La destra che nemmeno si può dire

Giorgio Falco



La parola mima se stessa, aggrappata a se stessa si allontana da se stessa, fugge altrove, impaurita si estende, si accuccia, ritorna distorta a se stessa nel noi fittizio, un io vasto, totalizzante, inglobante, dentro noi, un io di qualche dio agreste sparso nella periferia dello zuccherificio che chiude per aprire altrove e diventa case o capannoni smistamento dello zucchero più nuovo impacchettato, dolcificante che tiene magra e giovane la figa fatta chissà dove.

Il monologo di Elfriede Jelinek su Haider: dramma e ricerca di chi, inerme, ascolta, subisce il flusso ininterrotto della voce che sconfina nel delirio di tutto il populismo alpino, Haider, Blocher, la Baviera di Edmund Stoiber, è tragico, ha qualcosa di macabro, funerario, come l’ostentazione e l’esaltazione della giovinezza che lo circonda. Nel 1988 a Vienna ci sono più nazisti che nel 1938, scrive Thomas Bernhard.
Nel 1988 al comizio di Umberto Bossi in uno dei Castelli Viscontei della provincia, ridere e applaudire gabina, fuori dalle balle, ladri, ladroni, teroni, un monologo ispirato a Borghezio, è parodia? La destra italiana scippa le parole, impone un ritornello, il jingle giornalistico, ripete, culattone o affonda l’ennesima carretta del mare carica di clandestini, e tutti, anche i giornalisti di Radio Popolare di Milano, ripetono, carretta del mare, spostano un problema politico nel linguaggio perfino poetico, carretta del mare carica di clandestini anestetizza barcone, peschereccio con centodue persone.

In Italia il pittoresco, nella spartizione di risorse, persone, animali, mari, fiumi, montagne, si alterna al serio, alle dichiarazioni serie, alle parole serie. Premier è una parola seria, quasi come bomber, il premier non è pittoresco, il premier può fare una battuta o raccontare una barzelletta ma nessuno mai definirà pittoresco il premier.
Nella divisione dei compiti, il pittoresco spetta alla Lega.

Reparti di ospedali lombardi chiudono o sopravvivono con gli straordinari infermieristici, la destra che nemmeno si può dire cura se stessa nella clinica svizzera per nulla pittoresca, a Lugano, e lascia a noi la musichetta inceppata del carillon alimentato giorno e notte dai taccuini imploranti, dalle bocche digitali delle camere, nel ritmo di un riporto leccato dal montaggio accattivante.

L’Addio e La morte e la fanciulla IV Jackie
di Elfriede Jelinek
Con: Carla Chiarelli e Fabrizio Parenti
Regia: Werner Waas
Teatro Crt Salone dal 15 febbraio 2006 al 12 marzo 2006
Via Ulisse Dini 7, Milano








pubblicato da t.scarpa nella rubrica teatro il 14 febbraio 2006