Il ritorno di Alfonso Luigi Marra

Carla Benedetti



Alfonso Luigi Marra è un avvocato napoletano che spende patrimoni in pubblicità dei suoi libri - libri che nessuno legge. Anni fa metteva inserzioni a tutta pagina sui quotidiani nazionali, oggi è passato ai booktrailer in Tv. Ad esempio questo, presentato da una giovane napoletana che si dice sua figlia. Oppure quest’altro che ha fatto più scalpore perché presentato da Manuela Arcuri.

In rete se ne sta parlando molto. Si prende in giro lo spot, considerato il peggiore dell’ultimo decennio sia per la "recitazione" dell’attrice, sia per le frasi che pronuncia, che sono in effetti incredibili, ridicolmente incomprensibili e altisonanti: "Un libro sullo... strategismo sentimentale che ha rallentato il cammino della civiltà". Quello che non mi pare sia stato notato è che questo è effettivamente lo "stile" di Marra. L’attrice, probabilmente ben pagata dall’autore (l’editore non figura e non pare nemmeno che ci sia), recita uno slogan che lui le avrà scritto.

Come faccio a dire che questo è lo stile di Marra? In effetti io non ho mai letto un suo libro. Però ho letto molte delle inserzioni pubblicitarie a tutta pagina che anni fa l’avvocato napoletano piazzò ripetutamente sui quotidiani per pubblicizzare suoi libri precedenti. Quei paginoni contenevano sproloqui simili.

Era la fine degli anni ’90. Io stavo per pubblicare un libro sulla nozione di autore nella modernità. Quelle inserzioni mi colpirono proprio perché esemplificavano come meglio non si poteva il fenomeno dell’"autore senza opera". Ne parlai proprio in apertura del libro. Ripubblico qui quelle pagine, che danno qualche informazione sulla "prima fase" dell’accanita autopromozione di Marra, e pongono un problema che mi pare sia oggi ancora attuale, persino più macroscopico di allora.

Autore senza opera

Qualche anno fa, un pallido volto d’autore che risponde al nome di Alfonso Luigi Marra è comparso ripetutamente nell’inserto libri di alcuni quotidiani. Un’intera pagina di "Repubblica", poi del "Manifesto", infine della "Stampa" era occupata dal suo messaggio pubblicitario: in alto la fotografia, sotto un lungo brano tratto dal libro pubblicizzato.

Di libri Marra ne ha scritti diversi, e di non facile classificazione a giudicare dai titoli che si sono susseguiti: ad esempio Cucciolino, La storia di Aids. E a giudicare soprattutto da quelle tirate un po’ pedanti, su temi presunti scomodi, con cui riempiva il paginone: scritte in una singolare mescolanza di stile avvocatesco e di culture alternative, esse lasciavano capire poco o nulla dell’argomento del libro. L’inserzione comparve molte volte, a intervalli più o meno regolari, nel giro di un anno o due. Fuori da quel paginone però nessuno parlava di Marra: la sua opera non era un evento, e il suo messaggio pubblicitario (di cui lascio immaginare i costi) faceva pensare a quel "fragore senza suono" che Adorno diceva di trovare ogni mattina nelle pagine dei quotidiani.

Di cosa trattavano quei libri? Per saperne di più, una volta ne chiesi uno in edicola: non ne avevano mai sentito parlare. Andai a controllare la pubblicità: diceva "in edicola a partire da *** ", ed era una data futura. Qualche mese più tardi un altro paginone annunciava un nuovo libro di Marra, sempre con la stessa formula - e la data era slittata in avanti. Cominciai a sospettare che l’oscura casa editrice napoletana (di cui si dava l’indirizzo) non esistesse; che Marra non avesse mai scritto niente; e che quei paginoni pubblicitari con i lunghi testi fossero la sua unica opera. L’ipotesi era suggestiva, ma poi un amico mi assicurò di aver avuto tra le mani almeno uno di quei libri, distribuito gratuitamente in una qualche manifestazione a Napoli.

Tuttavia, anche se quei libri esistono, le cose non cambiano di molto. L’opera di Marra continua e probabilmente continuerà ad essere ignorata dai più - ed è quindi come se non esistesse-, mentre il suo nome d’autore esiste ed è forse ancora noto a molti. E’ un curioso effetto di sparizione che colpisce non l’autore - come vorrebbero i teorici della letteratura -, bensì l’opera, e che potremmo chiamare "effetto Marra" in omaggio allo stravagante avvocato napoletano che sperpera il patrimonio in autopromozione. (Ma poi lo sperperava davvero? Di lì a poco Marra sarebbe stato eletto parlamentare europeo nella lista di Forza Italia).

Marra incarna la condizione di esistenza di un’incredibile quantità di autori della nostra epoca (anche di quelli che non hanno bisogno di pagarsi la promozione), e che non è riservata ai soli scrittori, ma anche a saggisti, filosofi ed artisti: esistono come autori in quanto se ne parla in quel salotto a distanza costituito dall’insieme dei luoghi deputati, dai talkshow alle pagine culturali - piuttosto che come autori di opere lette, fruite, concretamente esperite. Il fenomeno è l’opposto di ciò che le teorie letterarie degli ultimi decenni, dallo strutturalismo alla semiotica, dall’ermeneutica al decostruzionismo, fino alle nuove teorie dell’ipertesto informatico, predicano da tempo. Esse non fanno che ripeterci che l’autore si è eclissato dietro la presenza anonima dei testi e delle "reti creative"; che quel che conta per il lettore non è l’autore ma il testo, nella sua architettura interna e nei suoi rimandi ad altri testi. Ebbene, le cose sembrerebbero stare in modo un po’ diverso. Non il testo senza autore raggiunge il lettore dagli intricati circuiti della comunicazione letteraria; semmai l’autore senza opera.

Gli autori senza opera non sono semplici nomi: essi possono avere un’esistenza piena, "strutturata", popolata di fatti e di opinioni. Di loro conosciamo i volti: volti d’autore in copertina fissano il lettore esitante. Di loro conosciamo le opinioni: voci "autorevoli" ci parlano dalle pagine culturali o dagli schermi televisivi, ghiottamente sollecitate oppure spontaneamente donantisi; parlano dei propri libri, di che cosa significano e di come vadano letti; ma anche dei libri degli altri, degli autori del passato e delle sorti della letteratura. Qualche volta parlano anche dei costumi, delle guerre e di dove va il mondo.

Da secoli il fenomeno della conoscenza per fama è un fatto di ordinaria amministrazione: quanti autori classici ci sono noti in maniera indiretta, per ciò che se ne racconta nelle storie letterarie o nel sentito dire, senza che se ne sia mai letta una riga! Ma ciò di cui sto parlando è qualcosa di più singolare. L’autore senza opera è lui stesso la propria opera. Il suo nome è un segno, o, se si vuole - prendendo un po’ provocatoriamente a prestito un termine che la semiotica riservava al testo letterario - un "ipersegno", ricco di rimandi interni ("già autore di ***") e esterni ("sulla linea del tale autore", "molto diverso dal talaltro"). Esso si offre al lettore in quanto dotato di sue proprie "marche differenziali": in che cosa questo autore si distingue dagli altri; quale progetto sorregge la sua operazione; per che cosa viene considerato nuovo o originale ecc.; talvolta la sua marca differenziale è persino portata dall’età anagrafica, come mostra la categoria di "giovane narratore", ormai corrente in Italia a partire dagli anni ’80. Sono questi fitti rimandi all’autore, e dall’autore ad altri autori, che fanno esistere il testo per lettori e acquirenti. Come sa bene l’industria editoriale dove la costruzione dell’immagine dell’autore ha acquistato un’importanza decisiva ai fini della promozione. Una qualche singolarità dello scrittore, reale o fittizia che sia, da far rimbalzare sulle pagine culturali (l’effigie corporea o, al contrario, una misteriosa invisibilità; un’opinione, una presa di posizione, un qualche dato biografico) sono gli ingredienti più usati per le strategie di vendita del libro. Fenomeni analoghi si riscontrano anche in altri settori, dal mercato dell’arte all’industria cinematografica.

Alfonso Luigi Marra è un autore senza opera ma dei gironi più bassi. Perciò di lui le pagine culturali non hanno mai parlato: per chi si intrufola nella festa senza invito, la migliore punizione è ignorarlo. Una volta però un noto giornalista volle punirlo in maniera meno silenziosa e dalle pagine di un quotidiano nazionale intonò una ramanzina perbenista tutta tesa a ribadire la serietà della comunicazione letteraria, che non si lascia fuorviare dalla pubblicità a pagamento. Nonostante l’autopromozione - scriveva più o meno il giornalista - Marra non venderà mai niente. Come dire: "Tutto funziona per il meglio. Gli autori di successo (di cui noi decretiamo il successo) possono andare a testa alta. La pubblicità non fa l’autore: i lettori sanno distinguere". In base a che cosa? gli si potrebbe chiedere. Non certo in base ai testi, che non "appaiono" se non attraverso ciò che essi ne dicono.

L’ipocrisia dei giornalisti culturali si sposa bene con i sonni tranquilli dei teorici che parlano ormai solo di testi e di lettori, e mai di autori. Per loro è come se l’autore non esistesse più; quando invece è proprio l’autore a fare da pilastro all’istituzione letteraria, e a sorreggerne i vari momenti, dalla produzione alla promozione, dalla critica alla fruizione. L’effetto Marra potrebbe risvegliarli e infondere loro almeno un dubbio: se l’autore è davvero morto, che cosa è mai questa figura che continua a vagare, come un revenant, nel vecchio continente letterario? e se questa rete di testi, ipertesti e metatesti di cui sono popolati i loro sogni fosse solo una letteratura di autori senza opera?

(tratto da L’ombra lunga dell’autore. Indagine su una figura cancellata, Feltrinelli 1999)








pubblicato da c.benedetti nella rubrica emergenza di specie il 13 dicembre 2010