La timidezza del Kamikaze

Roberto Canella



Da "Lettere al padre"

agnus dei

dopo che me ne sono andato per anni
hai dormito sonni tranquilli
e ogni mattina ti sei compiaciuto
del fresco sangue d’agnello
sulla tua porta.

non sapevi che ogni notte io
tornavo indietro da te
che l’orma rossa sulla porta
era l’impronta delle mie nocche
insanguinate.

[20/11/00]

Caro papà,
ti scrivo dalla piccola stanza
dentro la grande città, mai
lontana abbastanza dall’ombra
di casa tua, dalle ditate delle
consonanti lasciate sulla
schiena, tra le scapole sottili.

Avrei voluto parlarti
dei ricordi, di come somigliano
alle piante rampicanti, di come
le sento fremere subito fuori
dalla finestra appena chiudo
gli occhi (e scrivendo sento
le unghie spezzarsi) di come
potrei catapultarmi fuori e
strapparle selvaggiamente
impugnare un lanciafiamme,
incendiare tutto il cortile.
Ma non servirebbe a niente.

Perché il ricordo è quella cicatrice
che abbiamo solo in due,
la radice che, non vista,
cresce da qualche parte
su questo pezzo di carta.

[24/05/07]

ti scrivevo ogni giorno
dal fronte: questione
di vita o di morte dicevo,
appena oltre il muro,
dalla stanza di fronte.

[14-27/04/08]

i numeri di telefono, i nomi di persona
sono facili da cancellare. anche il tuo nome
viene via, e questa stessa riga, rima:
non c’è china che tenga a un buon tratto
di gomma; ma la pagina, sotto, resta.
anche quando gratti forte, la squarti, la ferita
presto si rimargina. stavolta non c’entra
niente la memoria. solo una pagina può
cancellare un’altra pagina.

[29/05/08]

Il sangue, a volte. Il sangue da bestia che insegue se stessa
e non la preda. Giro in tondo nello zoo che ho abilmente
costruito intorno al niente. Il pubblico, noi. Il sangue, dunque.
Il sangue, poi. Che ci lega, che ci dovrebbe legare, fa tutto
meno che ribollire, lo senti, tu, che dice? Non una parola
sul mirabile intruglio che lega il padre al figlio, non una
sul fiume in piena che trascina tronchi e corpi né sulla
vita che vivo viviamo stasera, diciotto dicembre duemilaeotto.

(piuttosto è come quella cosa che avevamo sentito una sera
in un documentario: che l’acqua a cento chilometri orari
diventa pesante come il cemento)

da "Home is where it hurts"

ci sono dentro
fino al collo:
se la casa è
l’osso, io sono
il midollo.

[05/06/09]

anche se casa fosse una stella
casa non basta. anche, se.
casa ti porta sempre qui. cosa ti
porta sempre qui. anche. le vedi

le superfici, il perimetro entro
cui, su cui. casa tiranno casa
affanno - a casa a dire basta a dire
ancora a erigere, esigere.

(abitato, ma solo. abitato, ma solo per.
abitato: ma solo per riempire stanze.
essere leggeri, scivolare dove. tre
o quattro nuvole, la pelle, la tua anche).

anche se casa fosse una fortezza
casa non basta. la stessa forza
che ti trattiene è quella che. ti
farà andare, pedalare, muovere

galassie. nei cassetti il
rumore della battaglia. casa
sommergibile casa ammiraglia
casa corda casa cordone casa
ombelicale.

anche se casa fosse il mondo
casa non basta, se stare è lì
che non vuoi stare. ma liberaci dal.
(casa lo sa e non ti lascerà andare).

Da "Non si dovrebbero più scrivere poesie d’amore"

all tomorrow’s battles

è inutile che tu mi dica
domani nella battaglia pensa a me
se proprio tu sei la battaglia per me

[1998]

message in a battle

basta poco una tarantola
pochi centimetri al traguardo dalla lama
per riattraversare il confine
e capire forse che non sono le pagine
a voltarsi, ma le persone

pensarti: finestra letto tu
sdraiata nel buio delle lenzuola
circondata dalle pareti flessibili
di un altro corpo, al sicuro
dal mio campo minato

amore passione parole
tiri telefonati telefoni senza fili
misere battaglie di navi in bottiglia

[10/99]

pandora’s box

ho messo l’odio in piccoli vasi.
conservati dentro anticamere
giorni palpebre dentro vagoni
di treni sferraglianti, immobili.
seppelliti come bauli di vestiti
di scena nei camerini del teatro.
come materiale radioattivo
in casse sigillate centinaia
di metri sotto, ossi di cane,
semi ingrassati, sterili.

ma dì soltanto una parola
e sarà tritolo nel vaso di pandora.

[12/11/99]

pagina di diario scritta su un materasso

non sarà questo capello a trarmi in inganno
a fregarmi. la virgola che fa sul tavolo non
separa due parole, ma le tue dita dalla mia
testa. sembra una cosa che è là da molto
tempo e da molto tempo aspetta che ci si
ricordi: di lui, dell’origine, del campo di
forfora da cui è fuggito. non sarà sapere
da dove viene a risolvere la questione, a
dare un nome a questa cosa che non ha
nome più e che una volta conoscevo così
bene. amore me lo chiami, me lo chiamavi
ma non ne sapevi niente, come il vetro
oblungo della lampadina ignora cosa sia
la luce che contiene. non sarà questo
capello, non sarà il giorno più bello a
salvare tutti gli altri, ma io ci provavo;
mai ora ci provo. cos’è che mi frega:
una cartolina trovata per caso fra le
pagine di un libro, la calligrafia ben nota
e conosciuta appena, le impronte tue
tutte quante mai andate via, sulla mia
schiena.

[21/01/09]

starting lines

And my body begins where your memory ends ("Telepathy" - Swans)

inizia dalla stanza ordinata
dal letto in cui ora dormi
solo tu, dalla coperta arancione
che la mattina sembra prendere
fuoco, ma mai abbastanza.

dove finisce il tuo ricordo inizia
il mio corpo, neanche adesso che
mi rigiro nel letto me ne rendo
conto. allungo un braccio, le vene
mi si gonfiano nello sforzo di
attraversare un intero continente,
il materasso. ma qui non c’è più
posto. dove finisci tu inizia
l’inchiostro.

[26-10-09]








pubblicato da a.amerio nella rubrica poesia il 29 dicembre 2010