La donna di luce e la ragazza di carne

Tiziano Scarpa



La prima volta che ho fatto l’amore con Marilyn avevo diciotto anni. Era domenica pomeriggio, io e la mia ragazza avevamo deciso di entrare in un cinema d’essai. Ci frequentavamo da pochi giorni; il mio piano era starle vicino nel buio e rubarle dei baci; un progetto assai originale. La sala era quasi vuota, la situazione perfetta per i miei scopi. Ci siamo piazzati nelle ultime file, le luci sono calate. Tutto come previsto. Quel giorno davano A qualcuno piace caldo. Ma avrebbero potuto proiettare anche Marcellino pane e vino, o Maciste contro Godzilla, per me sarebbe stato lo stesso. Almeno, così pensavo prima che iniziasse il film.

Ricordate com’è vestita Marilyn in A qualcuno piace caldo? Ha abiti semitrasparenti, ricamati, che al culmine del seno sembrano disegnare i capezzoli all’esterno del vestito. Quegli indumenti danno l’impressione che la sua nudità sia impossibile da ricoprire, e che riesca a trapelare, a trasudare fino alla superficie della stoffa.

Marilyn è la donna costantemente nuda, è l’epidermide che non si può in nessun modo cancellare, nemmeno vestendola. È l’esplosione del colore bianco. Il nitore, il biondo, lo sprigionarsi del candore radioso spicca al massimo grado nel bianco e nero cinematografico, che scolpisce i contrasti, incide le opposizioni fra luce e ombra.

Le cronache raccontano che Marilyn fosse contraria a girare il film di Billy Wilder in bianco e nero; avrebbe preferito una pellicola in technicolor. Invece è proprio nel bianco e nero che sboccia la potenza epifanica di Marilyn: una chiazza chiara semovente, una pozza di luce, una luna piena riflettente che restituisce moltiplicato il fascio di raggi del proiettore, riversando chiarore sulla platea: una sagoma bianca ritagliata nello schermo, per sgomberare l’ombra e preservare lo sfondo immacolato del telone. Marilyn è il fondale luminoso dello schermo cinematografico, è il riafforare della tela candida, il fondamento di luce che sta sotto le immagini, e sorregge le velature d’ombra della visione. Non è un personaggio, non è un’attrice, è la sostanza stessa della luce che si traveste da figura. Certo, si potrebbe anche dire che è il trionfo della donna bianca nell’America razzista degli anni Cinquanta: il che è senz’altro vero, purché non si sminuisca l’elemento puramente figurativo, apolitico, della sua apparizione luminescente.

“Non prendo il sole perché voglio sentirmi bionda dappertutto”, è una delle sue frasi più famose. Questa chiarità raggiante è stata indagata da uno dei nostri artisti migliori: Stefano Arienti ha realizzato uno degli interventi più geniali sul volto di Marilyn, vero stemma araldico del Novecento. Con una gomma da cancellare, ha abraso alcune parti del suo volto, le gote, le palpebre, le labbra, rimuovendo le particelle di inchiostro tipografico delle riproduzioni a stampa: per portare ancora di più alla luce il sottofondo luminoso del volto di Marilyn.

Al confronto, la celeberrima icona che ne ha ricavato Andy Warhol è sentimentale, intrisa di patetismo luttuoso: eseguito dopo il suicidio dell’attrice, è un ritratto storico, non metafisico come quelli di Arienti. La Marilyn warholiana è strisciata da sbavature d’inchiostro, come in una serie di prove di stampa difettose: proprio l’aver voluto riprodurla così tante volte, infinitamente, in mille versioni allegramente colorate, ha mandato in tilt la macchina tipografica, che l’ha sporcata, le ha imbrattato il volto di nero. Nell’interpretazione warholiana, è stata la ripetizione dell’immagine a ucciderla. E in effetti Marilyn Monroe è stata la donna più fotografata della storia. Un essere che impressionava incessantemente pellicole, un’eccedenza di luce traboccante, da raccogliere in ogni istante con macchine fotografiche e cineprese. Nell’ultimo servizio per “Vogue” prima della morte, in soli tre giorni Bert Stern le scattò duemilasettecento foto.

Seguivo A qualcuno piace caldo ed ero sempre più inquieto, più eccitato. La ragazza di carne mi stava seduta accanto, le tenevo le dita nella mia mano, le accarezzavo i capelli, la baciavo senza mai smettere di fissare la donna di luce che intanto si espandeva gigantesca sullo schermo. Seguivo le avventure di Jack Lemmon e Tony Curtis, che sfuggono al massacro di una banda di mafiosi, ed è come se scappassero da un film di gangster cambiando genere cinematografico, lasciandosi alle spalle il lugubre mondo dei maschi per un’immersione purificatrice nel femminile, nell’orchestrina di musiciste in viaggio verso la Florida. Per salvarsi dai maschi, per salvarsi da sé stessi, gli uomini debbono travestirsi da donne, debbono comportarsi da donne. In quei momenti stavo conoscendo anch’io la potenza delle donne, baciavo a bocca aperta e guardavo con gli occhi spalancati, mi stavo immergendo anima e corpo nelle profondità di carne e di luce.

Eccitato, stravolto da tutti quei baci e da quella contemplazione, dopo aver salutato il mio giovanissimo amore all’uscita dal cinema, sono tornato a casa da solo, con un forte dolore all’inguine che non avevo mai provato prima. Quel giorno avevo scoperto nel profondo del mio essere il potere che avevano le donne, una forza che esigeva di farmi traboccare, di farmi uscire da me stesso; e che avrei provato dolore se non avessi obbedito a quel potere.

Assume un carattere misericordioso, dunque, che Marilyn abbia impersonato soprattutto svampite e svaporate: il suo è un potere che si esprime nell’apparizione della luce candida. Aggiungerci anche la forza di carattere sarebbe stato troppo crudele. E naturalmente far recitare a Marilyn la parte della sciocca è una strategia autoprotettiva degli sceneggiatori maschi.

Come mi sono sentito, dopo, nella vita, nei confronti delle donne? Come il partner più plausibile fra tutti gli attori che abbiano girato un film con Marilyn. Non Cary Grant di Il magnifico scherzo né Robert Mitchum di La magnifica preda. Non Yves Montand di Facciamo l’amore né Clark Gable o Montgomery Clift di Gli spostati. Bensì come il personaggio più fesso di tutti, il più impresentabile e goffo: Tom Ewell di Quando la moglie è in vacanza. Quello che si vanta di avere potenza muscolare nei pollici per aprire le bottiglie di champagne, e la considera una seducente esibizione di virilità. Quello che sta in piedi, con le mani in tasca e la faccia imbambolata, dentro una delle immagini più famose della storia del cinema: il getto d’aria sotterranea che sale su dalla grata della metropolitana e solleva la gonna bianca di Marilyn, scoprendole le gambe fino alle cosce, mentre lei si china a trattenere la stoffa svolazzante con una splendente risata.

Le foto di scena che fecero subito il giro del mondo, prima ancora dell’uscita del film, e che ancora oggi riempiono i poster, non mostrano l’inquadratura completa. Ci sono due esseri umani, non soltanto uno, sopra quella grata.

Il più celebre dei due è una giovane donna che sorride per la beatitudine di essere un corpo sessuato, felice di esporsi al vento infero e di godere il mondo a gambe larghe: sta sessualizzando l’universo, sta facendo l’amore con l’abisso dopo aver evitato più volte, con maliziosa noncuranza, un uomo in carne e ossa.

Ma c’è anche Tom Ewell, lì accanto, il più trascurato dei due in quella scena: un maschio adulto con un’espressione idiota, tristemente foderato di stoffa dalla testa ai piedi; la piega dei suoi pantaloni è inutilmente a piombo, per nulla scomposta dall’aria anarchica che sale dal profondo. Il vento ctonio sta facendo l’amore con la ragazza dei suoi sogni, la sta trasformando in una nuvola bianca: il soffio incorporeo che scaturisce dall’abisso del mondo è più puro, più gioioso, più sensuale di lui. Quell’uomo sono io.

Pubblicato su “l’Espresso”, febbraio 2006.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica cinema il 17 febbraio 2006