Il niente che non è neanche quel niente

Livio Borriello



Lo sguardo del bambino a cui si tenta di spiegare cos’è la morte, sta fra l’assorto e l’incredulo, come se il grande stesse raccontando una cosa strana e inventata, come se non ci fosse niente da capire. Alla fine si dice: vedi quello che è successo al gatto? Il bambino ricorda che a un certo punto il gatto era restato fermo per lungo tempo, moltissimo tempo, e da allora non si è visto più, e così si fa un’idea a occhio e croce, integrando fra loro queste immagini di assenza, di pochezza, di immobilità e di silenzio.

In realtà la morte in sé è irrappresentabile. La semiotica ci spiega che è possibile raffigurare un albero, ma non un non-albero, e che l’assenza dell’albero non è tale perché è assenza di qualunque altra cosa. Nello stesso modo non si può raffigurare la morte, la negatività in senso biologico. E’ possibile descriverne alcuni attributi, alcuni effetti psicologici o fisiologici. Durer la rappresenta con una picca, una clessidra e un teschio, ma la picca è solo lo strumento che dà la morte, la clessidra quello che ne misura l’avvicinarsi, e il teschio ciò che resta dell’uomo dopo la morte.

D’altra parte, gli unici che ce ne potrebbero parlare, i morti, non possono più farlo, o forse semplicemente non vogliono. Se stanno meglio, se sono nella felicità perfetta, non si capisce proprio perché dovrebbero riandare alla nostra valle di lacrime, se stanno peggio, nell’ergastolo metafisico, devono essere tanto giù di corda, da non avere secondo me nemmeno la forza di aprire la bocca. Sono le stesse ragioni per cui quando si sta in vacanza non si telefona, né si scrivono lunghe lettere... una volta trapassati dall’altra parte, nell’altra condizione, sembra un gesto innaturale riandare allo stato precedente. Al massimo si buttano giù 2 righe, si scrive una cartolina, ed è questo che fanno i trapassati di Arminio.

Il tono di Arminio è leggero, ma l’argomento è tanto drammatico che ne viene fuori un libro crudissimo, spietato, a mia memoria uno dei ritratti più ravvicinati che siano mai stati fatti della morte, e in un certo senso anche della vita. Per quanto detto, infatti la morte è rappresentabile solo in negativo. Si può dunque rappresentarla solo descrivendo la vita, e infine invertendola. Si può descriverne l’intorno, il contorno, la campitura esterna, e Arminio lo fa con un tratto impeccabile e fermo che è il risultato di anni di ossessivo esercizio, e con un’urgenza e una premura che gli viene dalla necessità di raccontarlo prima che gli sfugga. Come ogni scrittore vero, Arminio è un metafisico, una bestia col cuore sparpagliato dal vento, che guarda il proprio corpo e il mondo da un punto ubiquo e sparso che li precede. Da questo punto ogni cosa appare indissolubile dal proprio opposto, di ogni oggetto si vedono entrambe le facce: così il suo smodato e bulimico amore per la vita, la sua furia di vivere, diventa inevitabilmente paura della morte, il suo senso panico dell’esistenza è nello stesso tempo terror panico del nulla.

Arminio deve raccontare la vita in pochi tratti, quelli sufficienti a rappresentare la morte. Il problema letterario del libro è tutto lì, tratteggiare una vita in pochi segni, tracciati con maestria: “Io sono morto di vecchiaia, anche se non ero tanto vecchio, avevo 59 anni”. E’ necessario inoltre “scomparire” stilisticamente, annullare i segni del corpo vivo. La morte non parla: bisogna quindi dire tacendo, scrivere a gesti, lasciar essere, silenziosamente e definitivamente, le cose. Il problema filosofico del libro, che corrisponde esattamente a quello letterario, è di far risaltare l’insignificanza e la vanità della vita di fronte alla sovranità della morte. Quanto più spinta e potente è la sintesi, quanto più minimali sono i segnacoli dell’esistere, tanto più appare assoluta la sovranità della morte su di essa. Il modulo utilizzato è in gran parte quello del celebre incipit del “L’aleph” di Borges, in cui il narratore “realizza” in sé la morte di Beatriz Viterbo, notando la sostituzione di una pubblicità di sigarette. Quel minimo evento gli fa capire che “l’incessante e vasto mondo già si separava da lei”. Nello sterminato spazio metafisico spalancato da Arminio, galleggiano nella loro assurda insignificanza i minuti materiali che compongono la nostra quotidianità, la mano che cerca a tentoni il lume del comodino, le ricette alla tv, l’auto da pagare, e da lontano appaiono ancora più irreali. Anche fisicamente, essi si perdono, fosforici e desolati, nei generosi vuoti della pagina. C’è molto bianco, nel libretto, sembra che Arminio ci voglia educare a leggere il bianco, più che quel trascurabile e accidentale affastellarsi di segni neri che stanno per la vita.

La morte è un evento sottrattivo, passivo, non sposta un filo d’erba, non cambia il volume e il peso del mondo. Essa non cambia nulla nemmeno al morto, poiché non è percepibile, e dunque impercettibile. L’evento della morte in sé non consiste in nulla, se non in uno dei milioni di insignificanti spostamenti elettrochimici di cui è fatta la vita, un flusso elettrico che si ingorga e scola fuori dal corpo, una crepa nel cuore che in sé non differisce dalle discontinuità della mucosa nel corso di una normale digestione, o da un taglietto sul dito, il millimetrico spostamento dallo spazio della coscienza alla voragine abissale che sta un’unghia sotto. Ed è questo il dramma per il vivo, perché se la morte è questo, qualcosa che fa parte della vita, dell’affaticarsi delle cose, un segmento infinitesimo del loro incessante turbinio, essa è indifferente e incurante. “Prima di me, erano morte ottanta miliardi di persone” – dice un’altra delle salme che scrivono. Dunque, c’è poco da farla lunga, anche il nostro finire sarà solo routine.

Se la morte è opaca alla descrizione, se la morte è infine illeggibile e inintelleggibile, la prova che ci troviamo di fronte a un libro che ne parla davvero e autenticamente, che fotografa davvero il suo alone, è che più ne dice e meno ne sappiamo. Lo scontornamento che Arminio ne fa è così spaventosamente esatto, così vividamente sbalzato, che man mano che leggiamo la morte ci appare in tutta la sua trionfante ermeticità. Quel che si pensa alla fine è qualcosa del tipo: cazzo, ma che è?

Arminio ci porta proprio al cospetto dell’enigma, a fissare con occhi sgomenti e con un po’ di fiatone, il buco nero, la materia cava, il niente che non è neanche quel niente. Ci porta su un punto che sporge fuori dal linguaggio, ad affacciarci sul nulla.

Arminio, è evidente, scrive per esorcizzare la morte, scrive per non morire. Muore 128 volte per evitare la 129esima. O forse, più scaltramente e aztecamente, sacrifica 128 vittime per salvarsi lui. Tentativi entrambi piuttosto disperati, meglio riconoscerlo. Intanto si è procurato la possibilità di continuare a parlare anche da morto, ha scritto anche lui la sua cartolina.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica il dolore animale il 7 dicembre 2010