Lo sterminio dimenticato degli zingari Sinti e Rom

Giovanni Giovannetti



«Fosse stato per il sindaco di Pavia i Rom li avrebbe messi sopra un treno e mandati via». Sono parole dell’ex sindaco Piera Capitelli, membro della Commissione etica del Partito democratico, che nel 2008 parlava di sé in terza persona. Un popolo "di troppo" si aggira per l’Europa e anche a sinistra c’è stato chi sconsideratamente ha alluso a deportazioni e a «soluzioni finali».
Dopo il cambio di latitudine politica, a Pavia la musica non è cambiata: ho visto riciclare un falso dossier su inesistenti casi di prostituzione minorile nel centro di accoglienza di San Carlo; ho visto consegnare alla questura e alla Prefettura informative infamanti sui Rom, tali da prefigurare illeciti di profilo penale a carico dell’amministrazione; ho assistito allo sgombero invernale di otto famiglie da San Carlo e Fossarmato per «motivi di ordine pubblico» (ordine mai formalizzato dal sindaco Cattaneo) e in «accordo con la prefettura» (non è vero: il numero delle famiglie sgomberate è circa il doppio di quello dei decreti di allontanamento prefettizi); ho visto l’irresponsabile interruzione del percorso scolastico dei figli minori; ho visto uomini donne e bambini buttati in mezzo a una strada nel gelido inverno. Inclusione? No, grazie. Per lorsignori i Rom sono "scarti umani" senza diritti. Stiamo parlando dei comunitari di Pavia così come dei neri extracomunitari scesi questo mese a Rosarno in Calabria per la raccolta dei pomodori, quasi tutti in regola con il permesso di soggiorno eppure provocati, presi a fucilate e poi deportati, senza nemmeno dare loro il tempo di riscuotere il compenso per il lavoro svolto, ovviamente lavoro nero.
Il razzismo e la xenofobia hanno prima narcotizzato e infine colonizzato il senso comune. Il mancato rispetto delle regole è ormai prassi nella pubblica amministrazione (regole di cui, al contrario, dovrebbe garantire l’osservanza) rievocando così un clima per molti aspetti simile a quello che negli anni Trenta, anche in Italia, portò alle leggi razziali, ovvero all’anticamera della "soluzione finale" per ebrei, omosessuali, zingari, testimoni di Geova, oppositori politici.
Oggi come ieri? Dopo aver messo in soffitta Gramsci, Berlinguer, Dossetti, De Gasperi e La Pira la politica accattona sembra rispolverare l’inglese Francis Galton, inventore dell’eugenetica, e l’americano Madison Grant, antropologo e autore di The passing of the Great Race, definito da Hitler «la mia Bibbia».
Nella Germania nazista gli zingari erano considerati l’emblema dell’asocialità. Dal 1936 sono stati equiparati agli ebrei. La sterilizzazione era obbligatoria per le persone affette da frenesia congenita, schizofrenia, psicosi maniaco-depressiva, epilessia ereditaria, ballo di san Vito ereditario, cecità ereditaria, sordità ereditaria, grave deformità fisica ereditaria, alcolismo grave. Verso la metà del 1935, vennero proibiti i matrimoni e qualsiasi contatto sessuale tra ebrei e tedeschi. La legge «per la salute coniugale» voleva impedire «la degenerazione del patrimonio genetico» a partire da una delle malattie ereditarie indicate dalla legge sulla sterilizzazione.
Lo sterminio degli zingari è argomento ancora oggi in parte eluso dalla ricerca storiografica, a differenza di quello degli ebrei, discriminati, come gli zingari, per motivi esclusivamente razziali. Molti studiosi lo hanno invece presentato come un modo, sia pure estremo, per fronteggiare la «criminalità» e l’«asocialità» del cosiddetto popolo nomade. Pregiudizi che ancora resistono.
Più di 500.000 zingari sono morti nei lager nazisti di Auschwitz e Treblinka (erano anche usati come cavie negli esperimenti scientifici) e in quelli balcanici di Jasenovac in Croazia e di Semlin presso Belgrado; un numero imprecisato è stato ucciso al momento della cattura. In Romania nel biennio 1941-42 il governo filonazista di Ion Antonescu ha deportato 25.000 zingari in Transdniestria, una zona tra la Moldavia e l’Ucraina sovietica occupata dai tedeschi. In pochi hanno fatto ritorno. Durante la seconda Guerra mondiale, oltre 700.000 zingari sono stati uccisi, il 70 per cento dell’intera popolazione. I Rom serbi la chiamano Porajmos, la Shoah tzigana.
D’altronde, discriminazioni, violenze, sterilizzazioni coatte proseguono, per gli zingari, ben oltre il nazismo e la legge «sulla sterilizzazione» e sulla «salute coniugale». Dal 1935 al 1975, nella democratica Svezia hanno forzatamente sterilizzato 230.000 persone. Tra il 1907 e il 1973, negli Stati Uniti, sono stati menomati 8.000 donne e 16.000 uomini (al processo di Norimberga la sterilizzazione di massa non venne inclusa tra i crimini di guerra). Dal 1948 al 1996 in Giappone è stato fatto ricorso alla sterilizzazione a scopo eugenetico. Ancora oggi e dal 1995, in Cina una legge promuove l’eugenetica di Stato, mentre in Francia si registrano 15.000 recenti sterilizzazioni coatte presso i manicomi, così come in Spagna e in Austria, Paese quest’ultimo in cui l’hanno subìta il 70 per cento delle donne con disturbi psichici. Dal 1926 al 1974, in Svizzera, 600 bambini Rom sono stati sottratti alle famiglie e le loro madri sterilizzate (l’operazione Kinder der Landstrasse – bambini di strada – di cui è stata vittima anche la poetessa Mariella Mehr, si proponeva l’estirpazione del «fenomeno zingaro»). A Pavia, nel 2006, un assessore ha pensato di togliere i figli dei Rom alle loro famiglie «a tutela dei minori» e la sua dirigente si è rivolta al Tribunale, il quale ha risposto che non era il caso di parlarne, proprio «a tutela» di quei minori. Sempre a Pavia, cambiata l’amministrazione nel 2009, non sono tuttavia cambiati i metodi (e i dirigenti), questa volta desiderosi di internare in convitti d’area i bambini Rom (e solo i bambini) sgomberati da San Carlo e Fossarmato. Come se tutto questo fosse «normale»; eppure così lo hanno pensato e raccontato il nuovo assessore ultracattolico e settori del clero, quelli meno attenti alla parola del vescovo pavese Giudici, dell’arcivescovo milanese Tettamanzi, di Papa Benedetto XIV e di Gesù.
«Tolleranza zero» contro razzismo e xenofobia o «Tolleranza zero» contro zingari e migranti? I guasti causati dalla politica populista di questi anni imporranno un lavoro culturale enorme, dentro e fuori le istituzioni, per sradicare i pregiudizi, così da migliorare il clima e garantire un futuro ai nostri figli e nipoti, e cioè alla specie umana. Da dove partire? Forse dal linguaggio, perché a volte le parole contano. Ad esempio "xenofobìa" ovvero la paura dell’altro, l’avversione morbosa del diverso da te o – alla lettera – «avversione indiscriminata nei confronti degli stranieri e di tutto ciò che proviene dall’estero» (Devoto-Oli). La paura è un sentimento, quando si "ammala" diventa fobìa. Il claustròfobo ha paura dei luoghi chiusi, il sessuòfobo prova una morbosa avversione per il sesso, l’acluòfobo avverte una intensa e incontrollata paura del buio, l’agorafobo risente di attacchi di panico nei luoghi affollati, il cinòfobo ha paura dei cani, l’auliròfobo ha paura dei gatti, l’entomòfobo ha paura degli insetti, l’omòfobo ha paura degli omosessuali o di diventare omosessuale o di essere considerato omosessuale, ecc.
Tutti – chi più chi meno – coltiviamo o risentiamo di qualche particolare fobìa. Per parte mia, sono blandamente tomòfobo (paura dei tagli) e ancora più blandamente musòfobo (paura dei topi). Nei mesi del volontariato alla Snia tra i Rom, all’imbrunire, branchi di enormi ratti schifosi uscivano dalle loro tane in cerca di cibo. Al buio non li vedevo ma li sentivo sfiorare i miei piedi, scivolarmi tra le gambe, squittire a migliaia tutto intorno. Una scena da film: la scena della peste nel Nosferatu di Werner Herzog.
A quanto pare – a Milano come a New York – ormai si contano più topi che abitanti: i ratti sono resistenti, solidali, organizzati. Si candidano a colonizzare il pianeta e a rimpiazzare la razza umana, incapace di ogni solidarietà di specie: non dico la solidarietà con i grandi primati (gorilla oranghi e scimpanzè condividono con gli umani il 98 per cento del loro patrimonio genetico; la commissione Ambiente spagnola ha stabilito che anche a loro spetta il diritto alla vita, alla libertà e a non essere maltrattati fisicamente e psicologicamente, così come s’imporrebbe per ogni animale) ma tra bianchi e neri, ebrei e palestinesi, cristiani e musulmani, zingari e gagé, italiani e rumeni, siciliani e lombardi, pavesi e milanesi, juventini e interisti, "fascisti" e "comunisti", maschi e femmine, ecc.
Quale futuro? Non resta che provare a governare la globalizzazione, favorendo l’interazione tra etnie e culture. Mio padre era toscano, mia madre lombarda: si sono conosciuti in Svizzera, dove entrambi erano emigrati. Ho un cugino che si chiama Henry, parla "yankee" e "spanglish" e vive a Los Angeles, Stati Uniti, un Paese che fino all’altro ieri considerava «negroidi» gli italiani come lui. Lo stesso Paese che un anno fa ha incoronato Barak Hussein Obama jr. – un meticcio – Presidente degli Stati Uniti.
Parla Obama: «In quanto figlio di un nero e di una bianca, nato nel crogiuolo razziale delle Hawaii, con una sorella per metà indonesiana – ma in genere scambiata per portoricana o messicana – e un cognato e una nipote di origini cinesi, con alcuni consanguinei che somigliano a Margaret Thatcher e altri così neri da poter passare per Eddie Murphy – tanto che i raduni familiari assumono l’aspetto di una riunione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite – non mi è mai stato possibile limitare la mia lealtà su base razziale o misurare il mio valore su base tribale».
«Mentre noi ci gingilliamo ancora con la razza Piave e l’identità padana – ha scritto Gad Lerner – l’America non vive più la razza Obama come corpo estraneo, e dunque può aspirare al superamento simbolico dei conflitti razziali che pure hanno contraddistinto tanti passaggi drammatici della sua storia». In questa Italia disorientata dalla crisi s’imporrebbe una svolta culturale che possa incidere sui comportamenti delle persone e sulle pratiche sociali, sulla percezione della comunità e dell’altro, entro valori condivisi di democrazia e di uguaglianza, di fratellanza e solidarietà internazionalista di specie, non solo umana. Quanto ai nazionalisti, contrariamente alle credenze, l’identità nazionale si rafforza proprio nella fusione tra diversi. In Italia e a Pavia invece…








pubblicato da g.giovannetti nella rubrica emergenza di specie il 22 gennaio 2010