La meglio scuola

Giuseppe Caliceti



Mentre al grido di battaglia "Merito! Merito!" viene fatta a pezzi anche l’Università italiana, in alcune scuole partono le sperimentazioni meritocratiche. Il 19 Novembre del 2010 il ministro all’Istruzione dichiara: "È un giorno storico. Finalmente si iniziano a valutare i professori e le scuole su base meritocratica. Premi dunque ai migliori".

Di che si tratta? Dunque, un primo progetto intende valutare le scuole medie migliori tra tutte quelle della provincia di Pisa e Siracusa, un secondo a Napoli e Torino. Come? Intanto i parametri di valutazione sono inevitabilmente basati solo sugli apprendimenti degli alunni, non certo sulla loro educazione e la capacità relazionale.

Non si tiene conto delle condizioni di partenza degli studenti prima di effettuare le rilevazioni. Viene creata una classifica finale tra le scuole a prescindere dal tessuto sociale in cui sono inserite. C’è un forte rischio di autoreferenzialità della valutazione: a giudicare il personale scolastico è infatti, soprattutto, altro personale scolastico. Ancora: non è chiaro in cosa consiste la valutazione di studenti e genitori degli studenti.

Il premio di merito rischia di andare ai docenti che si ingraziano meglio il preside, visto che la commissione di valutazione non è indipendente. Affidarla allora al presidente del Consiglio d’Istituto, figura elettiva indipendente anche dal ministero?
Ma così facendo, la commissione, quali garanzie di competenza avrebbe? In una scuola elementare i docenti hanno fatto più o meno gli stessi studi, ma in un istituto superiore? Un tecnico o un commerciale?

La varietà di discipline non garantirebbe l’espressione di una commissione di valutazione all’altezza del compito, visto che l’insegnante di Lettere non saprebbe valutare il curriculum di un collega di Chimica o di Inglese. Ma è interessante notare come, in questo modo, la scuola della competizione, introdotta con il concetto di autonomia, uno dei capisaldi del Pd, più che produrre qualità nel senso di uno sviluppo ottimale delle capacità cognitive dei ragazzi e del miglioramento del loro star bene a scuola, produca innanzitutto concorrenza aziendalistica, caccia agli sponsor, rivalità tra docenti invece di collegialità.

Infine, il premio ai docenti che sarebbero più meritevoli, ammettiamolo, è ridicolo: una mensilità in più all’anno, equivalente a circa 4 euro al giorno. Tanto che diversi docenti invitano i colleghi a rifiutare la gara al merito di 4 euro in più per rispetto di chi vive la precarietà lavorativa nella scuola. Per le scuole costrette ancora a comprare la carta igienica con i soldi dei genitori degli studenti. E ricordando che i fondi per premiare i presunti migliori sono proprio quelli recuperati con i tagli al personale, compresi quelli ai docenti di sostegno per i ragazzi disabili.


Insomma, non è terribile pensare che i fondi per i premi a un presunto merito derivano dai tagli delle risorse umane e del diritto allo studio dei disabili?
 Ma allora, il vero scopo di tutta questa messa in scena meritocratica, qual è? L’esclusione della contrattazione nel momento in cui si vanno a definire gli incrementi retributivi dei docenti. Non a caso in questi anni il ministro Aprea ha proposto di sopprimere i sindacati dalla scuola. Per questo il ministro non dà certezze sugli scatti d’anzianità e sposta tatticamente l’attenzione sulle sperimentazioni sul merito dove, peraltro, non ha né idee, né soldi.

Torniamo di nuovo all’illusorietà dei criteri utilizzati per definire il merito. Prendiamo il criterio della produzione: il numero di promossi. E’ indice di scuola migliore? Posso promuovere di più alzando i voti o posso avere più diplomati solo perché ho alunni non problematici o la cui famiglia può permettersi corsi di lingua all’estero e corsi di recupero a pagamento. E allora? Il merito è della scuola o delle famiglie? O delle amministrazioni pubbliche in cui scuola e famiglia sono inserite? O di tutti insieme?

Comunque la pensiate, con tale criterio, il premio ’produzione’ andrebbe alle scuole dei quartieri più agiati e a minor rischio di dispersione scolastica.
Certamente non a quelle scuole più disagiate, come invece suggerirebbe la lettura dell’articolo 3 della nostra Costituzione.

Ecco, il risultato più eclatante dell’applicazione coatta e strumentale di una ideologia del merito a un’istituzione così complessa e delicata come quella scolastica, specie quando si parla di scuola dell’obbligo, è proprio questo attacco violento e irresponsabile ai principi di sussidiarietà, di solidarietà, di aiuto: i pilastri della nostra Costituzione e della nostra convivenza democratica.

Qualsiasi docente di ogni ordine di scuola che abbia un minimo di coscienza e non sia così disperato da mendicare 4 euro in più al giorno, in questi anni, si trova al centro di questo dilemma: come dipendente statale, nel mio lavoro quotidiano, io devo tener maggior conto delle indicazioni costituzionali o di quelle governative che le contraddicono?

Verrebbe da dire: caro governo, visto che tieni così tanto ai dati internazionali dell’Ocse-Pisa, guardane intanto un paio, i più eclatanti, quelli dell’investimento dell’Italia in formazione e ricerca rispetto agli altri Paesi, e magari anche quello degli stipendi dei docenti. Insomma, non prenderci in giro e pensa ad aumentare i fondi. E prima di parlarci di merito e di aumento di stipendio solo per pochi, pensa piuttosto ad aumentare lo stipendio a tutti: almeno allineandoli a quelli dei docenti degli altri Paesi Ocse.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica democrazia il 9 dicembre 2010