La paura delle cicale

Maria Cerino



Presero a piovere banconote da cinquecento euro il giorno in cui a Oreste De Sito sembrò che Dio si vendicasse degli uomini. Era solo in strada e stava rientrando per il weekend dalla moglie Flora.

Lavorava da oltre dieci anni in un indotto di una grande multinazionale come ragioniere, in un’altra città. Quasi ma non proprio lontana. E magari per questa ragione, prima che per altre, sentì – per combinazione divina – di poter egli stesso vendicarsi del mondo. Oreste che non si sarebbe mai detto un uomo infelice, né un uomo insoddisfatto, né in alcun modo veicolo d’indignazione.

È un mondo nuovo, quello che sta iniziando – commentò raccogliendo la prima banconota e poi la seconda e la terza. Pensò a Flora, poi. Non avrebbe stretto la sua pancia, una volta sedutosi a tavola e aver avuto la sua porzione di spezzatino con patate – la abbracciava così quando gli metteva il piatto davanti e lui cadeva in uno stato di tenerezza allucinata in cui l’odore di carne e spezie si mischiava a quello della pelle, del sudore e delle sigarette di Flora e gli sembrava di dover benedire il cibo, l’aria e il corpo della donna.

Non si sarebbe stretto alla sua pancia, quindi. Per prima cosa non glielo avrebbe permesso la moglie: chi si preoccuperebbe di servire spezzatino vedendo il marito entrare in casa con denaro che gli straborda dalla camicia, dalle tasche dei pantaloni, della giacca, del trench; dalle maniche addirittura. Flora – l’immagine era nitida, come se quella scena se l’aspettasse da una vita – gli sarebbe andata incontro per alleggerirgli il carico e avrebbe riso come se Oreste si fosse fatto trovare davanti alla porta con un mazzo di fiori a San Valentino. Come se fosse normale, insomma. Come se fossero caduti soldi dal cielo, appunto. E così, seconda cosa, sarebbe stata questa la benedizione del giorno.

Però non esitava mentre raccoglieva il denaro. E neanche gli sfiorava l’idea che potesse essere uno scherzo, o che Dio stesse affogando l’umanità con falsi. Erano soldi, soldi di cui neppure aveva bisogno perché arrivavano il giorno stesso in cui finiva il mondo. Erano soldi, per Dio. Da Dio e per gli uomini.

Flora lo stava aspettando; lo aspettava come faceva da dieci anni, con il grembiule allacciato stretto in vita – liso ad altezza dell’intestino, poiché bassa com’era, in quel punto sfregava ogni giorno vicino al lavabo, lavando i piatti; cosicché acqua detersivo e marmo ne avevano consumato il cotone, col tempo –, dividendo il suo corpo in tre blocchi pesanti e dando l’impressione che Flora fosse diventata di una consistenza diversa da quella della carne. La stessa lucentezza un po’ unta della pelle, tirata al massimo – riempita con più sostanza di quanto il suo piccolo corpo potesse contenere –, la faceva apparire come una di quelle strane figure che solo l’arte a volte riesce a riprodurre, rendendole credibili di là dal grottesco.

Della moglie ingrassata, Oreste, si accorse un giorno: le vide rosicare i laccetti del grembiule che aveva, evidentemente, stretti in un nodo diventato – tira e ritira – troppo complicato da sciogliere. Flora aveva, nell’ordine: sfilato dal collo (abbassando la testa) la parte superiore del grembiule, che ora le penzolava dalla pancia, lo aveva fatto girare intorno alla vita – dopo la parte superiore del grembiule le penzolava dal sedere – e piegandosi aveva portato alla bocca i laccetti e preso a tagliuzzarli con i denti. Tenendo la testa in basso il doppio mento le si era spostato per intero sotto il lato destro del viso, che era il lato su cui faceva pressione digrignando i denti e lasciando intravedere le gengive; tirando il grembiule verso l’alto, in modo che raggiungesse più facilmente la bocca, le si era come ristretta maggiormente la vita e il grasso si fosse spostato dalla pancia per salire in parte verso lo stomaco e in parte giù, al culo. Era uno di quei palloncini cui dare diverse forme rigirandoli tra le mani, sua moglie. Una moglie sposata magra e scoperta un giorno cicciona. Dieci anni di matrimonio e più niente.

Oreste camminava per strada e teneva la distanza dai corpi delle femmine. Era una cosa che non sopportava, sfiorane uno qualunque. Gli sfuggiva la sintassi di una certa armonia; le gambe sono tornite e lunghe, e allora; i seni alti e sodi, e allora; i glutei rotondi e pieni, e allora; il sorriso bianco e ampio, e allora. Ciò che proprio non riusciva a digerire era la storia che raccontavano quei corpi – Mi sono svegliata due ore fa con un uomo accanto, nudi, per esempio – e di cui a Oreste, puntualmente, non riusciva possibile immaginare una fine. Una volta, in metro, per evitare che nelle brusche frenate la ragazza che gli stava davanti, alzati, lo urtasse – ma anche solo gli spostasse l’aria che lo circondava (era la sua incubatrice, l’aria) – aveva tenuto per tutto il viaggio il piede sinistro alzato; la sua intenzione era bloccare il corpo della tizia (bella, aveva l’impressione che fosse bella) con la scarpa, una sorta di riflesso incondizionato, se lei se ne fosse accorta. Viveva sospeso nel grasso di Flora; e, come ai tempi delle medie, non sapeva scopare.

Non che gli procurasse rabbia, la stazza sgraziata della moglie. A volte lo incuriosiva, certo non di una curiosità sessuale ma se non altro umana. Anzi, specificamente: fisiologica. Vedere ingrassare una persona era di quanto più affascinante potesse accadere in natura, ne era convinto. Quella cosina piccola che aveva posseduto per così a lungo imparando a riconoscere l’altezza dei seni e delle chiappe al buio si era trasformata in una scrofa rosa e, la più insperata delle rivelazioni, non gli causava alcun preciso turbamento. Avrebbe potuto prenderla da dietro in cucina, mentre lavava i piatti, probabile e non lo faceva; ma era per una certa stanchezza e non per una precisa ripugnanza.

Quando a dicembre i Gentilina si erano trasferiti nello stesso palazzo, Oreste rimase sorpreso di come fosse male assortita la coppia di coniugi. Lui era un ometto basso e gracile, tutto ossa e di un colore di pelle vicino all’avorio, lei – invece – alta quasi un metro e ottanta per almeno centoventi chili di carne e perenni scocche rosse. Il fatto curioso era che uscivano sempre dandosi la mano, si abbracciavano tra una rampa e l’altra delle scale, si salutavano con un bacio in ogni occasione di allontanamento, per quanto veloce. Quei due, oltre cinquant’anni a testa, si volevano. Che assurdità, rimuginava Oreste. Aveva perso anche un paio di notti di sonno pensando ai Gentilina e fissando la schiena quadrata di Flora. Era certo che non fosse una questione d’affetto. L’affetto lui lo conosceva bene e consisteva nel non alzare la voce, nel carezzare una spalla se uno dei due era seduto, nel comprare abiti all’altro con il cambio di stagione.

Dell’affetto, Oreste De Sito, sapeva tutto; avrebbe potuto scriverci su un trattato e il titolo sarebbe stato Perché non esiste altro luogo che casa. Marco e Paola Gentilina, rachitico lui e mastodontica lei, avevano l’appartamento due piani sopra dai De Sito per questo gli era semplice spiarli, sorprenderli (si impegnava affinché sembrasse un caso quel trovarlo sull’uscio ogni volta che uscivano o rientravano) sulle scale a scambiarsi effusioni. A differenza delle belle donne incrociate per strada di quei due riusciva a indovinare il resto della narrazione. Era come se li vedesse mentre uno spogliava l’altra (e viceversa) lentamente, molto lentamente quasi a volersi accertare che il grado di sproporzione non variasse di un grammo. Promettimi che non dimagrirai mai, diceva lui, Promettimi che non ingrasserai mai, incalzava lei; era così che finivano a letto, Oreste ne era più che certo. Quale ne fosse il segreto, però. In qualche occasione era stato capace di farsi invitare dalla vecchia zitella che aveva l’appartamento sotto quello dei Gentilina a prendere un tè insieme. Le aveva consegnato per ben due volte la spesa settimanale strappandola in mezzo alle scale dalle mani del fattorino. Poi era entrato dalla signorina Tittuccia vantandosi di averle fatto risparmiare i soldi della mancia. Mentre Tittuccia parlava impostava il suo udito in modo tale da far sembrare una leggera musica di sottofondo la voce della vecchia mentre le battute dei personaggi principali diventavano i rumori dei mobili e dei passi che arrivavano dal piano superiore. Una sedia spostata con uno stridio più acuto o più lungo ed ecco che la scena gli si apriva nella mente: il marito ci era salito su con i piedi e ora si stava attaccando a uno dei due capezzoli, la donna invece gli palpava il mezzo delle gambe e il tonfo che a intervalli arrivava al piano inferiore era il sali e scendi che provocava sollevando sedia e uomo. Improvvisamente silenzio. Aveva abbandonato il suo sgabello improprio e ora Marco la stava conducendo sul divano, carpiva i passi. Se la vedeva distesa a pancia sotto, la grassona, con il marito che la montava. Chissà se avresse finto un orgasmo, gli sembrava impossibile che il cazzettino del verme potesse essere grosso abbastanza per attraversare tutta quella carne. Fingendo interesse per una cattiva riproduzione di un quadro di Guttuso, Oreste si era avvicinato alla parete del soggiorno e appoggiandoci un orecchio aveva aguzzato l’udito per sentire meglio cosa accadeva nell’interno n. 8 dei Gentilina; alle ore 16 e qualcosa di un pomeriggio mentre lui era confinato in un salone con la vecchia e la moglie, nel loro appartamento pelava patate, a distanza di qualche decina di gradini c’erano corpi orrendi che scopavano. Al diavolo.

Un giorno convinse Flora a invitarli per cena. Era sabato e l’elefante di moglie era stato pure dal parrucchiere. Oreste fece in modo che gli sedessero sempre di fronte e non li perse d’occhio per più di un minuto. Contò i settantasette baci e le trentaquattro carezze al viso più i diversi e poco celati strusciamenti alle tette, di lui e alla patta piena, di lei. A fine serata, dopo una cena di tre portate più contorno dessert e caffè espresso – non avendo scoperto nulla in più rispetto a ciò che già conosceva – arrivò al punto e chiese alla coppia di coniugi come facessero a volersi (aggiunse A volervi ancora tanto, in modo da non far sospettare che la meraviglia fosse nel fisico ma invece nei tanti anni di matrimonio). Paola sorrise. Il marito, per commozione o solo per abitudine, le aveva preso la mano e se l’era portata alla bocca per baciarla ancora. A Oreste fu finalmente tutto più chiaro; gli veniva da piangere per la gioia scoprendo la manicure perfetta della bietolona: così vi amate, brutti imbroglioni, esultò tra sé. Li liquidò velocemente facendo notare quanto fosse tardi, ringraziò per la piacevole compagnia e poi tornò in cucina; Flora era di spalle a lavare i piatti della cena. La implorò di abbandonare tutto e di voltarsi a guardarlo. La moglie lo aveva accontentato con approvazione, come sempre. Gli si mostrava davanti, nel suo grembiule e con un sorriso timido domestico e solidale, Per favore, ti scongiuro, chiedimi qualcos’altro, sembrava supplicare; Oreste si vergognò per lo smalto bordeaux che aveva in tasca – e che avrebbe voluto passarle lui stesso quella sera e a letto sulle unghie dei piedi e delle mani – ricambiò il sorriso e corse colpevole in bagno. Chi ti credevi d’essere, perversa ignobile bestia, aveva ripetuto finché non era caduto nel sonno, la notte di quel sabato sera.

Il lunedì successivo, tornato in ufficio era passato dal responsabile d’area – un certo Ingegner Ventisco – per metterlo a corrente (l’ingegnere Ventisco non solo era il suo capo ma il capo di chiunque lavorasse nel reparto contabilità dello stabilimento Fititon Metalmeccanica) dell’inadeguatezza della nuova segretaria a svolgere bene la propria mansione. La nuova segretaria aveva ventisei anni ed era nuova per modo di dire poiché lavorava per Oreste da più di sedici mesi, ed era pure brava nel fare quel che le segretarie dovrebbero fare: portare il caffè, annunciare gli appuntamenti e tenere in ordine gli scaffali. Angela, la segretaria, gli aveva sorriso, così senza ragione. Lì per lì Oreste aveva pure creduto di potergliela perdonare, questa, solo che dopo la cena con i Gentilina e la storia dello smalto per le unghie gli avevano dato la certezza che non era proprio nato per certe cose. E quel sorriso, poi, che cavolo significava? Gli sembrava un uomo a cui poter sorridere, Oreste? Un pervertito qualunque? E da quando, poi? Da quando lo aveva incontrato al centro commerciale accompagnato da Flora allacciata nel suo maglione extra large, la stessa Flora a cui avrebbe voluto tingere di rosso le venti dita per poi farsi una sega con piedi della moglie? Era forse un marito da compatire? (E aveva pure cercato di rispondere a quel sorriso, con un altro sorriso, timidamente; una smorfia da incisivi, al massimo.) Aveva proprio superato ogni umana decenza, adesso.

Un altro weekend domestico stava per iniziare mentre Oreste De Sito rientrava a casa e dal cielo presero a piovere banconote da cinquecento euro. L’uomo, ragioniere in cerca di una nuova segretaria da qualche giorno, pensò che Dio stesse per vendicarsi degli uomini e che forse toccava anche a lui fare lo stesso. Immaginò di aprire la porta e spalancare le braccia per far vedere a Flora tutti soldi che aveva raccolto e, mentre la moglie gli si avvicinava famelica, stringerla in un abbraccio prima dolce, poi caldo, poi appassionato. Fino a toglierle il respiro e quell’espressione accondiscendente dalla faccia con un bacio, come se non fosse stata che lei stessa la causa della fine del loro mondo e del futuro mondo tranquillo senza figli e senza trombate, ignorato il giorno delle nozze.

Progettò questo mentre si riempiva le tasche di cinquecento euro e l’immagine felice dei Gentilina tornava a tormentarlo. L’avrebbe ammazzata, quella sua moglie grassa. Quella sua moglie corretta, generosa nel dire scusa come se fosse sempre la vigilia di Natale e che non si prendeva neppure il disturbo di una manicure. E quella giovane segretaria, poi. E tutte quelle femmine di cui la terra era piena. Progettò ogni cosa per vendicarsi del mondo, nel raggiungere l’ingresso del palazzo. Si guardò intorno, non vide nessuno. Pensò ancora ai Gentilina, alla segretaria licenziosa, a tutte le femmine sessuate figlie di madre natura e padre scopatore, a Flora una volta morta. E ancora non arrivava nessuno.

Con un paio di salterelli, dopo aver buttato le banconote che aveva nelle tasche, fece cadere le restanti a terra; in fondo che non fosse un uomo buono, Oreste, lo sapeva da tempo. Poi, salì le scale.








pubblicato da m.cerino nella rubrica racconti il 18 dicembre 2010