La scomparsa dell’alterità

Luca Bertolo e Tiziano Scarpa



Venerdì 22 gennaio è uscito un mio articolo sulla Stampa, che trovate in fondo a questo post. In risposta ho ricevuto questa bella lettera dell’artista Luca Bertolo.

Caro Tiziano,
grazie alla segnalazione durante la trasmissione Terza pagina, su radio3, questa mattina ho comprato la Stampa per leggere il tuo articolo. E ora ti scrivo per dirti quanto mi abbia fatto piacere leggerlo.

Il tuo articolo - e il fatto che sia stato pubblicato con il giusto rilievo su un importante quotidiano - è già un piccolo squarcio in quel velo oleoso di omogeneità che avvolge ogni dicorso pubblico. Delinei i contorni di una situazione di cui io - come cittadino, come lettore, come artista (per quanto secondario e silenzioso sia il mio contributo culturale) - soffro quotidianamente. Mi sento chiuso tra due sponde, che si propongono alternative, ma che sempre più si rivelano complementari. Da una parte l’inarrestabile e omnipervasivo Spettacolo/Commercio, il faccione sorridente e perverso di questa società. Dall’altra, piccole caste (universitarie, redazionali etc), spesso arroccate a difendere le proprie posizioni di mestieranti, più o meno bravi, della Cultura. Per brevità lascio ora da parte la questione dei privilegi di corporazione e il problema della gerontocrazia italiana; il punto, che tu segnali e che più mi sta a cuore è questo: l’assenza di alterità nel discorso pubblico. Terribile assenza.

Appena sento parlare qualcuno in pubblico, ho già chiaro dove andrà a parare; so già come inquadrare e rubricare il suo punto di vista. In altre parole, non ho bisogno di ascoltarlo fino in fondo. In esposizione sugli scaffali dell’attuale pluralismo-discount, troviamo un piccolo ma selezionato numero di atteggiamenti prêt-à-porter: il qualunquismo cafone di destra, il politically correct di centro sinistra, il cinismo selettivo spesso appaiato col sentimentalismo, e così via. Ognuno poi è libero di giocarsi la sua micro autonomia personalizzando l’atteggiamento prescelto, come fa aggiungendo le orecchie di peluche al suo casco per il motorino.

Pensa che (io di chiara formazione laico - illuminista) negli ultimi anni mi sono ritrovato varie volte a fermare il sintonizzatore su Radio Maria o addirittura Radio Mater, pur di ascoltare qualcosa di davvero altro: a volte capita il distinguo raffinato del teologo-umanista, altre volte la pelosa e codina geremiade del curato da combattimento. Ma a me, in quei momenti di crisi di astinenza-da-alterità, basta già la cadenza di una voce pretesca! Perché? Perché in essa risuona un altro mondo.

Chissà, dopo un secolo in cui si è pensato che l’arte avesse sostituito la religione in quanto luogo di trascendenza, ora che anche l’arte si è definitivamente secolarizzata è forse di nuovo il sacro che si riprenderà la scena…Mi viene in mente il bellissimo poema "Maria" di Aldo Nove. Oppure, a proposito di voci non preconfezionate, quella di Marcello Veneziani: curiosamente, proprio su radio 3 (che Dio l’abbia in gloria! isola di eccellenza misteriosamente sopravvissuta nell’oceano di volgarità italiane) ho sentito leggere un suo bel articolo il giorno prima del tuo.

In fondo, manca un’alterità antropologica (ed eccoci a Pasolini): cancellata quasi del tutto tra gli italiani, si ripropone, in parte, con i nuovi immigrati. Ma questi non hanno voce, oggi, come non ne aveva un sottoproletario romano o un contadino veneto negli anni Cinquanta. In ogni caso, è nel passaggio al discorso pubblico che l’alterità svanisce dalle cose: come la cellulite, le venuzze o i brufoli dai corpi bamboleschi delle veline in tv. Dal mio – dal nostro – punto di vista, la faccenda si complica ancor di più, almeno se concordi sul fatto che uno degli scopi primari dell’arte e della letteratura è quello di testimoniare ogni forma di alterità. Si complica perché l’alterità del mondo, per riapparire in arte o in letteratura, deve prima calarsi nella struttura profonda dell’opera, alterando dunque persino sé stessa! (Raramente un’alterità trattata come soggetto si rivela poi sostanziosa).

Certo, Pasolini. Il sempre più grande. Mi ricordo di un ciclo di seminari di Franco Fortini. Nonostante la sua grande stima per Pasolini e l’ammissione di avere superato nel tempo molti motivi di contrasto ideologico con lui, ancora (si era nel 1991!) non riusciva ad accettare certe sue posizioni. Fortini: poeta, appassionato umanista, raffinatissimo traduttore, brillante critico, insomma grande anche lui... eppure l’alterità radicale di Pasolini, quella che Pasolini tutta la vita ha cercato e vissuto, era troppo anche per Fortini…

Di Pasolini ne nascono pochi, è ovvio. Ma è giusto chiedersi, come fai tu, se ci siano oggi dei Corriere della sera e dei Piero Ottone che ospiterebbero - regolarmente e con richiamo in prima pagina, se non mi ricordo male! - interventi di persone che tu giustamente chiami battitori liberi. La risposta che fornisce la tua piccola indagine non mi stupisce, purtroppo: no, non ce ne sono. E concordo anche con l’altra tua osservazione: il punto non è discutere sul fatto che Paolo Nori (di cui ho massimo rispetto) scriva su un giornale di destra, quanto il chiedersi come mai non lo invitino su giornali più accettabili.

Infine, mi sono sentito direttamente chiamato in causa da quella tua defilata ma pungente parentesi: "ci avete fatto caso? Ci sono tanti giovani artisti in Italia, ma stanno sempre zitti, non intervengono mai su nulla". E’ pungente perché hai ragione, dannatamente ragione. Dove sono, sove siamo noi artisti, più o meno giovani? Impegnati a galleggiare come tappi di sughero nella corrente (frase prediletta da August Renoir, per come ce lo racconta suo figlio Jean). Impegnati a globalizzare le forme della nostra identità sfuggente. Impegnati a sopravvivere al nostro ego esuberante. Impegnati a supplire all’assenza di una struttura-comunità pubblica che ci possa sostenere o in cui possiamo riconoscerci. Dunque, ecco: Scusateci, siamo molto impegnati!

Ma va aggiunto anche questo: la mediazione culturale di settore (curatori, critici, giornalisti, direttori di musei) non e’ diversa da quella generalista dei grandi quotidiani o delle reti televisive. Vige lo stesso timor panico rispetto ad ogni alterità. Attenzione: alterità oggi nel mondo dell’arte non è l’ennesimo "colpo di scena" à la Cattelan - tipo il Papa riprodotto iperrealisticamente in tre dimensioni schiacciato da un meteorite – roba ghiotta per un articolo di costume. No, alterità è ciò che, come la poesia, tende a perdersi in traduzione…

Sia come sia, c’è anche chi ci prova, a intervenire pubblicamente, in qualche modo non omogeneizzato, ma è molto difficile che gli venga permesso di farlo. Ti racconto solo un aneddoto, che mi sembra carino. C’era una piccola rete televisiva locale, quando vivevo a Berlino, che mi contattò proponendomi di partecipare a una serie di interventi d’artista. La giovane e simpatica ragazza che se ne occupava mi spiegò che avrei avuto un minuto di tempo per dire, fare, far vedere tutto quello che avessi voluto: quadri, performance e compagnia cantante. Potevo anche fare uno spogliarello, mi disse ridendo. Totale libertà. Sulle prime ero un po’ perplesso. La tipa insisteva: pensa, mi diceva, sessanta secondi di libertà assoluta! Va bene, le dissi, siccome però non vedo la tv da tanti anni ci voglio pensare un po’ su. Dopo un paio di giorni le ritelefonai e fissammo la data per l’incontro. Arrivò nel mio studio con un cameramen e un bel po’ di valige di ferro, cavi e microfoni. Ragazzi, dissi, per questo intervento non ci sarà bisogno di molta attrezzatura. S’intitola "PAUSE", è semplicissimo: sessanta secondi di schermo nero. Anche l’audio è banale: non c’è... La settimana dopo mi telefonò il responsabile del programma culturale, di cui il minuto artistico era solo un’appendice. Also, Herr Bertolo, mi disse, temo che il suo progetto, benché interessante, sia irrealizzabile, lei capisce, tecnicamente... Provi a pensarne un altro più consono. S’intende, ha libertà assoluta…

Finisco qui, caro Tiziano. Scusami per essermi dilungato. Cosa cerco, in fondo? Un’alterità di ritmo. Ogni tanto.

Un caro saluto,
Luca Bertolo


Ed ecco il mio articolo, uscito il 22 gennaio su La Stampa:

C’è un quotidiano che ogni giorno ha una pagina fatta così: ci sono tre articoli, firmati da scrittori o scrittrici, studiosi, artisti, registi, scienziati. Hanno venti, trenta, quarant’anni. Non sono veri e propri collaboratori di quel quotidiano. Scrivono ogni mese o due. Si fanno vivi quando hanno qualcosa di importante da dire. Raccontano cose che hanno visto, fanno resoconti di fatti poco conosciuti, segnalano opere che vale la pena conoscere. Dalla passione e dall’arguzia che ci mettono, si capisce subito che si occupano di argomenti scelti da loro. A volte non sono in linea con il quotidiano che li ospita, ma la redazione mette i titoli e gli occhielli ai loro articoli senza stravolgere il senso di ciò che hanno scritto. Ogni mattina io corro in edicola a vedere che cosa c’è in quel quotidiano, trovo sempre qualcosa che mi sorprende, che mi fa pensare fruttuosamente: soprattutto quando sono in disaccordo con le loro idee.

Quella che ho appena descritto è una mia fantasticheria. Un quotidiano così in Italia non esiste. Oppure sono io che sono poco informato?

Non potendo fare un’indagine su tutta la stampa italiana, intanto per sette settimane ho seguito i giornali più diffusi. Ne ho ricavato questo bilancio: ai grandi giornali interessa poco che cosa hanno da dire le migliori forze inventive che oggi in Italia hanno meno di cinquant’anni.

Comincio da Repubblica, perché alla fine di novembre ha ospitato una lettera che ha fatto discutere: il direttore della scuola di giornalismo Luiss, Pier Luigi Celli, consigliava a suo figlio di lasciare l’Italia dopo la laurea, dato che questo non è un paese per giovani. Bene, mi sono detto, vediamo quanto spazio dà, non dico ai giovani, ma almeno alle persone sotto i cinquant’anni, il quotidiano che ha ospitato quella lettera. Quanti interventi contiene fra i numerosissimi scrittori e scrittrici, artisti, registi, studiosi, scienziati attivi oggi in Italia, che non siano giornalisti, quante voci di battitori liberi (o comunque collaboratori esterni non abituali).

In sette settimane, su Repubblica ho trovato: un paio di contributi degli ottimi Giorgio Falco e Elena Stancanelli, su mostre, nuovi oggetti tecnologici, libri (avevano tutta l’aria di articoli affidati dalla redazione), un intervento di Valeria Parrella sul suo nuovo libro, e una riflessione sui nuovi brigatisti di Benedetta Tobagi. Non c’è stato molto altro (non annovero le belle interviste a Nicolai Lilin, Wu Ming e Paolo Sorrentino, perché, lo ripeto, sto parlando di articoli firmati dagli autori stessi). Possibile che, a parte il caso eccezionale di Roberto Saviano, a questo giornale non interessi coinvolgere le migliori intelligenze sotto i cinquant’anni in circolazione in Italia? Lo dico da lettore (non aspiro a farmi assoldare da nessuno, sono concentrato sulle mie opere per i prossimi anni, scrivo da un decennio in rete, faccio una rivista, ho già il mio daffare). Parlo da lettore.

Il Corriere della Sera in queste sette settimane ha ospitato un intervento di Donato Carrisi sulle balene spiaggiate in Puglia, uno di Alessandro Piperno sulla sentenza d’appello al delitto di Garlasco e un altro sull’invidia, uno di Paolo Giordano sulla carità. Stamattina leggo un articolo di Niccolò Ammaniti sulla difficoltà di educare i figli: è un gran bel pezzo, mette gli umani a confronto con il comportamento di altre specie animali, collauda il romanzo che recensisce paragonandolo alla sua esperienza personale.

Sulla Stampa ricordo l’intervento a tutto campo di Antonio Scurati sulle odierne cerimonie culturali italiane (la coazione a stilare classifiche e bilanci di fine decennio e ideare eventi a partire dai centenari), le analisi della economista Irene Tinagli e del meteorologo Luca Mercalli. E poi c’è Tuttolibri che, tuttosommato, una settimana sì e una no non è tuttosenile.

Tra pochi giorni saranno trascorsi 35 anni dal famoso articolo di Pier Paolo Pasolini sulla scomparsa delle lucciole. Che cos’era quell’intervento, se non l’impressione di un viaggiatore? Sarebbe interessante verificare se nei giorni successivi gli ribatterono degli entomologi, naturalisti, studiosi dell’ambiente. Eppure quell’impressione azzardata, quel libero contributo di un artista, ci ha spiegato il dopoguerra italiano. Interessano ancora, ai grandi giornali, interventi così?

Si ripete spesso che l’Italia sta vivendo un periodo difficile, che mancano idee, punti di vista nuovi sul modo in cui è organizzata la vita che viviamo e quella che vogliamo. Non è proprio in un momento simile che bisognerebbe mettersi in ascolto del maggior numero possibile di voci?

Eh, bravo!, obietterà qualcuno. Tutta una faccenda di casta. Dopo i politici, ci mancava quella degli scrittori. Faccio notare che uno scrittore e una scrittrice sono semplici cittadini che hanno avuto accesso al discorso pubblico grazie al vigore delle loro parole: non sono eletti né esperti, proprio per questo la loro parola è importante, ha uno statuto diverso che integra gli altri discorsi pubblici. E poi il mio elenco comprende studiosi, registi, scienziati, artisti (ci avete fatto caso? Ci sono tanti giovani artisti in Italia, ma stanno sempre zitti, non intervengono mai su nulla). Per di più, oggi non c’è quasi nessuno che non pubblichi romanzi o saggi e non possa essere definito scrittore, anche tra i giornalisti: su Repubblica, la poesia sulle violenze razziste di Rosarno l’ha scritta Adriano Sofri; sul Corriere, Claudio Magris ha elogiato Michele Serra come autore letterario ingiustamente sottovalutato...

In questi giorni fa discutere la polemica tra Andrea Cortellessa e Paolo Nori, se sia opportuno che un autore di sinistra scriva su giornali di destra. Secondo me il punto non è se faccia bene Paolo Nori a collaborare a Libero (a proposito: la didascalia della Stampa di ieri era inesatta: io non collaboro a Libero; quel giornale una volta ha proposto ai suoi lettori un mio pezzo scritto per un’altra rivista, c’est tout); il punto è come sia possibile che una penna sapida come la sua non venga diffusa il più possibile, non sia ospitata sul Corriere della Sera o su Repubblica o La Stampa (Paolo Nori non è mio amico, non sono quasi mai d’accordo con lui). Il punto è come sia possibile che su Repubblica, Corriere o La Stampa non ci scrivano anche i Wu Ming (non sono miei amici, non sono d’accordo con molte loro idee) o Aldo Nove (che però è mio amico, quindi non vale) e... e la lista sarebbe lunghissima, ma ho finito lo spazio. Grazie dell’ospitalità.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica condividere il rischio il 23 gennaio 2010