Il diario dei sogni/The Dream Diary

Marco Candida



Con uno scatto Marcello si alzò dal tavolo e si avvicinò al proprietario che parlava e rideva con sua moglie vicino alla cassa, fumando condensa dalla bocca per il freddo che entrava dalla porta aperta. Sorrise un poco imbarazzato, poi domandò se sapevano dove si trovasse il camping che lui e Monica avevano cercato per tutto lo scorso pomeriggio fino a sera inoltrata. Marcello pronunciò il nome del camping, la via dove si trovava il camping e a memoria recitò persino le indicazioni del foglio a quadri per giungere al camping. Il proprietario della locanda e sua moglie scoppiarono in una risata, poi la moglie, una donna non meno corpulenta del marito, con capelli cotonati rossi e occhi verdi, forse di origine veneta, spiegò la strada del camping, spiegò che il proprietario del camping era loro caro amico e che aveva aperto il camping più o meno quando loro avevano aperto la locanda, e il proprietario della locanda, interrompendo la moglie, aggiunse che il proprietario del camping aveva cominciato a fare soldi con il camping più o meno quando loro avevano cominciato con la locanda, ma che il proprietario del camping avesse fatto un bel po’ di soldi in più, poi scoppiò in un’altra risata, e la moglie senza ridere disse con accento veneto appena accennato che il proprietario del camping a soldi non era stato tanto meglio. Poi il proprietario della locanda volle sapere se non avevano trovato il camping, allora dove ave vano passato la notte, eMarcello chiese di non farglielo dire, per favore, poi scoppiò lui questa volta in una risata, e disse che avevano passato la note in una spianata erbosa di proprietà privata molto accogliente a parte l’odore nauseante che ci girava intorno. Il proprietario della locanda e sua moglie si guardarono per un momento, poi risero, ma a Marcello parve in modo diverso da prima, e il proprietario della locanda disse che non si dovrebbero passare notti nelle proprietà private con odori nauseanti che ci girano intorno. Il proprietario della locanda continuava a ridere, sua moglie meno, adesso sorrideva soltanto, in un modo che sembrava assecondare il marito e non essere più spontaneo come prima. Poi si lanciarono ancora un’occhiata, lui ridendo, lei sorridendo, e il proprietario disse che Marcello gli era proprio simpatico e che voleva fargli assaggiare un liquore al succo di fragola che comperava in una distilleria speciale, dove producevano solo liquori speciali, e che l’invito era esteso anche a Monica, arrivata proprio in quel momento dal loro tavolo. Il proprietario della locanda disse che questo liquore speciale era riservato a clienti speciali, in uno stanzino speciale nel retro del negozio cui si accedeva attraverso la porta dietro il bancone. Marcello e Monica passarono allora dietro il bancone e seguirono il proprietario della locanda attraverso la porta, percorrendo un corridoio corto, stretto, svoltando a sinistra in una porta aperta, finendo direttamente dentro una stanza di mattoni grigi, umida, senza finestre, simile ad una cantina, con tante bottiglie di vino con dei numeri sulle etichette, qualche fiasco, qualche bottiglia colorata di liquore. Marcello e Monica pensarono che non ci fosse molto spazio nella stanza per bere non essendoci tavolini, né niente, soltanto muri tappezzati di bottiglie tutte in fila lungo una scaffalatura di metallo smaltata di blu. Peraltro Marcello e Monica si accorsero del fucile appeso al gancio sul muro, tra uno scaffale e l’altro, sulla parete di rimpetto alla porta dove sostavano, solo quando il proprietario della locanda lo afferrò e si voltò verso di loro, puntandoglielo contro. Era un fucile a canne mozze con due grandi fori neri che luccicavano sotto le luci dei faretti posti in alto ai quattro angoli della stanza. Il proprietario della locanda disse aMarcello eMonica di non gridare e di avanzare. Pur sentendosi svenire, Marcello e Monica ubbidirono, non gridarono, avanzarono. Sentirono anche qualcosa dietro di loro spingerli, forse le mani della moglie del proprietario della locanda, con i capelli rossi cotonati e gli occhi verdi.
Poi Marcello con un gran male alla testa si risvegliò per primo nel sedile posteriore di una automobile, buttato accanto a Monica, così vicino a lei da non poter muovere un muscolo, forse legato a lei, sicuramente legato ai polsi e alle gambe in modo così machiavellico da non poter mantenere l’equilibro un momento. Marcello sentiva la corda sotto l’inguine e lungo la schiena, intorno al collo, sulla parte anteriore del busto, intorno alla cassa toracica, intorno ai fianchi. Se muoveva i polsi, legati dietro la schiena, quasi rischiava di strozzarsi, e così pure se muoveva le caviglie. Un nastro da pacchi gli chiudeva la bocca impedendogli di gridare, quasi respirare. Marcello cominciò a dimenarsi, ma rinunciò quasi subito, osservando fuori dal finestrino davanti a lui le montagne di Brusson e il cielo ancora terso. Poi dai sedili anteriori sentì le voci del proprietario della locanda e di sua moglie discutere di qualcosa. Il proprietario della locanda – un bar ristorante – stava riprendendo la moglie perché non aveva fatto legare i ragazzi da lui. Lui conosceva bene il karada: il karada era la sua specialità. Di sicuro non la specialità della moglie, che a suo dire aveva posizionato i nodi nelle parti sbagliate del corpo e non li aveva distanziati nel modo giusto, cioè dieci, quindici centimetri l’uno dall’altro, e non aveva fatto bene i rombi. Come minimo avrebbe dovuto esserci un nodo tra il collo e i pettorali, uno sopra l’ombelico, uno sul sesso, proprio sopra il clitoride, invece mancava sull’ombelico e sul sesso, la parte più importante. E poi: i rombi, fatti così male. La moglie del proprietario della locanda disse al marito di smetterla di lamentarsi, disse di avere fatto il possibile, con una corda neanche di quindici metri, ma solo di dieci, senza nemmeno spogliare i ragazzi, ma lasciandoli vestiti, che anzi era stata bravissima. Il proprietario della locanda volle però a tutti i costi concludere che il karada era stata da sempre la sua specialità, non quella della moglie, ma la sua specialità. Poi l’automobile imboccò un vialetto di ghiaia, che crepitò sotto i copertoni, e si fermò poco dopo. Il proprietario della locanda e sua moglie smontarono dall’auto, aprirono la porta posteriore e afferrarono prima Marcello per le caviglie poi per le spalle, allontanandolo di qualche metro dall’auto, unaMercedes grigio metallizzato, appoggiandolo, con fare maldestro, al terreno erboso, poi compiendo la medesima operazione con Monica, che nel frattempo si era svegliata e aveva cercato di divincolarsi, ma scoprendo le stesse cose che già aveva scoperto Marcello, aveva presto desistito, cercando solo di gridare, diventando tutta rossa. Il proprietario della locanda e sua moglie prelevarono dal bagagliaio della Mercedes una vanga, un piccone e gli zaini di Marcello e Monica, e gettarono tutto a pochi passi da loro. Si piazzarono davanti a loro con i pugni sui fianchi squadrandoli dall’alto in basso.
Il proprietario della locanda e sua moglie, con Marcello e Monica sull’erba, tutti rossi per lo sforzo di gridare, spiegarono di non avere troppo tempo per loro. Spiegarono di aver impiegato una buona mezzora per legare entrambi, di aver servitor i clienti mattinieri che avevano visto anche loro – solo due turisti che passavano per caso –, e poi di aver chiuso il locale, cosa che facevano piuttosto spesso alla mattina presto quando c’era da preparare il ristorante per molte prenotazioni e c’era poca clientela. Spiegarono di averli caricati nella automobile posteggiata nel cortile proprio davanti alla porta del retro, faticando non poco a causa del peso dei loro corpi. Spiegarono che adesso erano le nove di mattina e che entro le dieci avrebbero dovuto fare ritorno, e che per questo non avevano molto tempo per loro.

Da Il diario dei sogni, Las Vegas edizioni 2008

From The Dream Diary
Translation by Elizabeth Harris

Marcello jumped up from the table and went over to the owner who was talking and laughing with his wife near the cash register, their breath showing with the cold from the open door. Marcello gave them a sheepish smile and asked if they knew where the campsite was that he and Monica had searched for all afternoon and late into the night. Marcello told them the name of the campsite, the road it was on, and even told them the directions he’d memorized off the sheet of paper. The innkeeper and his wife burst out laughing, then the wife, no less beefy than her husband, with her red hair pulled back and her green eyes (she was maybe from the Veneto region), told Marcello the road for the campsite, told him the campsite owner was their dear friend and that he opened the campsite around the same time they opened the inn, and the innkeeper, interrupting his wife, added that the campsite owner began making money on the campsite around the same time they started making money, but that the campsite owner had made quite a bit more, and he burst out laughing again, and his wife, who wasn’t laughing, said in her slight Venetian accent that the campsite owner hadn’t done that much better. Then the innkeeper wanted to know, if they hadn’t found the campsite, then where did they sleep last night, and Marcello told him please don’t ask, and then he was the one to burst out laughing, and he said they spent the night in a grassy clearing on some private property that was very pleasant except for the sickening smell everywhere. The innkeeper and his wife looked at each other, then laughed, but the laugh was different, Marcello thought, and the innkeeper said people shouldn’t spend the night in a grassy clearing on private property that’s very pleasant except for the sickening smell everywhere. The innkeeper was still laughing, his wife less so, she was only smiling now, more of a forced smile, just going along with her husband. Then they glanced at each other again, he was laughing, she was smiling, and the innkeeper told Marcello he was really a good kid, and he offered him a strawberry liqueur he’d bought from a special distillery that produced only special liqueur, and he also offered one to Monica, who’d just come up to the bar. The innkeeper said he saved this special liqueur for special customers, in a special back room that you got to through the door behind the bar. So Marcello and Monica walked around behind the bar and followed the innkeeper through the door, down a short passageway, narrow, to the left through an open door, and into a gray-brick room, damp, windowless, like a wine cellar, filled with bottles of wine with numbered labels, and there were flasks, and liqueurs in colored-glass bottles. Marcello and Monica thought there was hardly room to drink, no small tables, nothing, just bottles and bottles lining the blue metal shelves against the walls. But by the door, hanging on hooks between the shelves, there was also a shotgun they hadn’t noticed, not until the innkeeper took it down, turned, and pointed it in their direction. It was a sawed-off shotgun with two enormous black holes sparkling under the four floodlights, one in each corner of the room. The innkeeper told Marcello and Monica to keep quiet and come closer. Though they felt they might faint, Marcello and Monica obeyed: they kept quiet and came closer. They also felt a pushing from behind, maybe the hands of the wife, with her red hair pulled back and her green eyes.
Marcello, the first to wake up, had a terrible headache and was lying on the back seat of a car, jammed up against Monica, so close he couldn’t move, maybe he was tied to her, certainly his wrists and legs were tied in such Machiavellian knots, he couldn’t get his balance. He could feel the rope below his groin, across his back, around his neck, his chest, his rib cage, his thighs. If he wiggled his wrists, which were tied behind his back, he almost choked himself—the same with his ankles. A piece of packing tape over his mouth kept him from shouting, almost from breathing. Marcello struggled but stopped as he looked out the rear window, saw the Brusson mountains and the cloudless sky. Then in the front seats came the voices of the owner and his wife. The owner of the inn—the bar-restaurant—was scolding his wife because she hadn’t let him tie up the kids. He knew karada: he was an expert in karada. And his wife was certainly no expert; according to him, she’d tied the knots in the wrong places on the body and they weren’t spaced properly, meaning ten, fifteen centimeters apart, and she hadn’t formed proper rhombuses. At least she could have tied a knot between the neck and the pectorals, one across the navel, one across the genitals, right over the clitoris; but there weren’t knots over the navel and genitals, the most important places. And those rhombuses—what a lousy job. The innkeeper’s wife told him to quit complaining, she’d done her best, with that rope not even fifteen meters long—just ten meters of rope—not even taking the kids’ clothes off, leaving their clothes on, so actually she’d done a terrific job. But the innkeeper wanted to make one thing clear: that she wasn’t the expert in karada; he was, he was the expert. Then the car turned onto a gravel road, tires crackling, and stopped almost at once. The innkeeper and his wife got out, opened the back door, and first grabbed Marcello by the ankles, then shoulders, dragged him a few meters from the car, a metallic gray Mercedes, and dropped him clumsily on the grass; then they did the same with Monica, who, in the meantime, had woken up and tried to struggle but discovered what Marcello had discovered and stopped struggling and now was only trying to scream and was turning all red. The innkeeper and his wife took a shovel from the trunk of the Mercedes, a pickax, and Marcello and Monica’s backpacks, and threw everything to the side. They planted themselves in front of Marcello and Monica, fists on hips, looking the two up and down.
While Marcello and Monica lay in the grass, all red from trying to scream, the innkeeper and his wife explained they didn’t have a whole lot of time for this. They explained how it took a good half hour to tie them up; as Marcello and Monica saw, they had early-morning customers—just two tourists passing by—and then they closed the inn, which they often did in the early morning if they had to get the restaurant ready for a lot of reservations later on and there weren’t too many customers. They explained how they loaded the two of them into the car parked in the courtyard by the back door, which was somewhat tiring, given the weight of their bodies. They explained that it was nine in the morning now and that they had to be back by ten, and so they didn’t have a whole lot of time for this.



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pubblicato da a.tarabbia nella rubrica racconti il 5 dicembre 2010