Avatar

Dario Voltolini



Chi sono questi uomini e queste donne blu alti quattro metri che vivono su Pandora? Perché si chiama Pandora il loro pianeta? E perché alcuni corpi di DNA misto fra il nostro e il loro vengono chiamati avatar? Non è la divinità che si incarna in un avatar? Qui invece a incarnarsi siamo noi, razza bianca direi (quasi non si intravedono neri tra le comparse, e nemmeno orientali, a un primo sguardo), e siamo i cattivi, altro che la divinità. Certo, ci sarà un’importantissima incarnazione definitiva, tramite madre natura e non per mezzo tecnologico, e sarà quella dell’eroe. Un’altra ne era stata tentata, però l’eroina non ce l’ha fatta. Ma si tratta di una incarnazione che non ha niente di simile a quella della divinità in corpo umano, innanzitutto perché è da corpo umano a corpo Na’vi e poi perché solo rinascendo Na’vi l’uomo perde cattiveria e ambiguità: qui si segna un rito di passaggio (per i Na’vi si nasce due volte, la prima biologicamente, la seconda occupando il proprio posto nella comunità) molto significativo, come se solo dimenticando la nostra specie, ibridandoci con un’altra specie e da essa venendo accolti, potessimo salvare noi stessi dall’essere "la razza umana". Convertendoci (però a cosa?).

Ma questi esseri bluastri con cui ci si mescola che tipo di gente è? Sono blu come gli uomini blu del deserto, ma non per i vestiti, proprio per la pelle. Sono alti come i Tutsi. Vivono nella foresta e hanno code come scimmie, sono magri come quelli degli incontri ravvicinati del terzo tipo, hanno simpatiche orecchie da cane/gatto che si abbassano quando hanno paura, per esempio, cioè fanno parte dell’espressione emozionale del viso. Tirano con l’arco come gli indiani nativi (Na’vi?), si dipingono i volti con disegni simili a quelli degli aborigeni, hanno capelli sensibili e portatori di una connessione hardware tipo USB evolutissima, con cui si connettono agli altri esseri viventi, tipicamente alle cavalcature primordiali volanti, e in ultima analisi con Il Tutto tramite le fronde luminescenti di un albero/energia/memoria/web (e anche tra loro per accoppiarsi, sebbene la scena Cameron l’abbia tagliata, ma è talmente ovvio che in sala durante l’anteprima notturna non c’è stato chi non l’ha pensato, prima ancora del primo bacio blu). Sono citazioni da Moebius, a cavalcioni degli pterosimili volanti. Sono quello che eravamo, prima di chissà quale hybris, prima di essere qua a questo punto (cioè tra una manciata di decenni) su un pianeta morente. Ma nell’immaginazione anche visiva (forse solamente visiva) di Avatar, costoro, che vivono come siamo vissuti noi nello sprofondo del nostro passato di specie, sono più evoluti di noi, sono i giganti di Vico ma ritornati dopo che noi abbiamo fatto e finito il nostro ciclo. Noi siamo bensì superiori a loro per la tecnologia, che è il modo in cui volenti o nolenti siamo soliti rappresentare a noi stessi la nostra evoluzione (magari, invece, dei nostri antenati una tecnologia pazzesca ce l’avevano pure). Quindi noi chi siamo? Siamo bianchi (forse era inutile mettere in campo tanti colori, meglio bianco e blu e una netta distinzione che una tavolozza di colori, dal punto di vista dell’argomentazione a sostegno della tesi). Siamo bianchi cattivi e bianchi intelligenti, deprediamo l’universo dei suoi metalli, in particolare siamo ormai dipendenti da un metallo che sta su Pandora e che ci serve, sulla Terra, come fonte di energia. Quindi ce l’andiamo a prendere. Almeno senza la pretesa di esportare la democrazia. Siamo anche intelligenti, scienziati. Scienziati olistici, direi, visto che la visione biologica e quella spirituale stanno in una giusta sintesi nell’anima della scienziata buona (che non si incarnerà definitivamente), colei per la quale la tecnologia è un mezzo e soprattutto non un mezzo bellico (vasche sigillate, programmi, analisi strutturali e genetiche, e non pistolone, bombe, mitragliatrici, corazze tirapugni). Siamo bianchi che vanno là e rubano, disboscano, vogliono abbattere l’albero/energia/memoria/web per tagliare la trasmissione della tradizione di quel popolo. Siamo bianchi.

Gioia per l’occhio, Avatar ci suggerisce queste poche considerazioni, a tutta prima, contenute in una Pandora che non rompe il vaso (siamo noi che vogliamo romperlo). Come se sulla frontiera estrema della tecnologia visuale spumeggiasse un’effervescenza riparatrice delle nostre colpe storiche e di specie, un’effervescenza nata dal senso di quella colpa al fine di lenirlo: indigeni violentati, scusateci. Indigeni violentati, siete i nostri antenati. Indigeni violentati, siete il nostro futuro. Indigeni violentati, siete ciò che non siamo più e non siamo ancora. Indigeni violentati, riunite le vostre tribù, come abbiamo fatto noi un tempo e come dovremo fare in futuro. Il resto è tecnologia tridimensionale e un sacco di botte, telecamere virtuali radenti, una strana sensualità dei corpi, una disneyana riduzione delle dita a quattro presso i Na’vi, come Paperino e Topolino, una incoerente tossicità atmosferica del pianeta (o forse no: è aria e siamo noi che non la sappiamo più respirare!), un plot lineare che persino io posso capire.

No, c’è forse un elemento in più, una bella eccedenza: il mondo vegetale è splendidamente sognante, o meglio splendidamente sognato, come quello intravisto da certi mistici illuminati, fluorescente, bioluminescente, reattivo, sovente con strutture a spirale. E alcuni insetti notevoli, dall’ala roteante impossibile sulla Terra, e montagne volanti alla Magritte, e stupende meduse spirituali fluttuanti, molto orientali, molto incantate, dell’incanto che si può provare (da piccoli) soffiando sui semi dei soffioni.








pubblicato da d.voltolini nella rubrica emergenza di specie il 15 gennaio 2010