Listening to Grace

Alessandro De Santis



Mojo pin

Anche oggi la città ha mangiato pesante… Omar esce di casa all’alba; girano poche persone, fredde come il loro risveglio da forzati della sveglia. Alle fermate degli autobus scopre però che sono già in tanti. Ai lati della strada sfilano ostinati i rumeni con le loro magliette technicolor che feriscono lo sguardo e il pazzo che corre sempre, ha già doppiato Nova Yorke. Per terra c’è di tutto, sembra che ’sto pianeta sia stato creato qualche ora dopo la sporcizia. Omar si infila nel primo ipermercato refrigerato, così, solo – giura – a guardar gli scaffali. Diamine, era un pezzo che non ci veniva, con questi turni infernali che gli stavano distillando; "Vendono tutto, proprio di tutto…". Nella grossa gabbia metallica aperta ci sono una miriade di oggetti sparsi alla rinfusa: adesivi colorati, toppe, collanine e braccialetti da due lire. C’è pure una spilla, c’è soprattutto una spilla: e sulla spilla c’è disegnato un cigno, un cigno nero che affoga tra le fiamme del Paradiso…

Grace

Tre chili e duecento grammi, è nata stanotte. Questo lo dico io. E’ stato un parto davvero difficile, il bacino di sua madre era stretto, i tessuti poco elastici. Questo lo dico io. E’ uscito davvero tanto sangue, il cordone era tutto avvolto attorno alla testa. Questo lo dico io. Appena uscita piangeva, imbrattata ed era davvero molto lunga, una bellezza. Questo lo dico io. La cronaca che puzza di piombo dice semplicemente: "Trovata neonata sui gradoni del ponte vicino all’Ospedale, le sue condizioni fortunatamente non destano preoccupazione; i medici e gli inservienti che hanno contribuito al suo ritrovamento e al suo immediato soccorso hanno deciso di chiamarla Grazia".
"Tra tutti ’sti maschi e ’sti macchinari complicati, un pò’ de grazia ce voleva proprio…" chiosa la navigata caposala…

Last goodbye

Così come era arrivata se n’è andata; non ha fatto le valigie, non ha salutato nessuno, non ha voluto incrociare ancora il mio sguardo. Ne abbiamo fatta di strada assieme: abbiamo stretto i denti quando il vento soffiava freddo dalle finestre malandate, siamo marciti nella canicola di Agosto molestati dallo smog e dalle mosche. Ora si è staccata dalla mia pelle, scollata come un vecchio manifesto da un cartellone; ha lasciato dentro di me oggetti che fatico a ricollocare, bucce, involucri, parentesi graffe. Accendo la tv, parlano di lei, di come faccia visita a tanti; mi sa che questa volta ha esagerato: farsi pubblicità così, senza neanche chiedermelo…

Lilac wine

L’accordatore è appena arrivato. Gli ho aperto la porta; mi ha chiesto di poter appendere il suo giubbotto, poi abbiamo percorso l’ingresso e l’ho portato diritto nello studiolo dove c’è il pianoforte verticale nero. Lo lascio lì ad armeggiare meticoloso e riprendo la mia telefonata con Elena rimasta in stand by. "Scusa, mi ha suonato alla porta l’accordatore; sai, ho finalmente deciso di rimettere a posto il piano da studio che avevo regalato a Livia. Quello nero, sì: quello tutto impolverato dove accatasto le mie riviste musicali…" Dalla stanza a fianco mi sento chiamare; l’accordatore ha finito il suo lavoro, mi dice di provare, io gli rispondo che non lo suono ormai da anni e che mi fido, non c’è problema. Gli chiedo se gradisce qualcosa da bere: un po’ di vino di lillà. Non credo di averne nel mio frigo desolato. Gliene verso da una bottiglia aperta qualche sera fa… In fondo, non me ne importa niente della verità del colore…

So real

Dalla cucina arrivava già il tepore del bollito invernale; alzarsi a fine mattinata non era poi così male, se a svegliarlo non fosse stato il gracchiare inumano del citofono. Si era messo addosso la prima cosa trovata trascinandosi fino alla porta; la voce della postina diceva che bisognava scendere: beh, dopotutto al moto discendente era piuttosto incline ultimamente. La bionda collolungo era sulle scale con la gamba destra puntata in tensione sul gradino; "Firma qui, ecco". Sbafò un grazie indistinto, quasi avesse una sciarpa di lana nella bocca. Risalì in casa, camminò il corridoio stentando e si ridistese sopra il letto ancora disfatto; la lettera azzurra della chiamata alle armi scivolata tra i due cuscini. A suo modo era anche lui un disertore…

Hallelujah

Signore prendimi… Prima che le bombe mi strappino le carni di dosso, prima che il calore si porti via anche i miei poveri denti, prima che qualcuno abbia il tempo di ingiuriare la mia memoria, prima che qualcuno racconti una verità dalle labbra straniere, dopo che la paura mi avrà riempito i polmoni, dopo che l’oblio si sarà incubato nelle mie ghiandole, dopo che le mie unghie avranno smesso di scavare, dopo che il kaddish avrà consumato le sue lacrime; Signore prendimi e tienimi vicino a te…

Lover, you should’ve come over

"Lasciati toccare i capelli, per favore. Almeno quello, se proprio non mi vuoi baciare…" Massimo è addosso a Kristina da pochi minuti, ma è come se fosse una vita. Lui la Moldavia non sa neppure dove stia di casa; è uscito a fare benzina che domani mattina partono per le ferie. "Non dovresti restare ancora qua questa sera…" "Tu italiano senza cervello che cosa diavolo ne sai di dove non dovrei stare io questa sera? Fammi il piacere, pagami e vattene, anzi pagami e vattene subito." Massimo tira fuori i cinquanta Euro lisci di bancomat, li passa a Kristina che scende, gli lancia uno sguardo e se ne va dietro il cartellone pubblicitario. Tutte uguali le donne, confondono chi si occupa di loro con chi si preoccupa per loro; certo però per le straniere non deve essere poi così facile capire…

Corpus Christi Carol

La navata centrale sembra non finire mai. Se avessi saputo che tornare dopo anni a prendere la Comunione mi sarebbe costato un così grande numero di passi, forse avrei posticipato ancora di qualche tempo. Più mi avvicino al prete e più mi distraggo: le fiammelle dei ceri accesi sui lati fiancheggiano i miei dubbi e tutti quelli che mi stanno intorno sembrano essere molto più vecchi di me. Solo l’organista… Solo l’organista, dicevo, mi guarda con uno sguardo giusto; suona le solite note affilate e con la punta del naso segue il mio avanzare accodato. Ad un certo punto però stecca; il prete lo osserva, ferma la mano con l’ostia e poi riprende. Pochi attimi e davanti al piattino del chierichetto arrivo io...

Eternal life

La giornata è un morso; e dopotutto è solo un salto quello che ci divide. Jerome continua a leggerlo e a rileggerlo, a girarselo tra le dita come una bussola. Le foto sono ancora di là, appese al filo nella camera oscura; in una c’è anche lei, Zenda, la sconosciuta di ieri, il corpo svanito di questa mattina, che odora di chiuso e di pasticche per le zanzare. Adesso gli viene quasi da ridere; lo spazio tra i ricordi e i rimpianti è il salto tra il bianco e il nero, tra il bianco ovatta della pelle e il nero carbone dei capelli. In fondo, pensa, sto bene solo se non torni mai…

Dream brother

Lui, sono tre anni ormai che non vive più con me. E’ solamente a un’ora di macchina, dopotutto, ma il solo fatto di partire per… Distiamo kilometri di asfalto, case cantoniere, fermate d’autobus, abitudini inestricabili. A volte capita, si fa vedere mentre dormo… E’ quello che cancella le cose, l’azzeratore sinuoso, un primo uomo che dall’angolo del ring lancia l’asciugamani qualche secondo prima che arrivi il pugno del ko, il gancio da piegarti le ginocchia. Io esploro l’ordine della stanza attorno a me appena sveglio: ho come l’ impressione che sia successo qualcosa mio malgrado…








pubblicato da a.tarabbia nella rubrica musica il 4 gennaio 2010