Buuuurini

Giovanni Giovannetti



Ruud Gullit diceva che se sei miliardario e giochi nel Milan sei anche meno negro. Ma Balotelli non è Desally o Weah o Seedorf o Vieira o Thuram o i compagni di squadra Eto’o o Muntari; all’interista gli inutili idioti non perdonano di essere nero e contemporaneamente italiano, così come prima di lui non l’hanno perdonato al romano Fabio Liverani (padre italiano e madre somala) oggi al Palermo, il primo calciatore «di colore» a vestire nel 2001 la maglia della nazionale, seguito un anno dopo dal ferrarese Matteo Ferrari, padre italiano e madre guineana, oggi in Turchia al Besiktas. Liverani e Ferrari: due tra i primi a essere presi di mira da cori razzisti come «non ci sono neri italiani»; due meticci, come il presidente degli Stati Uniti Barak Obama (padre keniano e madre americana di discendenza inglese); o come il cestista ex nazionale e portabandiera all’Olimpiade di Sydney 2000 Caltron Myers (padre caraibico e madre pesarese); o come il giovane brianzolo Fabiano Santacroce (padre italiano e madre brasiliana), ora al Napoli e compagno di squadra in nazionale under 21 del “nero” di Brescia superMario Balotelli, uno che parla il dialetto meglio dei lumbàrd Bossi e Maroni e meglio dei buuuurini che periodicamente incrocia in molti stadi, quelli sì paradigmatici di un Paese in crisi di identità e costantemente in cerca del ‘nemico’, gli stessi che cortocircuitano di fronte all’interista e a ciò che felicemente rappresenta insieme ai Liverani, ai Ferrari, ai Myers, ai Santacroce (e agli Obama): che la storia umana è da sempre multietnica e meticcia; che l’accelerazione attuale non è reversibile, specie in un Paese come il nostro, in profondo declino demografico economico culturale, un Paese “salvato” da 4.500.000 immigrati: una magmatica svolta epocale da vivere in presadiretta, una svolta tra le più significative dell’intera storia nazionale. Si acuiscono le contraddizioni e, in ambito sportivo, ben più dei colleghi, oggi paga dazio il giovane fenomeno calcistico e mediatico Mario Balotelli. Paga anche in nome di tanti giovani italiani come lui. Ma di più pagano i non-ancora-italiani sospinti tra noi da guerre e miseria, e trattati come braccia senza diritti tra gli agrumeti di Rosarno o tra i pomodori del Casertano; oppure quando diventano manodopera stagionale a basso costo tra gli ortaggi del Cremonese o tra i vigneti della Val Versa. Se la monda del riso fosse ancora manuale, statene certi a mollo nell’acqua e per quattro soldi oggi trovereste loro.
A Rosarno è andata come a Villa Literno nel 1989 e meglio che a Castelvolturno nel settembre 2008, luogo dove la banda del camorrista Beppe Setola – latitante dopo la fuga da Pavia – fece strage di sei braccianti africani. A Rosarno invece è stata "solo" guerriglia. Qui comanda la ’ndrangheta, che in Calabria taglieggia 20.000 braccianti stagionali con un ‘pizzo’ di 5 euro quotidiani; qui amministrano i ‘caporali’, che esigono 2 euro e mezzo per il trasporto nei campi e altrettanti per il ritorno in schifose topaie (secondo Roberto Saviano, «contro le mafie gli immigrati sono più coraggiosi di noi»).
Un giorno, i figli del nigeriano bracciante irregolare e del rifugiato politico dal Togo feriti in Calabria – se non loro stessi – saranno «uno di noi», come già SuperMario Balotelli, nato e cresciuto in Italia, da sempre «uno di noi». L’immigrato africano e il calciatore italiano sono due facce della stessa medaglia, tenuti entrambi a misurarsi con il razzismo emendato dal senso di colpa, che senza più freni inibitori ha progressivamente colonizzato il senso comune. Lo dico da antirazzista e da juventino tanto incallito quanto pentito oltre che da esteta del calcio giocato, di quelli che allo stadio cantano «non ne possiamo più della pay tivù», noi che egoisticamente abbiamo benedetto l’apertura delle frontiere calcistiche, così che anche al pavese stadio “Fortunati” da qualche tempo si incontrano brasiliani come Inàcio Joelson, francesi come Milan Thomas, argentini come Pato D’Amico, oppure si godono le triangolazioni di prima e in velocità tra gli Andrea Ferretti e i Benny Carbone, fenomeni che non trovano spazio in serie A o B, giocate tali e quali a quelle che, da bambino, vedevo solo a San Siro o al vecchio Comunale di Torino – di certo non in C o in D – con in più squadre corte, giocatori che scalano e molto agonismo e atletismo. Ma sto divagando. Sono tra i pochi o i molti che dopo i cori bianco e soprattutto neri di Bordeaux rivolti a Balotelli (e chissà perché), il 25 novembre scorso si sono vergognati di tifare Juve e di vivere nello stesso Paese da cui provenivano queste pavide ugole.
Ma, forse, diceva Gullit, se sei miliardario e giochi nel Milan sei anche meno straniero. Se invece quattrini non ne hai e procuri qualche spicciolo a Rosarno lavorando fino a 15 ore al giorno per 2 euro all’ora, allora ti sparano, e ti senti più «negro» e straniero degli altri.








pubblicato da g.giovannetti nella rubrica emergenza di specie il 10 gennaio 2010