Il miracolo,il mistero e l’autorità - Stralci dalla rivista

ilprimoamore



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La notizia del tumore è arrivata per telefono È stata mia madre a dirmelo, scegliendo le parole e ripetendo continuamente che non mi dovevo preoccupare. Mi sono sentita male, ha detto, ma non preoccuparti. È successo di sera, papà era fuori. È partito dal braccio, una specie di attacco epilettico, ma c’era Ben, non preoccuparti. All’ospedale, mi hanno fatto tutti gli esami. Qui ha fatto una pausa, poi ha buttato fuori la parola. Eh sì, ha detto, probabilmente perché immaginava che, così intelligente come mi ha sempre reputato, io avessi già intuito. E io proprio non c’ero arrivato, non ci avevo ancora nemmeno pensato.
Cancro, ha detto. Due focolai, polmone e cervello.
E lì sì che è venuta fuori la mia intelligenza, quando mi sono precipitato a dire: Beh opereremo, no? Sentiamo tuo fratello, è chirurgo, chissà quanti ne ha tolti… Perché ancora non mi era mai nemmeno passato per la testa, perché fino a quel momento, per quasi trent’anni, i momenti davvero irreparabili arrivavano ed erano arrivati sempre e solo per gli altri, mentre le cose che capitavano a noi, avevano sempre avuto una soluzione e, io pensavo, in qualche modo l’avrebbero avuta sempre. Mio padre, mio zio, non erano medici? Avranno ben avuto una risposta, un amico oncologo, pronto a levarci dai pasticci, a superare questa situazione grave, forse la più grave di tutte, ma non ancora definitiva o irreversibile. Mia madre ha fatto un sospiro, quello di quando sorrideva un po’ imbarazzata, e mi ha detto: vedremo. Lo stesso "vedremo" di quando le chiedevo un permesso speciale, o un giocattolo che lei davvero, con tutta la buona volontà non poteva promettermi.

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Mia madre si riaddormenta poco dopo l’ultima crisi. Mentre la guardo mi tornano in mente gli episodi che già conoscevo e quelli che mi ha raccontato nei mesi scorsi. Le giornate di sci da ragazza coi suoi fratelli, anni prima di conoscere mio padre; il biglietto che, ventenne, aveva mandato a un indirizzo di Venezia sperando che arrivasse a Ezra Pound; i film di cui si innamorava repentinamente e a cui le piaceva farsi accompagnare da noi tanto che, negli ultimi anni, erano diventati uno dei momenti migliori per stare assieme; la fermezza con cui si era sempre ribellata alla severità di mio nonno, pagando di persona le sue scelte controcorrente e l’amore con cui ne ha sempre parlato a me che non l’ho mai conosciuto, con cui l’ha accompagnato e l’ha visto morire nello stesso modo con cui ora muore lei, ondeggiando, proprio era toccato a suo padre, sull’orlo della coscienza.
Ormai è quasi sempre sbilanciata dall’altra parte. A richiamarla non sono le nostre voci, né il dolore, né il rumore attorno a sé, ma il conflitto millimetro per millimetro, cellula per cellula, fra la crescita del tumore e i suoi ultimi tentativi di resistere al buio che ha già divorato la maggior parte della sua coscienza, di tenersi aggrappata a quello che ancora resta: ricordi, visi, parole e nomi che si fanno sempre più inafferrabili e inconsistenti e vengono travolte quando su tutto, sul dolore e sulla volontà si allarga la nebbia soffice e ovattata della morfina, che le spiana la fronte, le schiude i pugni contratti e cala sul suo viso una maschera ebete con un accenno di sorriso demente.

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Continua su Il primo amore 6 – Il miracolo, il mistero e l’autorità, Effigie, Milano 2009, pp. 240, € 15








pubblicato da ilprimoamore nella rubrica annunci il 15 gennaio 2010