La rivolta degli uomini

Pierluigi Pedretti



Quale Calabria vogliamo? Quella dei ragazzi del Liceo a cui è stato impedito di esporre lo striscione "Speriamo di poter dire C’era una volta la mafia" oppure quella de "Lo sport più praticato dai giovani di Rosarno è la caccia al nero" raccontata da Marco Rovelli? Il suo Servi. Il paese sommerso dei clandestini al lavoro (Feltrinelli, 2009, pp. 224, euro 15) è una testimonianza agghiacciante delle condizioni in cui lavorano e vivono migliaia di immigrati in Italia. Non solo in Calabria. Il libro è un pugno sullo stomaco per coloro che ancora credono al mito della "brava gente" italiana. E anche del calabrese tutto bontà e accoglienza. Quando accadono fatti eclatanti c’è un profluvio di parole, da giornali, Tv, politica, da cui non sempre è facile distinguere i giusti termini della questione.

Poi, c’è sempre qualcuno pronto a scrivere frettolosamente un libro - un instant book - da offrire in pasto alla curiosità del pubblico. Non è il caso dei testi di cui diciamo, scritti in tempi non sospetti, con cognizione di causa e dopo le dovute indagini sul campo. I fatti di Rosarno, la "caccia al negro", richiedono un riscontro più riflessivo di quello offerto - e spesso distorto per uso di parte - dai massmedia. Lo esige la gravità del caso,ma anche la dignità di migliaia di uomini trattati come bestie. E che ogni tanto si ribellano. L’immagine dei mafiosi di Rosarno asserragliati nelle loro case è stata straordinaria. Pur nella gravità di ciò che stava accadendo "vederli" temere per la loro incolumità è stato qualcosa di unico. Una grande umiliazione che sminuiva il loro potere. Se c’è una lezione da apprendere dalla rivolta degli immigrati è quella che c’è una possibilità di riscatto. Per tutti, anche per noi calabresi.

Procuratevi l’amaro e bellissimo libricino Gli africani salveranno Rosarno curato da Antonello Mangano e pubblicato circa un anno fa dall’associazione Terrelibere (terrelibere.org, pp. 104, euro 8). "Non c’è un posto in Italia come Rosarno, che come Rosarno riassuma i drammi e le contraddizioni della nostra epoca. Dall’economia globale a quella criminale, dalla mafia alle migrazioni". E’ innanzitutto un testo di testimonianze, a più voci, che ci fa entrare nell’ambiente in cui è germogliato lo sfruttamento degli immigrati e la loro violenza. Quegli stessi che un anno fa con le loro coraggiose denunce contro i mafiosi assalitori hanno infranto una tradizione di silenzi e paure. Gli stessi che, per parafrasare il sottotitolo, "probabilmente salveranno l’Italia". Il libro ci aiuta soprattutto a capire come sia stato possibile che nel paese che è stato protagonista della lotta per l’occupazione delle terre e dell’organizzazione di cooperative, nel paese che si è reso protagonista di lotte contro la mafia (caporalato e truffe ai danni di contadini onesti), nel paese che ha lottato contro la centrale a carbone e gli inceneritori, nel paese che è stato amministrato per anni da giunte progressiste, in quella Rosarno che ha visto uccidere nel 1980 Peppe Valarioti, segretario del PCI, siano accadute queste cose.

Scrive uno dei protagonisti di quegli anni, l’ex sindaco Giuseppe Lavorato: "oggi c’è estremo bisogno del vigore di quelle lotte. Ne hanno bisogno gli immigrati sfruttati, derubati e violentati, ne hanno bisogno le nostre popolazioni per liberarsi dell’oppressione della ’ndrangheta che rende più acuta e drammatica la crisi economica che sta sconvolgendo il mondo". Eh, già, l’economia globalizzata, quella che costringe i contadini a vendere i loro prodotti per pochi centesimi al chilo, quella che sposta gli uomini come merce da una parte all’altra del Paese, ovunque ci sia bisogno di braccia a buon mercato per l’agricoltura: Lazio, Puglia, Campania, Sicilia, Calabria. A transumare come le bestie: una volta a raccogliere broccoli e carciofi, un’altra pomodori, un’altra le primizie delle serre, un’altra l’uva o le pesche, un’altra i mandarini e poi le arance... Regolari, clandestini o semiregolari, tutti sotto la minaccia della Bossi-Fini, la legge che manda via non solo chi non ha lavoro, ma anche chi lo ha perso.

Provate a guardare i loro volti e il loro mondo fatto di emarginazione, paura, degrado. Lo ha fatto per noi tutti Tommaso Bonaventura alla conclusione del libro di Anselmo Botte, Mannaggia la miserìa (Ediesse, 2009, pp. 153, euro 10), notevole reportage sulla vita che conducono gli immigrati (in prevalenza marocchini) nel ghetto di S. Nicola Varco, nella Piana del Sele, Salerno. Dalla voce diretta dei protagonisti veniamo così a conoscere soprusi, angherie e violenze, sfruttamento, condizioni abitative disumane, desiderio di affetto, solitudine e follia. Il prezzo? Trenta euro al giorno. Dice Bouchaib Hassan: "La tana, alla fine, è un tutt’uno con il tuo corpo: le pareti, il soffitto, il pavimento e tutte le povere cose seminate disordinatamente sono ormai parte di me. Anche l’odore dei muri marci, dei piatti e delle pentole sporche, degli stracci, della muffa, degli indumenti e delle coperte lerce, fanno ormai parte integrante del profumo della mia pelle". E’ come ascoltare i servi di Rosarno.

Questo articolo è stato pubblicato il 13 gennaio 2010 su "Calabria ora".








pubblicato da t.scarpa nella rubrica democrazia il 31 gennaio 2010