La città dove tutto è possibile, anzi, fortissimamente probabile

Silvio Bernelli



Grattacieli modernisti e baracche di cartone, concessionarie Ferrari alte quattro piani e canali putrescenti, riveriti monaci buddhisti ed eserciti di prostitute: ecco Bangkok, capitale della Thailandia. Malgrado o per merito delle sue contraddizioni, è un luogo dell’immaginario. Una città dove la vita costa niente, dove tutto, ma proprio tutto, non solo è possibile, ma anzi è fortissimamente probabile.

Lo sa bene Lawrence Osborne, inglese d’origine ma giramondo per vocazione, che torna in libreria con Bangkok, pubblicato da Adelphi nella traduzione di Matteo Codignola. Già autore di Il turista nudo, un delirante reportage sui luoghi ancora intoccati dalla modernità e dal turismo di massa, Osborne ha vissuto a lungo nella capitale thailandese, abbandonandola e tornandoci con una dedizione vagamente alienata, che fa pensare al capitano Willard-Martin Sheen di Apocalypse now. Un uomo in bilico tra Saigon e la giungla così come Osborne lo è tra l’Occidente e Bangkok.

L’autore mostra di conoscere la città in ogni anfratto, anche grazie alla guida di altri europei espatriati e poco raccomandali: pittori spagnoli che incollano piccioni morti sulle tele, ex soldati con troppe battaglie alle spalle, bizzarri frequentatori dell’industria del sesso. In una serie di brevi capitoli lo scrittore guida il lettore alla scoperta di una metropoli brulicante, un luogo in cui

“si arriva quando si sente che nessuno ci amerà più, quando si getta la spugna, e a pensarci bene la città è solo questo, il protocollo di una caduta.”

Forte di una scrittura colta e di uno sguardo da entomologo sballato, messo a punto anche come scrittore di guide turistiche, Osborne racconta la sua personale resa a una città che non ha pietà verso chi non ne afferra tutta la dirompente modernità. Un luogo che è in grado di calamitare orde di uomini stranieri grazie a un’offerta a cui non è facile dire di no.

“Agli esseri umani in età avanzata Bangkok offriva essenzialmente una cultura del corpo. Era un fatto quasi tattile, una questione di corpi umani che si toccano in un caldo beneficio (...) Da questo punto di vista Bangkok era l’esatto contrario dell’Occidente, dove l’isolamento fisico, la sterilità e la noia della vita sono inimmaginabili.”

Mettendo insieme i pezzi della sua vita raminga, Osborne porge al lettore un racconto autobiografico che è anche un reportage allucinato di una città che è da sempre oggetto di narrazione per gli scrittori occidentali. Somerset Maugham, tanto per cominciare, e in tempi più recenti l’Alex Garland del The beach diventato film blockbuster con Leonardo Di Caprio.

A Bangkok visse a lungo lo scrittore e reporter Tiziano Terzani. In Un indovino mi disse dedicò alla città questa brano:

“Bangkok, sporca, caotica, appestata, dove l’acqua è inquinata e l’aria carica di piombo, dove una persona su cinque non ha una vera casa, una su sessanta – inclusi i neonati – ha il virus dell’AIDS, una donna su trenta si prostituisce e ogni ora qualcuno si uccide.

La chiamano la “Città degli Angeli” e forse un tempo lo era. (…). In mezzo agli esseri umani in carne e ossa, dediti ai tanti traffici di una città, da sempre conosciuta per i suoi piacevoli vizi e i suoi irrisolti misteri, vivevano tanti altri esseri, invisibili questi, creati dalla fantasia, dall’amore e dal timore della gente. Anche i Thai, come gli altri popoli della regione, chiamano questi esseri pii, spiriti.

(…) Nel giro degli ultimi dieci anni Bangkok è stata travolta dal desiderio di modernità, e giganteschi lavori hanno messo a soqquadro l’intera città: i canali sono stati coperti e trasformati in strade asfaltate; magnifici alberi centenari sono stati abbattuti; intere strade di vecchie case sono state spazzate via dai bulldozer e decine di grattacieli, con le loro profondissime barbe di ferro e cemento, sono stati costruiti al loro posto. La terra è stata aperta, rovesciata, trivellata, sconquassata e, benché qua e là si sia fatto attenzione a scusarsi con i pii, il disturbo è stato tale e tanto che moltissimi di loro sono arrabbiatissimi e la città è ora percorsa da queste invisibili presenze che, per vendetta, fanno impazzire la gente e accadere terribili disastri. I vecchi abitanti di Bangkok, almeno, sono convinti che le cose stiano così e io penso davvero che non abbiano torto.

Eravamo arrivati a Bangkok appena da una settimana che poco lontano da casa nostra, nel pieno centro della città, alle sette di sera, quando il traffico è al suo peggio, un camion carico di gas liquido si rovesciò, una nuvola di morte avvolse decine di macchine e di case, una scintilla innescò l’esplosione e più di cento persone finirono carbonizzate. Era il settembre del 1990. (..) Un disastro è seguito a un altro. Uno dei più drammatici è stato quello di centonovanta ragazzine-operaie bruciate vive in una fabbrica di bambole. Ai primi segni dell’incendio avrebbero tutte potuto scappare, ma la direzione, per impedire possibili furti, aveva chiuso a lucchetto ogni via d’uscita e le ragazze rimasero intrappolate. Bangkok è ormai una città stregata, una città con il malocchio. Si dice che si è costruito troppo, che il peso di tutti i grattacieli la sta facendo affondare di almeno dieci centimetri all’anno e che presto sarà inghiottita dal mare.”

La città sembra trovare la sua cifra ultima in un caos quasi inenarrabile. Un cortocircuito a cui Manuel Vázquez Montalbán, che a Bangkok è vissuto e morto, ha tentato di risolvere in modo assai personale nel suo Gli uccelli di Bangkok.

“Carvalho non aveva abbastanza occhi né abbastanza vita per comprendere nella sua totalità tutto quello che gli offriva il Mercato della Domenica. La giungla in vasi, gabbie e acquari giganteschi, o nelle scatole di cartone in cui le farfalle si erano trasformate in strani fiori del male dal corpo insepolto. Carni salate annerite dal sole, mosche, sputacchi di betel, verdi chicchi di riso, salami dolci purulenti, animali mummificati nella loro secchezza, peperoncini minacciosi e nervosi come eserciti di aragoste africane, sete senza peso, vasellame sospettosamente valenziano, insegne di corteccia naturale, galline, colibrì, cocorite, lucertole, una piccole tigre, fornelli portatili e girevoli offerti alla filosofia del mangiare quando si ha fame e al diritto naturale alla sopravvivenza delle mosche asiatiche, sciroppi di tutti i colori della sciropperia, foreste di bottiglie di salsa di pesce, il sale tailandese, una specie di donnola lunga, dura e bruna, maialini neri, jeans, cobra senza veleno, manguste nelle loro gabbie da manicomio, cassette di Stevie Wonder e dei Supertramp, cocco filato, noci di cocco addomesticate dal machete fino alla condizione di contenitori verdi per una cannuccia di plastica, tettoie prefabbricate, una giovane tigre senza più un ruggito da portarsi alle labbra, pezzetti di maiale ricoperti di miele scuro, spaghetti di riso sottili come cibo per angeli vergini, orchidee alimentate da cortecce di cocco, giacche sintetiche imbottite per inverni mentali, tenute da campagna per guerriglieri urbani, machete, portachiavi, uova in salamoia simili a coglioni di mulatto, una vasca da bagno di cemento dipinta di verde, agitatori sociali con megafono che incitano le masse mentre la polizia sembra non sentire a una distanza tollerante e prudente.”

Nella sua complessità fantastica, il mercato Chatuchak di Bangkok sembra forse l’unica metafora possibile per raccontare a chi non l’ha mai vista questa Venezia tropicale, scolpita nel cemento, paurosamente fuori scala. Un luogo che assomiglia tanto, ma proprio tanto, al futuro. Anche il nostro.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica a voce il 28 gennaio 2010