In Dieci si obbedisce meglio

Carla Benedetti



Di sicuro Proust non avrebbe mai scritto un romanzo a più mani con altri narratori del tempo. Ma se lo avesse fatto (immaginiamolo alle prese con Gide, Rolland, Dujardin...) che ne sarebbe stato di quel suo lento, stupefacente, periodare asmatico? Come minimo gli avrebbero chiesto di scorciare le frasi. La scrittura collettiva, che oggi viene spesso presentata come la frontiera più avanzata della narrativa, è in realtà un livellatore di differenze che piega le voci di ognuno verso uno standard comune, e quindi reprime ogni forma di insubordinazione allo spirito del tempo. Perciò piace alle dittature d’ogni stagione, compresa l’odierna "dittatura del mercato".

Piacque al Duce il collettivo di scrittura formato nel 1929 da Marinetti, Bontempelli, Varaldo, e altri sette all’epoca celebri e oggi dimenticati. Sovvenzionati dal governo, i "Dieci" composero a 20 mani un romanzo d’avventura, Lo zar non è morto, che ora Sironi ripubblica con prefazione di Giulio Mozzi. Motore della trama è lo zar Nicola II redivivo, o forse un suo sosia, che si nasconde in Cina, inseguito dai sovietici e da agenti segreti italiani e inglesi. Amori, agnizioni, colpi di scena vi si moltiplicano meccanicamente secondo i cliché più collaudati del genere. Non è un romanzo memorabile - e infatti nessuno se ne ricordava più, a parte qualche storia letteraria.

Mozzi e alcuni recensori entusiasti lo considerano un libro "assolutamente d’oggi". Io direi che si tratta di un libro assolutamente normale oggi. Se all’epoca l’operazione dei Dieci, che pure non nascondeva i propri intenti commerciali (Pirandello la definì una "gaglioffata"), poteva ancora spiazzare qualcuno, oggi operazioni simili (Mozzi ricorda i Wu Ming e Babette Factory, ma ve ne sono molti altri casi) appaiono invece del tutto pacifiche, perché perfettamente in linea con ciò che chiedono lo "spirito" del tempo e le sue macchine. Per l’industria dell’intrattenimento va molto bene se chi scrive è solo un artigiano della narrazione disposto a spogliarsi della propria diversità espressiva e di pensiero. Meglio voci docili che si lasciano disciplinare dal "collettivo" che non singolarità imprevedibili. Meglio una scrittura sterilizzata che una piena di batteri ignoti.

Pubblicato su "l’Espresso", n. 5, 9 febbraio 2006.








pubblicato da c.benedetti nella rubrica libri il 10 febbraio 2006