Sogni e bisogni a Milano

Antonio Moresco



Abito da trent’anni a un centinaio di metri dalla Cascina Cuccagna eppure fino a poco tempo fa non sapevo neppure che cosa fosse. Per me era solo uno spigolo fastidioso che stringeva improvvisamente la strada quando, venendo in macchina da viale Umbria, svoltavo in via Muratori.

Un anno fa una ragazza che non conoscevo è venuta a intervistarmi, e allora ho cominciato a rendermi conto che proprio lì, sotto il mio naso - senza proclami altisonanti ma con la serietà, la serenità e la sobrietà fattiva che contraddistinguono le opere che nascono da una passione condivisa e che danno frutto -, si stava tentando di mettere al mondo qualcosa di inaspettato nella nostra città.

Ora mi è stato chiesto di scrivere la prefazione a questo libro, frutto di anni di indagini e di ricerche sul territorio, con più di trecento persone contattate e intervistate. Mi pare, da una prima lettura, un lavoro di grande serietà e anche novità, per la particolare ricchezza di sguardo, l’interdisciplinarietà, per l’assenza di idee preconcette, per l’ampiezza del territorio metropolitano preso in esame. Spero che, insieme ad altre imprese analoghe che stanno sorgendo in questi anni qua e là nel nostro paese, anche questa possa costituire uno degli embrioni di qualcosa che va in una direzione diversa nella situazione intossicata che stiamo tutti vivendo.

Non voglio ripetere qui quello che è già espresso con ricchezza di argomentazioni e competenze all’interno del libro. Vorrei solo soffermarmi su un paio di cose che mi hanno particolarmente colpito e che mi paiono inconsuete in questo tipo di pubblicazioni, dove spesso si mette in risalto esclusivamente l’aspetto sociale e sociologico del tessuto urbano preso in esame, come se la vita delle donne e degli uomini che vi abitano si riducesse esclusivamente a questo e non ci fosse nient’altro: desideri, sogni, speranze, disperazioni, passioni. In questo libro invece si parla sì di bisogni, di aggregazione sociale, di servizi, di verde ecc… ma si parla anche di desideri, di sogni, di amore, di alterità. Sono proprio questi i movimenti interni, anche emotivi e sentimentali, che possono portare trasformazione profonda nelle nostre vite, non meno della soddisfazione dei bisogni collettivi, che possono darci l’idea - o l’illusione - di vivere in un mondo e in una vita ancora capaci di espandersi e di sorprenderci.

Di questa forza c’è enormemente bisogno oggi, nelle nostre vite individuali e in quella collettiva, come abitanti di questo paese e di questo pianeta, che si sta avvicinando a una condizione di collasso e che ci chiede di modificare profondamente non solo il nostro modo di vivere ma anche i nostri sentimenti, i nostri pensieri, tutta l’impalcatura delle nostre strutture economiche, politiche e sociali, le loro priorità e i loro fini.

Un’altra parte di questo libro che mi ha colpito è quella storica, là dove si racconta che cosa è successo in questa zona di Milano durante il Risorgimento e poi nelle due guerre mondiali. Perché proprio qui, in queste stesse strade e in queste stesse piazze dove le persone paiono a volte trascinare le loro vite piene di frustrazioni e paure, c’è stato, durante il Risorgimento, un enorme fervore popolare, si costruivano barricate e uomini, donne, ragazzi e persino bambini combattevano in nome di ideali che trascendevano le singole vite, come è successo nella grande insurrezione di Milano del 1848. Di un po’ di questo spirito, di un po’ di questo coraggio, di un po’ di questa capacità di gettare il cuore oltre l’ostacolo ci sarebbe bisogno oggi, nel nostro paese e nell’intero nostro pianeta.

E ora, la mia piccola storia di abitante di questa zona.

Come dicevo all’inizio, vivo in questa parte della città da trent’anni. Ci sono venuto ad abitare dopo che - partito dalla mia città natale, Mantova, quando avevo vent’anni - ho vissuto per qualche anno al tredicesimo piano di un monolocale fuori Cinisello Balsamo, lungo lo stradone che porta a Monza, e poi dopo un decennio di vagabondaggi da una città all’altra. Quando sono arrivato qui, avevo più che altro bisogno di stare isolato (perché - come quello della socialità - certe volte nella vita può essere un bisogno vitale anche quello di essere soli), di stare più vicino a me stesso, di capire chi ero, di ricominciare. Siccome in quegli anni non si trovavano più case in affitto per via dell’equo canone, avevo dovuto comperare - da un bancarellaio del mercato di via Vasari - un piccolo appartamento un po’ scalcagnato e senza riscaldamento, strangolandomi con un mutuo di dieci anni per avere la piccola cifra necessaria all’acquisto. Che è poi l’appartamento dove vivo anche adesso. A poca distanza dal mio caseggiato c’è un monumento alle vittime dei bombardamenti austriaci che si sono abbattuti su queste strade durante la prima guerra mondiale, quello che i milanesi chiamano affettuosamente "I tre ciuch", perché il gruppo di tre soldati di diverse epoche storiche, due dei quali sorreggono un compagno caduto, fa pensare piuttosto a due ubriachi che sorreggano un terzo compare ubriaco fradicio all’uscita da un’osteria.

Quando sono venuto ad abitare qui le strade erano molto più buie di adesso, di notte, e più di una volta sono stato aggredito e rapinato durante le mie passeggiate dopo cena. Una volta sono finito in piena notte al reparto oftalmico del Policlinico di via Sforza. Adesso hanno anche aperto diversi locali nuovi, ristoranti, enoteche, con la fila di gente fuori, ferma durante l’inverno sotto i padelloni dei riscaldamenti a gas e col bicchiere di vino in mano in attesa che si liberi un posto all’interno.

Un’ultima considerazione sulla Cascina Cuccagna, sulla zona 4, sul nostro paese, sul nostro pianeta e anche su noi stessi.

Da un po’ di tempo, attraverso Internet, è possibile avere una visione satellitare delle città, dei paesi, delle singole zone e delle singole strade, persino delle case e delle macchine in sosta. Se clicchiamo un po’ sul nostro computer possiamo trovare anche la Cascina Cuccagna impacchettata per i lavori, in attesa di aprire le sue porte ai cittadini nella prossima primavera. Se allarghiamo il campo, possiamo vedere anche tutta la parte di città che è stata chiamata zona 4, di cui dall’alto non si distinguono i confini perimetrali perché si tratta solo di una divisione di tipo burocratico e non naturale. Distinguiamo le vie e i corsi principali: corso Vittoria, piazza Cinque Giornate con il suo monumento, e poi viale Montenero, corso Lodi, Calvairate, viale Molise, piazza Medaglie d’oro, Porta Romana… Intanto la nostra Cascina Cuccagna si allontana sempre di più, diventa sempre più piccola in mezzo alle vie e ai corsi che la circondano, un puntino sempre più indistinguibile in mezzo alla grande città di cui è uno dei terminali, un piccolo nervo particolarmente sensibile. Se poi allarghiamo ancora di più la visuale, riusciamo a cogliere a poco a poco l’intera città di Milano, e poi ancora il suo grande hinterland disseminato. Ormai non si distinguono più le case, le strade, si vede solo un’enorme, reticolare struttura simile a quelle delle città sotterranee degli insetti, che a uno che non sappia niente di noi e della nostra specie, a un extraterrestre, ad esempio, potrebbe sembrare una struttura minerale oppure le circonvoluzioni o la rete neuronale di enormi cervelli fossili o di un unico enorme cervello disseminato. Oppure, se è notte e ci sono le luci accese, può dare l’idea di cervelli luminosi e pulsanti oppure di costellazioni.

Se poi allarghiamo ancora di più la visione, cominciamo a scorgere le altre città vicine, nella vasta pianura attraversata dal fiume Po, e poi le montagne, i confini naturali del nostro paese, la linea frastagliata delle coste e del mare. Poi l’intera nostra penisola attraversata da una dorsale di monti, e poi l’Europa intera, e poi l’Africa, l’Asia, i due emisferi Boreale e Australe, tutto il grande continente oceanico con le sue migliaia di isole piccole e grandi che affiorano dalle acque, i due poli ricoperti sempre meno di ghiacci, per l’insensata e suicida attività umana che sta surriscaldando l’unico, insostituibile mondo di cui disponiamo. E poi l’intera sfera azzurra del nostro piccolo pianeta sperduto in un braccio periferico di una galassia di miliardi di stelle, tra altri miliardi di galassie ciascuna di miliardi di stelle. Perché siamo parte di un mondo e di un universo infinitamente più grandi, anche se siamo ancorati qui, qui e ora, con la nostra irriducibilità biologica e umana, i nostri corpi e i nostri sogni di donne e uomini di una specie che esiste da un tempo infinitamente breve rispetto alle altre specie: una specie che fra non molto scomparirà, se non saprà inventarsi un diverso futuro e una fratellanza fondata su basi completamente nuove, come - perché no? - si sta cercando di fare anche in quel microscopico, indistinguibile puntino chiamato Cascina Cuccagna, che ormai non riusciamo più a localizzare in mezzo a tutte quelle stelle e quelle galassie.

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Sogni e bisogni a Milano. Vissuti e risorse nella "Zona 4", a cura di Sebastiano Citroni, Ledizioni, 2010, pp. 386.

Lo scopo di questo libro è di mettere a fuoco e comprendere i principali bisogni sociali di quest’ampia area urbana di Milano (la Zona 4), sviluppando in questo modo una riflessione dettagliata sul loro nesso con le principali trasformazioni urbane in corso, in particolare nell’area milanese.

Sebastiano Citroni è dottore di ricerca in Sociologia Urbana (Studi Europei Urbani e Locali). Ha condotto ricerche sull’associazionismo, gli eventi culturali, lo sviluppo di comunità e gli stili di gruppo. Fa parte dell’osservatorio sulla partecipazione sociale e politica in Lombardia ("Polislombardia") del dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell’Università di Milano Bicocca.








pubblicato da a.moresco nella rubrica democrazia il 19 dicembre 2010