Lettera aperta di una studentessa

Giovanni Giovannetti



Liceo Foscolo di Pavia. Alla notizia dell’occupazione (sottoscritta a larga maggioranza dagli studenti) lunedì 13 dicembre il preside Lorenzo Fergonzi ha chiesto l’intervento delle Forze dell’ordine. Obbligati a intervenire, Digos e carabinieri non hanno potuto fare altro che invitare i ragazzi a lasciare la scuola: «un preside così coglione non lo avevo mai incontrato», ha lamentato sottovoce uno dei poliziotti, poco dopo aver sgomberato un manipolo di quindicenni.
In altre scuole altri dirigenti scolastici hanno "governato" le occupazioni senza alcun bisogno della forza pubblica, semmai dialogando, garantendo la sicurezza dei ragazzi o – come al pavese liceo Taramelli – assicurando anche il prolungamento del riscaldamento nelle ore notturne. Il 21 dicembre il quotidiano locale pubblica una lettera della diciassettenne Irene Cantoni. Irene è "una del Foscolo". Eccola.

«Vorrei ringraziare il nostro dirigente scolastico e alcuni tra gli insegnanti del liceo classico Ugo Foscolo perché in questi giorni di occupazione, scontro tra generazioni e protesta, mi hanno impartito notevoli lezioni e valori morali.
Mi è stato insegnato che non bisogna mai parlare con gli studenti, perché notoriamente il compito di un Preside è quello di mandare avanti un istituto. Mandiamo avanti cosa, i muri? Il tetto che non c’è? Gli insegnanti che spiegano ad aule vuote?
Credo di avere ancora qualche dubbio a proposito di cosa sia una scuola, a questo punto, se non includono le centinaia di ragazzi che la animano e ne motivano l’esistenza.
Mi è stato insegnato che è meglio chiamare la polizia, anziché agire in prima persona cercando soluzioni pacifiche prima di quelle forzate. Mi è stato insegnato che l’idea e l’azione non devono mai coincidere. Che è meglio fare grandi discorsi, rigirando la frittata a proprio piacere e vendendo aria fritta. Che il dialogo può esserci solo attraverso un muro di poliziotti, che è meglio chiedere dei propri studenti, non ai propri studenti. Mi è stato insegnato che assumersi anche una sola, piccola responsabilità è l’ultima cosa da fare, Dio ce ne scampi! Piuttosto, troviamo un capro espiatorio e sviamo l’attenzione dal problema. Mi è stato insegnato che la libertà di espressione non è un valore poi così alto, se paragonato all’immagine di una scuola d’élite che non può permettersi studenti, insegnanti o genitori che si affacciano alla finestra che dà sul mondo esterno, e osano addirittura far sentire la propria voce su ciò che vedono.
Mi è stato insegnato che in fondo noi studenti siamo bravi, buoni e belli finché ci ammazziamo di studio senza pensare sopra ciò che leggiamo, finché siamo vasi da riempire e non fiaccole da accendere; perché appena si seguono i consigli di un Foscolo che esortava a raccontare storie, ad agire, a cercare di essere coscienze del nostro tempo e non specchi, si diventa bersaglio di malevoli critiche. Ci insegnano che Socrate usava aggirarsi per le strade di Atene, parlando con chiunque passasse, dagli schiavi alle donne, per spingerli alla riflessione e avere con loro un dialogo. Tanto che il suo allievo, Platone, ha scritto dei dialoghi. Ma dopotutto, i tempi sono cambiati, probabilmente ci sono strumenti migliori di questo.
Infatti, mi è stato anche insegnato che rispondere alle domande è cosa da non fare: meglio voltare la schiena e non fermarsi, sia mai che la parola ferisca davvero più della spada. Possibilmente evitiamo anche di sentirle, queste incresciose questioni che finirebbero per mettere in dubbio la salda sicurezza di stare agendo nel modo migliore.
A questo punto, mi vien quasi voglia di dar ragione al ministro Gelmini: tagliamo, tagliamo il più possibile le ore scolastiche, perché se sono questi gli esempi che noi studenti ci ritroviamo davanti tutte le mattine per nove mesi, è meglio stare alla larga. Irene Cantoni»

La mattina della pubblicazione subito Irene viene chiamata in Presidenza dal Fergonzi. I contenuti dell’incontro li racconta alla madre che, indignata, fra l’altro li rende noti in rete:

«Sono la mamma di Irene, solo per informarvi che il Preside ha chiamato mia figlia minorenne in presidenza e fumandole in faccia la pipa le ha chiesto se era pronta ad affrontare le conseguenze del suo gesto... 15 giorni di sospensione, 5 in condotta, non ammissione alla maturità... solo minacce? Vedremo... immagino che quando si renderà conto della gravità delle sue parole il preside negherà e naturalmente sarà la Sua parola contro quella di una sua alunna... a proposito di messaggi educativi che dà la scuola... Cinzia»

«la Sua parola contro quella di una alunna». Dove trovare conferme? Di certo non da Fergonzi. Ho allora provato a sentire i compagni "di lotta" della studentessa. Quel 21 dicembre, nell’intervallo Irene ha riferito agli altri occupanti "effettivi" – una trentina – le minacce subite. Testualmente: «sei consapevole di doverti assumere le tue responsabilità? Sai che potresti subire 15 giorni di sospensione o un 5 in condotta e, di conseguenza, potresti non essere ammessa alla maturità?» Gli altri protagonisti dell’occupazione hanno pensato che sarebbe toccato anche a loro, che a turno sarebbero stati chiamati in presidenza. Invece niente, solo Irene, l’autrice della lettera.
Se il racconto della mamma di Irene fosse vero (e non ho dubbi) saremmo messi di fronte a un fatto estremamente grave. L’incazzatura mi inibisce la lucidità del ragionamento, ho solo reazioni emotive... allora dico: come per i pedofili, c’è un modo per evitare che certe persone avvicinino i minori? Come si può impedire a certi coglioni di causare ulteriore danno? Che si dimetta.








pubblicato da g.giovannetti nella rubrica a voce il 23 dicembre 2010