Ragazza alla pari

Luisa Forti



Quell’estate, ho deciso che andrò in Francia. Sto per compiere vent’anni. Ho contattato un’agenzia. Essere jeune fille au pair è un’incognita.
Lui ha letto l’annuncio su Le Figaro, ha visto la fotografia. Ha deciso che sarei stata io. Una sera, telefona. La voce è morbida, il tono gentile. Non lo capisco bene, non so ancora parlare correntemente.
E’ in prima media che ho cominciato a studiare il francese. Il primo brano letto, in classe, parlava di una jeune fille che andava al cinema. Ripetevo fra me quelle parole straniere: arrondissement, rendez-vous, boulevard. Sonorità che dischiudevano un mondo nuovo.
Le interrogazioni mi lasciavano insoddisfatta. Dicevo: - E’ già finita?- Non volevo tornare a posto, volevo restare lì, continuare a parlare quella lingua. La professoressa mi consentiva di restare alla cattedra, mi invitava a leggere ad alta voce il brano della lezione successiva.
La domenica pomeriggio, bisognava andare a trovare i nonni. Portavo con me il libro di francese. L’appartamento era piccolo, rumoroso, e non riuscivo a leggere. Allora chiedevo di restare in macchina. Mettevo la sicura agli sportelli e passavo il pomeriggio ad imparare poesie a memoria. Leggevo e rileggevo Prévert, Barbara. Ripetevo fra me parole. Croiser. Epanouie. Ruisselante. S’abriter. Disparaissent. Pourrir au loin. Quando sarò grande - pensavo - andrò a Parigi, in quel mondo sconosciuto. Parlerò davvero quella lingua.
Ora uno sconosciuto dice che verrà a prendermi alla gare di Lyon Perrache; mi chiede il giorno e l’ora.

Quando arrivo alla stazione, tra la folla, vedo un uomo alto, molto magro, dai capelli biondo cenere e gli occhi azzurri. Tiene una fotografia in mano e mi viene incontro chiedendo : - Mademoiselle...? E’ seguito da due bambine, anch’esse bionde, graziose, che mi scrutano con occhi curiosi e da una donna dall’aspetto solido, mediterraneo.
All’inizio, non capisco. La lingua è così diversa da quella imparata sui banchi di scuola. Loro mi parlano lentamente, con dolcezza, mentre l’auto scivola veloce attraverso la città.

A Lyon restiamo solo un giorno. Poi partiamo per la campagna. Soli: M.Léfèvre, le bambine ed io. La madre non viene. Sono separati, lui ha in affidamento le figlie per le vacanze estive. Solo la grande mère ci raggiungerà in seguito.
La casa è in un piccolo villaggio vicino a Roanne, nel dipartimento della Loire. C’è un giardino tutt’intorno, con un cancelletto che dà sulla strada. Siamo quasi al limitare del bosco.
La mia camera è la prima a sinistra, accanto all’ingresso, davanti alla cucina. C’è un letto singolo al centro della stanza, un comò, un tavolino in un angolo. Dalla finestra si vede il giardino, e poi le case di fronte, dai tetti di ardesia. Sullo stesso piano c’è la camera delle bambine e un soggiorno col televisore.

Al mattino, incontro M. Léfèvre in cucina. Mi saluta con la sua usuale gentilezza. Lo aiuto a preparare la colazione. Facciamo il caffè, scaldiamo il latte per le bambine, ci sono le baguettes fresche da imburrare e spalmare di marmellata. Lui dice: - Je t’aide et tu m’aides, c’est just -.(Io ti aiuto e tu mi aiuti, è giusto).
A mezzogiorno e mezza usciamo a piedi per andare all’Hotel-Restaurant Bel’vue, sulla piazza del villaggio. Ai tavolini davanti, sul marciapiede, qualche vecchio gioca a carte bevendo un Pastis. Al primo piano, ci sono le camere, si vedono le tende tirate. Il proprietario accoglie Paul con un gran sorriso: - Monsieur Léfèvre, soyez le bienvenu. – (Sia benvenuto). Ha sempre un tavolo apparecchiato per noi. Alla fine, come dessert, c’è un formaggio bianco squisito.
Nel pomeriggio giochiamo con le bambine. Alexia ha quattro anni. E’ molto carina: i capelli lunghi, una frangetta fin sopra gli occhi azzurri che sono quelli di Paul, un corpicino irrequieto, vero e proprio enfant terrible. Jessica ha otto anni: ha i capelli scuri tagliati corti, come sua madre; è più seria, più contenuta. Frequenta l’école primaire.
Una volta al mese, M.Léfèvre viene a trascorrere un week-end a Lyon, con loro. Così ha deciso il giudice. Ha diritto anche a un mese, d’estate. Sono le sue uniche vacanze. Il resto dell’anno, vive in un quartiere chic di Parigi. E’ un uomo d’affari.
Alle cinque prende la macchina e va a Roanne per la sua partita quotidiana a tennis. Ritorna verso sera. Prepariamo qualcosa da mangiare e ceniamo in cucina. Se ci ritroviamo soli, parliamo del tempo che fa o delle forme grammaticali francesi. Poi ci trasferiamo nel soggiorno, davanti al televisore. Le bambine giocano ancora un po’.
Lui puntualmente dice: - Je vais prendre ma douche. – (Vado a fare la doccia). Si chiude nel bagno e si sente l’acqua scrosciare, a lungo. Quando esce, le bambine sono già a letto, passa da loro ad augurare la buona notte. Poi ritorna nel soggiorno, davanti al televisore. Nella stanza si sparge l’odore del suo corpo che sa di fresco.
Il gioco preferito di Alexia è le chatouillement (il solletico). In genere lo facciamo la sera, davanti al televisore. Mi viene vicino, comincia a toccarmi sul collo, sotto le braccia, infila le mani sotto la maglietta, risale lungo la schiena.
Anch’io cerco di farle il solletico: le mie dita formano un animale immaginario che passeggia sulla sua pancia, scivola sui fianchi, corre verso le braccia. Lei scoppia a ridere e mi si butta addosso, mi rovescia sul viso i capelli. Rotoliamo sul divano, il suo corpo esile scosso dal riso e da una frenesia giocosa si stringe al mio. Monsieur Léfèvre dice : - Alexia, arrète. Ca suffit! – (Smettila, basta!) Ma lo dice con poca convinzione e lei continua i suoi giochi.
Lui continua a guardarci, l’espressione indecisa tra il rimprovero e lo sconcerto.

Gioco con le bambine vicino al camino. E’ stata una giornata fresca, ha piovuto, la sera abbiamo acceso il fuoco. M.Léfèvre ha già fatto la sua doccia serale, e ora si allunga sul divano. Chiama Alexia. - S’il te plait, viens ici. Fais moi un petit massage sur le dos...J’ai si mal... (Per favore, vieni qui. Fammi un piccolo massaggio sulla schiena… Mi fa così male…)
La bambina sta giocando ad appallottolare la carta di vecchi giornali e a buttarla nel fuoco. Resta incantata a guardare come s’incendia: i bordi che diventano incandescenti, la fiamma che divampa all’improvviso, s’innalza contro il nero fuligginoso del camino. Poi si smorza lentamente, e restano solo scintille.
Gli lancia appena uno sguardo. Non si muove. Riprende ad appallottolare altra carta.

Un pomeriggio caldo, giochiamo a bagnarci con l’acqua. Le bambine hanno preso la pompa per innaffiare il giardino e giocano a spruzzarsi. Cerchiamo di calmarle ma il getto ci colpisce, loro ridono e ci bagnano davvero, ci inseguono fin dentro casa per lanciarci dei secchielli colmi. Allora M.Léfèvre passa all’attacco - lui che in genere è così controllato - lanciando secchi ancora più grandi. Le bambine gridano: - Au secours, au secours! – (Soccorso, soccorso!) e scappano sul prato. Io ancora non riesco a decifrare quel suono, capisco obscur, obscur, mi domando cosa sia oscuro. Quando alla fine ci fermiamo, esausti, siamo fradici, i vestiti appiccicati alla pelle. Il giardino è un pantano, i pavimenti della casa sono bagnati. Bordel total (Casino totale).

M.Léfèvre compra il giornale, più un magazine télé, per scegliere i programmi. Non capisco ancora il francese parlato alla televisione, ma tutte le sere sono lì, paziente, nell’odore del suo corpo, a cercare di decifrare quella lingua straniera, a registrare suoni sconosciuti, a lasciare che mi attraversino e si imprimano nella memoria.
Il sabato ci sono soltanto programmi insulsi. Sediamo davanti al televisore, ma non c’è l’atmosfera rilassata di tutte le altre sere. Giunge un vociare allegro dalle case vicine - alcuni villeggianti sono venuti per il week-end, qualche auto passa veloce lungo la strada. Le bambine tardano ad addormentarsi, si sentono ancora le risa provenire dalla loro camera. Paul non cessa di tamburellare con le dita sul bracciolo della poltrona. Il sabato sera c’è una strana inquietudine, un nervosismo nell’aria. Un’energia febbrile che avvolge i corpi. Mais je me fais peut-etre des idées. Après tout, je ne suis qu’une jeune fille au pair. (Ma forse sono solo mie fantasie. Dopo tutto, sono soltanto una ragazza alla pari).

A Roanne andiamo in macchina. M.Léfèvre guida, io sono accanto a lui, le bambine dietro. Loro giocano tranquille, noi restiamo silenziosi, guardiamo la campagna che ci scorre veloce intorno. Immagino che siamo una coppia – dentro di me lo chiamo Paul - e le bambine sono nostre, mie. Siamo una normale famiglia francese in vacanza.
Entriamo in un negozio di articoli sportivi. Paul deve comprare delle racchette nuove. Mi invita a provare un kewey blu - il tempo è fresco, piovigginoso e io non ho portato abiti pesanti. Me lo regala. Sulla cerniera c’è una strana commistione di parole : Francital.
Poi mi accompagna in libreria. Attraversiamo insieme Place des Promenades, ci sono già le foglie morte dei platani accartocciate sull’asfalto, la fine dell’estate è vicina. Compro Le rouge et le noir e L’education sentimentale in edizione rilegata, con fregi dorati. Anche alcuni romanzi di Violette Leduc, in edizione economica. Sono i miei primi libri francesi. Nel bosco facciamo lunghe passeggiate, fra gli abeti. Ci fermiamo a cogliere mirtilli. E’ arrivata anche Monique, la belle-mère ( la suocera) di Paul. Mi tratta come una figlia. In un negozio di souvenir mi compra una bambola di stoffa.
Un pomeriggio piovoso Paul cerca il proiettore, in una delle stanze chiuse al pian terreno, per guardare dei filmini. Sono stati girati lì, nel giardino, durante le vacanze di diversi anni fa: si vedono le bambine, più piccole, che giocano, Paul e Marielle che camminano abbracciati. Le bambine ridono a vedersi. Poi, nel buio, si sente la voce di Alexia, seria, che dice: - Il y avait maman aussi! (C‘era anche mamma!)

- Oui, ma chérie. Et tu étais très petite - (Sì, mia cara. E tu eri molto piccola) fa eco Monique.
Più tardi, a tavola, Paul si siede accanto a me, comincia a giocherellare col portacenere, a sollevare con circospezione il coperchio della scatola che contiene i filmini. Sta un momento a guardarli, poi richiude con aria desolata. Monique parla animatamente e senza sosta, com’è suo solito. Lui l’ascolta con un’espressione ironica, un po’ assente. Ogni tanto, sento che mi cerca con lo sguardo.

Succede una sera, davanti al televisore. Un sabato sera. Monique è tornata a Lyon. Le bambine sono andate a dormire. Paul ha fatto la sua partita a tennis, è rimasto a lungo sotto la doccia, e ora sediamo vicini. Il suo corpo ha lo stesso odore dei boschi. C’è come un campo magnetico che va dalla sua poltrona alla mia, dal suo corpo al mio; mi sembra di poterlo toccare. Lentamente, nel caos linguistico, emergono frammenti comprensibili, isolotti di senso. Parole diventano frasi, dapprima isolate, poi sempre più collegate fra loro. All’improvviso, comincio a capire. La trasmissione si intitola Les grandes personnes. Un adulto e un ragazzo che non si sono mai incontrati, all’improvviso vengono messi l’uno di fronte all’altro per conoscersi.
Quella sera, la mano di Paul lascia il bracciolo della poltrona e raggiunge la mia. Le mani si stringono davanti al televisore, si accarezzano nello spazio vuoto fra le poltrone. E’ un contatto caldo, morbido.
Poi mi accompagna in camera. Per la prima volta, abbandona la sua discrezione ed entra. Per la prima volta, non ci guardiamo più di sottecchi o di profilo. I nostri visi sono di fronte. Il suo è scavato, segnato da rughe sottili, divorato dagli occhi azzurri. Mi abbraccia in piedi, accanto al letto. Cerca le labbra, il sapore della sua bocca è dolciastro. Mi accarezza i capelli, scende lungo le spalle, si insinua sotto la maglietta, come Alexia. Restiamo a lungo così, ad accarezzarci. Io sprofondo nel suo corpo lungo, avvolgente, che odora di abeti e mirtilli.
Poi dico: - On va dans ta chambre (Andiamo in camera tua). Più tardi dirà che la mia determinazione lo ha stupito. Non si aspettava tanto da me. Pensava giusto ad un flirt, a delle carezze, ma non ad andare fino in fondo, così, subito. Io penso che non sono più una jeune fille, i preliminari non mi bastano, i giochi devono concludersi.
La camera di Paul è al piano inferiore, a livello del giardino. E’ isolata, ci sono solo stanze chiuse intorno e una stanza da bagno. Le bambine non possono sentirci.
Porto degli slip celesti, trasparenti. Lui li fa scivolare via, li sfila con delicatezza. Ha una pelle morbida, dorata, addolcita dagli anni. Sembra che tutto scivoli su quella pelle. Anche il mio corpo che ora sale sul suo, il pube che cerca il suo sesso, le grandi labbra che lo avvolgono. Lui sussurra parole straniere che ancora non conosco. Sento che dice : - C’est bon, c’est bon.- Lo ripete come una nenia che accompagna il piacere.

Paul non è un uomo di immaginazione, né di pensiero. Dice: - Enfin, je ne sais pas pourquoi mon mariage n’as pas marché (In fondo, non so perché il mio matrimonio non ha funzionato) -. Gli basta credere che sia a causa di cose materiali. E’ un uomo d’azione, Paul. Un uomo solo che vive in rue St Honoré e ha problemi di week-end fra Paris e Lyon. Ha diritto a vedere le bambine una volta ogni quindici giorni, più un mese d’estate. Parla di vita normale-comprensione-indipendenza-fedeltà-gelosia. E’ un uomo che sta per invecchiare, e sa di non saper invecchiare.

La sera, quando le bambine dormono, spegniamo il televisore e andiamo nella sua camera. Lui mi prende per mano e scendiamo la breve rampa di scale, attenti a non fare rumore.
I corpi ormai si conoscono. Scivolano l’uno contro l’altro, l’uno sull’altro. Lui mi chiama ma bibiche. Vado a cercare sul vocabolario: vuol dire cerbiatta.

Una mattina, durante la colazione, mentre siamo intenti ad imburrare le tartine e spalmarle di marmellata, Alexia lo dice: - Lisa est la fiancée de papa (Lisa è la findanzata di papà).
Paul resta con la tazza di caffè a mezz’aria, sconcertato.
Poi chiede: - Pourquoi tu dis ça ? (Perché dici così ?)
Alexia risponde, con tutta tranquillità: - Parce que cette nuit Lisa a dormi dans le lit de papa (Perché stanotte Lisa ha dormito nel letto di papà).
Paul non sa cosa dire, resta incerto tra il rimprovero e la finta indifferenza.
Per fortuna le bambine scoppiano a ridere, come se tutto non fosse che un gioco. Ridiamo anche noi.

Paul dice che mi porterà con sé a Parigi, per qualche giorno, quando lasceremo la casa di campagna. Io gli chiedo di parlarmi della città e lui racconta: le strade, le vetrine, la gente, l’Opera. Il movimento frenetico, il viavai incessante di giorno e di notte, la continua festa sui boulevards.
Prima di partire ho preso degli oggetti che stavano nei cassetti del comò: un paio di forbici da cucito, uno zoccolo di legno celeste, simile ai souvenirs che si vendono in montagna. Ho raccolto anche piccole pigne e foglie di abete, nel bosco.

A Lyon sono rimasta solo un giorno. Paul è partito subito, non si è voluto fermare per la notte. Abbiamo deciso che era un po’ complicato andare via insieme: Monique ha talmente insistito perché restassi... Lungo la strada, ad un incrocio, un cartello indicava : Paris 380 Km. Ho pensato: allora è un luogo reale. Non esiste solo nel mio immaginario.
In quell’anonimo appartamento di città mi sentivo estranea, le bambine avevano ritrovato la madre, non mi appartenevano più. Le gentilezze di Monique non bastavano a rassicurarmi: aveva frugato fra i suoi gioielli, per regalarmi degli orecchini e una spilla d’argento, arabeggiante. Ancora oggi, non ho smesso di portarla.

L’ho rivisto, dieci anni dopo, a Parigi. Ho riconosciuto il suo corpo alto, magro, vestito di blu. Ho riconosciuto i capelli biondo cenere. Scendeva da una macchina, rue St. Honoré. L’ho guardato camminare, finché è scomparso all’angolo di una strada.
Non l’ho seguito, non ho fatto niente per fermarlo.








pubblicato da s.nelli nella rubrica racconti il 19 dicembre 2010