Vinylmania

di Silvio Bernelli



Il fruscio della puntina sul disco. L’effetto optical del vinile che ruota sul piatto. Il sentore di petrolio e cartone che scaturisce dalla copertina di un 33 giri. E poi la musica, i bassi che pompano, la pienezza di un rullante registrato in analogico, la turbolenza elettrica di una chitarra distorta. Ecco il documentario Vinylmania, quando la vita corre a 33 giri scritto, diretto e narrato in prima persona dal dj e filmaker torinese Paolo Campana.

Il film, uscito in occasione del Record Store Day del 21 aprile con qualche proiezione qua e là per l’Italia, insegue autentici appassionati di vinile da Tokio a Praga, da San Francisco a Londra, da Parigi a New York.

Tra questi; l’artista Winston Smith, art director dei Dead Kennedys, che confida il suo credo nel vinile come oggetto di ribellione. Peter Saville, il grafico della Factory Records, perde le staffe davanti all’edizione italiana di Ceremony dei New Order per colpa di un colore nel logo passato inspiegabilmente dal rosso al rosa. Philippe Cohen Solal dei Gotan Project mostra compiaciuto la sua collezione di dischi, nella quale spicca un vinile autografato dal compianto Serge Gainsbourg: l’artista aveva usato proprio il disco acquistato da Philippe per una struggente dedica all’amata Jane Birkin. Il collezionista francese Chris De Gan vive in una casa letteralmente invasa da 120.000 vinili e non sa darsi pace dell’alluvione che gli ha distrutto i 40.000 pezzi stipati in garage.

Oltre a questa infilata di personaggi, in Vinylmania c’è l’autore Paolo Campana, che usa questo film sul fascino del vinile per raccontarci di sé (e con questa mossa legittima l’unico punto discutibile del film: la mancanza di una voce narrante professionale). Ed ecco quindi che alle immagini in bianco e nero e alle interviste tagliate con il tocco di chi sa che la vita è tutta una questione di ritmo, il documentario alterna ritratti anni ’70 del protagonista a scampoli della sua esperienza di insaziabile discofilo.

Dal film di Campana viene fuori il valore sentimentale del vinile, ancora oggi difeso da milioni di fans, tanto che è in netta controtendenza rispetto ai dati drammatici del mercato musicale ai tempi di internet. Il vinile è infatti un oggetto-feticcio seducente (come dimenticare il disco rotante inserito nella copertina originale di Led Zeppelin III, le modelle proto-glamour dei dischi apribili dei Roxy Music, la grafica all’osso dei Kraftwerk?), che riproduce un suono morbido e caldo, umano.

Un oggetto sinestetico impareggiabile, un contenitore emozionale snobbato proprio dalle case discografiche, che nella seconda metà degli anni ‘80 decisero di puntare sul ben più remunerativo, ma gelido e impersonale cd. Un suicidio artistico che ha privato di un piacere impagabile milioni di appassionati di musica, e che oggi sembra aver toccato un nuovo fondo.

La musica è in gran parte fatta di download, link ai social network, file digitali. Cose che, come affermano tutti i protagonisti di Vinylmania, non sono neanche tangibili, accarezzabili, annusabili. Non hanno niente, ma proprio niente della favolosa madeleine che era, e per fortuna ancora è, il vinile.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica cinema il 16 maggio 2012