Torta di mele

Sergio Nelli



Dentro il vulcano di farina Sofia ha spaccato le uova che sono arrivate silenziose e come al rallentatore. Ho cominciato io l’impastatatura e quando la materia è diventata più maneggevole l’ho fatta proseguire. Sentivamo le canzoni alla radio. Abbiamo sparso un velo di farina sul tavolo e preso il matterello. Quand’eravamo bambini mi piaceva fare la pasta con mio fratello Alberto. Se non veniva la pizza con il lievito Pane Angeli, la mettevamo in forno lo stesso e poi la sgranocchiavamo dura cosparsa col sale. Con mio fratello impastavamo anche i giornali vecchi, acqua e sapone, fino a farne delle palle che mettevamo a seccare in terrazza. A un certo punto impastando viene voglia di pulirsi le dita, di togliere i frattali di farina umida che si appiccicano. Sofia è andata a lavarsi sul lavello della cucina. Si è alzata in punta di piedi. Ho steso la pasta, ne ho tagliato un cerchio del diametro giusto e l’ho messo sulla teglia imburrata. C’era odore di uova, e delle mele che abbiamo affettato. Sofia è stata chiamata al telefono da un’amica e allora ho colto l’occasione per fumare una sigaretta. L’ho fumata nell’unica stanza in cui si fuma, cioè in salotto, dove, in un’urna sulla libreria, ci sono le ceneri di Alberto. Metà le ho io e metà i miei genitori. Per mesi interi magari non me ne accorgo, poi arriva inevitabilmente la rasoiata. Cerco di parlarci, con le ceneri, con il vaso, insomma con lui, ma poi mi viene paura e mi accontento di mettere a fuoco l’immagine di un ragazzo con la divisa scolpita e il ciuffo scuro sulla fronte, oppure mi vengono in mente le foto di noi bambini in gita in campagna, vicini all’utilitaria cartazucchero e a nostra madre, mentre mio padre ci fotografava, oppure la Vespina rossa con cui Alberto volava via. La mattina che lo vennero a prendere in coma, io avevo l’inflenza e quella sua malattia più grave mi infastidì. I miei genitori piangevano. Era un lunedì di febbraio.Io avevo sette anni meno. Ci sono momenti, come questi, in cui mi si chiude la gola per lui. E’ un dolore diverso dagli altri che provo, fa molto male oltre il tempo che passa, si aggrappa a quella vita che non è sbocciata, non si fa consolare... Ho aperto la finestra come faccio sempre perché alla bambina non arrivi il fumo passivo. Dal buio è salita una zaffata di lampredotto bollito. Sofia stava infilando le dita in un avanzo. Abbiamo cominciato a disporre in due strati le fette di mele.








pubblicato da s.nelli nella rubrica racconti il 7 dicembre 2010