare a piacere) non meno del Mercato, e cioè la costituzione materiale, la produzione e riproduzione di rapporti sociali, e dunque l’"umanità" italiana, nel segno di una omologazione della vita consumistica e precaria, quanto alle masse, come di una cooptazione nel privilegio e nell’impunità di minoranze di massa sempre più aggressive, neocolonialiste e razziste, fondamentaliste e barbare.

Descrivere come l’oligarchia monarchica al potere in Italia per oltre un decennio sia quanto di più avanzato possa offrire la regressione monopolistica e liberista alla forza pura e dunque bruta, con livelli di violenza sociale e politica, linguistica e culturale, non dissimili da un uragano antropologico, che infatti ha toccato il popolo non meno delle classi dominanti.

Come questa mutazione aggressiva, ostentata, autoritaria, razzista, ignorante, anticostituzionale, furbesca e faziosa, si sia messa in luce e abbia rivelato il suo volto, come prima, a partire dagli anni Settanta, lo aveva tenuto nascosto nel "romanzo delle stragi" e poi nelle logge segrete come la P2, con cui Licio Gelli aveva affiliato gli eredi di Cefis, primo piduista, "capo della P2".

Come la Propaganda non sia più una loggia segreta, ma sia al Governo e nei Media. Come gli Affari riservati vengano svolti in Parlamento da una schiera di avvocati, che appaiono (contro ogni formazione di studi e ideali giuridici) l’avanguardia degenerata di questa mutazione dell’interesse pubblico in interesse privato difeso con la deformazione delle pubbliche leggi.

Come la difesa arrogante del più forte sia divenuto il vero messaggio culturale sbandierato alla nazione, nella violazione di ogni equilibrio e di ogni compensazione dei poteri, costituendosi come atto di arbitrio e di offesa, di menzogna verbale continua, contro i cittadini tutti, ma in particolare contro i cittadini di sinistra insultati senza rimedio, senza ritegno.

Come tutto questo sia imposto mediaticamente e accettato passivamente dalla maggioranza manipolata dei cittadini. Come quelli che furono gli imperi riservati dell’economia pubblica usata come base dell’arricchimento privato (Eni-Montedison-Enimont) siano divenuti imperi privati in grado di prendersi lo Stato intero, con partiti finti allestiti dalla propaganda e dal denaro, dalla loro concentrazione e dismisura, che ha condizionato gli animi degli italiani.

Come la "gente nova" denunciata da Dante (Inf. XVI) come causa della rovina comunitaria, per gli improvvisi e inspiegabili guadagni enormi che hanno prodotto l’orgoglio e la dismisura persino psichiatrica del Potere, come questa nuova gente non sembri destinata a sparire così facilmente, dato che la sua ideologia ha permeato anche l’avversario politico, e dunque i nostri compagni di sinistra e amici di centrosinistra, vivendo ormai tutti immersi nella menzogna organizzata del passato e dell’oggi.

Come, allora, questa lotta sarà soprattutto culturale, tollerante ma intransigente, per la rinascita di un minimo di vero e di reale nelle cose politiche.

Come il legame da svelare tra il nostro passato prossimo (il fascismo e il consumismo dei padri e dei figli) e il nostro oggi (la recessione e il populismo autocratico) sarà centrale per la caduta di questo potere culturale e antropologico nuovo, invasivo, che ha ereditato dal vecchio potere i soldi, i conti segreti, i legami occulti e mafiosi, i settori industriali (le società televisive sono un pallino dell’ultimo Cefis), la stessa onomastica "brulicante" di cui parla Petrolio, le direttive "miste" e trasformiste, il destino stesso del racket finanziario e del gangsterismo societario, con cui in passato questo potere mutante si è garantito la riproduzione e l’impunità, fino ai delitti replicati di stragi di massa e individuali, tra cui l’assassinio di Pasolini, che questo potere aveva identificato e previsto fino al dettaglio del futuro, che prevede ancora per cinquant’anni il segreto di Stato su questa lunghissima "strage del vero" che è la storia d’Italia.

Così, il più atroce assassinio politico di un poeta dell’età contemporanea, più turpe dell’assassinio fascista di Federico Garcia Lorca, un vero massacro di gruppo, delitto avvenuto a Roma, in Italia, per mano di italiani, dovrà restare impunito?

Di più, dovrà rimanere sotto il segno di un falso colpevole, tutt’al più di un complice (consapevole o inconsapevole della trappola), che dopo trent’anni ritratta negando ogni violenza di Pasolini, tirato giù con brutalità dalla macchina e linciato, massacrato da più picchiatori, che poi minacciano di morte il "ragazzo di vita" Pelosi e la sua famiglia?

Ora che i genitori sono morti, l’angelo della morte di quella notte parla, forse non dice tutto, ma nessuno vuole ascoltare nelle alte sfere politiche e giudiziarie.

L’Idroscalo è intanto diventato un piccolo giardino, con targhe poetiche e la scultura di Mario Rosati, e i bambini di Ostia che applaudono, leggendo incisi i versi luminosi di Una disperata vitalità:

sulle rive del mare
in cui ricomincia la vita.








pubblicato da c.benedetti nella rubrica appello Pasolini il 20 febbraio 2006