Già mi vedevo con il mio Andreotti chiuso in borsa

Una pagina di Alberto Franceschini



Verso la fine di giugno, a nemmeno un mese dal mio arrivo, avevo già sistemato la casa (uno specchio e un lampadario nell’ingresso, una branda e un tavolo in camera da letto, la doccia riparata) ed ero pronto per andare a cercare Giulio Andreotti.

Abitava sul lungotevere e avevo letto che era un tipo molto mattiniero. Essendo un cattolico, pensai, la prima cosa che farà la mattina sarà andare a messa. Iniziai gli appostamenti uno dei primi giorni di luglio. Alle sei e mezzo uscì dal portone del palazzo, avevo atteso solo pochi minuti: mai un’inchiesta era cominciata così bene. Camminava tranquillo, come se si stesse godendo la fresca aria mattutina, e restai sorpreso nel vedere uno come lui, ministro della Difesa, girare senza scorta. Lo seguii a distanza e ricordo la leggera emozione che provai nell’andar dietro a quell’uomo così potente: aveva preso il via l’azione più pericolosa e clamorosa che le Br avessero mai concepito e che, realizzata, perché non avevo dubbi che l’avremmo portata a termine, ci avrebbe posto al centro della vita politica del paese. Imboccò un ponte e, superatolo, svoltò per una stradina che entrava nel quartiere di Trastevere. Interruppi il pedinamento anche perché temevo che qualcuno, a distanza, lo proteggesse e potesse quindi accorgersi delle mie mosse. Tornai dopo un paio d’ore e mi incamminai per la stradina che gli avevo visto percorrere: finiva in una piazza con una chiesa: era chiaro che ogni mattina andava lì a messa.

All’indomani lo aspettai seduto sui gradini della fontana davanti alla chiesa. Puntuale come il giorno prima arrivò con il suo passo tranquillo e misurato.

Ne sapevo già abbastanza per essere solo agli inizi e per una settimana non tornai a controllare. Girovagai per Roma e dintorni per cominciare a farmi un’idea di dove si potesse sistemare la prigione. Le soluzioni migliori mi sembravano due. Un locale, tipo magazzino, nella zona della stazione Termini: ve ne erano moltissimi in vendita e il gran traffico di camion che c’era da quelle parti avrebbe facilmente dissimulato i necessari trasbordi del prigioniero. Un’altra buona soluzione la si sarebbe potuta trovare fuori Roma. Per alcuni giorni avevo percorso in auto la litoranea, da Ostia al Circeo. C’erano parecchi punti interessanti: molta gente, case facili da affittare o acquistare. C’era solo un problema: d’inverno la zona sarebbe stata deserta o quasi e qualunque movimento fuori della norma sarebbe stato facilmente notato. Optai per il negozio vicino alla stazione.

Fatto il primo passo verso la scelta della prigione tornai all’appuntamento mattutino con Andreotti: volevo seguirlo dal portone di casa sino alla chiesa, passargli vicino, toccarlo, anche per vedere se si insospettiva, se qualcuno fosse sbucato, toccare quell’uomo che era per me l’incarnazione stessa del Potere. Lo seguii a pochi metri di distanza e, una volta passato il ponte, lo superai sfiorandolo con un braccio; mi voltai per chiedergli scusa, lui mi guardò con il suo sguardo ineffabile che immaginai tutto per me e continuò per la sua strada. Non aveva avuto sospetti, nessun gorilla mi aveva bloccato, era proprio senza scorta e io ero euforico: rapirlo era facilissimo, e già mi vedevo con il mio Andreotti chiuso in borsa e la polizia a cercarci invano per tutta Roma.

Da: Alberto Franceschini, Pier Vittorio Buffa, Franco Giustolisi, Mara Renato e io. Storia dei fondatori delle BR, Mondadori, 1988.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica libri il 6 maggio 2013