L’impronta della carne

Marco Rossari



Cinque uomini dai tratti orientali, lo sguardo assorto, seduti in circolo dentro uno stanzone vuoto, parlano con tono di voce monocorde, prendendo a turno la parola in una lingua sconosciuta. Parrebbe quasi una seduta di meditazione, se lo sguardo non corresse ai sottotitoli. Stacco. Alcuni uomini si aggirano per delle celle deserte e sbraitano comandi al vuoto: "Alzati! Muoviti! Vuoi farmi arrabbiare?". Ricorderebbe una stramba installazione alla Boltanski, se qualcosa non tornasse. Stacco. Un uomo contempla un palazzone fatiscente, si aggira con passo incerto, arretra perplesso, sopraffatto dalla commozione. Sembra quasi il servizio di una trasmissione domenicale sul vecchietto che torna al paese natale. Stacco, ricominciamo. Nella prima scena i sottotitoli confessano interrogatori, stupri, uccisioni; nella seconda gli ipotetici attori sono aguzzini veri e propri che ripetono per la telecamera gli ordini impartiti una ventina d’anni prima e nella terza le lacrime sono dovute all’irruzione di un ricordo straziante, ovvero tutte le violenze subite in quell’edificio, che è il famigerato S-21, la scuola di Phnom Penh dove vennero uccise qualcosa come quattordicimila persone e che è poi diventata un museo.

Sono solo tre delle molte situazioni stranianti che troviamo in S-21. La macchina di morte dei khmer rossi, un anomalo documentario girato nel 2003 dal regista francese di origine cambogiana Rithy Panh e pubblicato in dvd da Feltrinelli Real Cinema nel 2007. Cosa rende questa pellicola scabra e monotona diversa dalla puntata di una trasmissione televisiva sul genocidio cambogiano, l’ecatombe che ha lasciato in eredità alla coscienza del paese milioni di morti tra il 1975 e il 1979? Dov’è lo scarto rispetto alla norma? Dove il cuore di questa anomalia?

La scelta decisiva è quella di seguire sia un gruppo di sopravvissuti che uno di guerriglieri e carcerieri, in un contesto di quasi totale rimozione, facendo emergere la distanza fraterna – una necessaria contraddizione in termini – tra i sentimenti dei sopravvissuti, costretti a capire cosa sia successo e come sia potuto accadere, e gli ex persecutori, costretti a convivere con il genocidio che hanno contribuito a mettere in atto. In questo modo la riflessione non interviene a fatti accertati, non riordina il documentato, non ragiona su un passato condiviso. Al contrario, decidendo di mettere aguzzini e vittime gli uni di fronte agli altri, in un paese – ricordiamolo – che non ha ancora avuto una Norimberga, il film entra nel corpo vivo del ricordo dell’orrore e dell’orrore del ricordo. Posti davanti ai crimini commessi i torturatori e i torturati, spiazzati e alieni, si trovano faccia a faccia per ragionare sul passato: leggono i verbali, scorrono le carte, raccontano lo sterminio. Se i piccoli Eichmann reagiscono con impassibilità, si appellano al dovere, incolpano l’indottrinamento (solo qualche tic tradisce un disagio profondo), i salvati si indignano pacatamente, si aggrappano a quello che resta, non gridano nemmeno vendetta. Proviamo a immaginare un Häftling messo a confronto con Rudolf Höss davanti a una cinepresa decine d’anni dopo e avremo un’idea.

Viene spontaneo chiedersi: come sono riusciti a convincere le guardie carcerarie a rimettere in scena la vita quotidiana nel lager, a farli recitare se stessi, a farli meditare su quel periodo? "Ho detto loro," racconta il regista nell’agile libretto allegato curato da Benedetta Tobagi, "che se si fossero presentati alle riprese in pace ne sarebbero usciti in pace. Che parlare forse avrebbe potuto aiutarli a trovarsi più a proprio agio con se stessi." E ancora, in un’intuizione decisiva: "All’inizio delle riprese (…) Poeuv mi mostrò come chiudeva le porte della stanza dell’S-21 che sorvegliava. Riguardando il girato, notai che i suoi gesti erano un prolungamento delle sue parole, e scoprii che esisteva un altro tipo di memoria: la memoria del corpo, più dettagliata, più precisa, incapace di mentire". La memoria del corpo. Ecco allora che solo la reiterazione dei gesti, a beneficio dello spettatore stupefatto, può portare testimonianza. Non resta che l’impronta della carne, dove lo Stato, la Giustizia, la Memoria non sanno più arrivare.

"Se ci penso, mi vergogno. Ma non ci penso," racconta un soldatino. "Mi viene il mal di testa." E quella banale emicrania, confessata nella scena a occhi bassi e spenti e bui, ha una portata inesprimibile. Altrettanta impressione desta seguire uno stralunato secondino confessare – forse grato, chissà, di non doverselo tenere più sul gozzo – il terzo grado con una ragazza medico, Nay Nân: dopo quattro o cinque ore, non essendo riuscito a cavarle niente su quella che lui chiama ossessivamente "la sua rete, il suo partito" (che poi molto spesso finiva col coincidere con amici e consanguinei, onde il paradossale "arresto per parentela"), comincia a pestarla finché la ragazza non si orina addosso. A quel punto le propone una scelta per definire il suo "sabotaggio" (altra parola-contenitore ossessiva): la CIA, il KGB o il nemico vietnamita. Dalla deposizione finale viene fuori un brano che sarebbe comico se non fosse agghiacciante: la donna dichiara di avere ricevuto ordine di defecare su qualsiasi cosa appartenesse all’ospedale. Insozzare pavimenti, apparecchiature, tavoli: ecco il suo sabotaggio. Incalzato da un prigioniero (con grande pacatezza, va rimarcato, in una sovrumana prova di autocontrollo): "Ma credevate davvero a quello che scrivevate?", il carceriere sospira e risponde: "Vedevo sabotaggio e credevo a tutto". Per poi chiudere con una frase tipicamente schizofrenica: "Provavo amore e pietà per lei".

S-21 è un film impossibile, il tentativo disperato di una rappacificazione in fieri, di una riconciliazione senza pena, di un perdono senza condanna, un tragitto azzardato sul campo minato di una tragedia che ha lasciato – proprio come i milioni di ordigni veri disseminati nei campi – uno strascico di mutilazioni emotive. Se il lavoro del regime con i sospettati era "smontare tutta la loro memoria e farne un atto di tradimento", il lavoro del regista è rimontarla tassello per tassello e farne un atto di redenzione. I volti attoniti di uomini nemmeno vecchi a confronto con il cuore di tenebra della dittatura si rispecchiano in un esperimento temerario, quasi in corpore vili, volto a riallacciare l’esile filo che ha separato umanità e disumanità, una linea di demarcazione che trova nell’evanescenza della polvere il suggello più triste.

"Picchiali finché non resta che polvere" recita appunto l’ordine di un superiore, tramandato ai posteri da un registro. E proprio terra, sabbia, cenere si alzano nel finale con una ventata in una prigione ormai vuota.








pubblicato da m.rossari nella rubrica democrazia il 10 dicembre 2010