In questa luce

Roberto Ferrucci



È bello, emozionante ritrovare Daniele Del Giudice in libreria. Del resto, per i suoi lettori, è sempre stato così. L’appuntamento con lui ha avuto sempre dei tempi dilatati, lunghi. Ogni suo libro, allora, un momento fatale, da gustare in tutta la sua ritualità, e nella ritualità, è l’attesa ad avere avuto il ruolo centrale. Soltanto all’inizio quelle lunghe pause hanno significato privazione, vuoto. Poi, dopo, è stato come se Daniele Del Giudice, per i suoi lettori, fosse presente in ogni momento, negli spazi, nelle attese. Come se noi, suoi fedeli lettori, fossimo in grado di leggerlo anche in quei frattempi, negli interstizi fra un libro e l’altro, nel corso dei suoi e dei nostri percorsi. Di leggerlo, Daniele Del Giudice, parola per parola, nell’istante stesso in cui le stava scrivendo, le sue storie. Aspettare i suoi libri, da un certo punto in poi, non ha provocato più alcun tipo di attesa, allarmata o curiosa che fosse. Perché il lettore di Daniele Del Giudice sa che quel momento, poi, per lui e per noi, è “sempre”. Scrittura e lettura, inscindibili, coincidenti, compresenti. Nessuna frattura tra pause, tempi e frattempi. Una percezione diversa della scrittura e della lettura. Unica.

Così, se all’inizio degli anni ottanta ne avevi venti, di anni, e la fortuna di avere un amico libraio che ti conosceva così bene da non sbagliare un consiglio, incontrare e scoprire e amare Lo stadio di Wimbledon fu inevitabile. Fatale e decisivo. Se Bobi Bazlen non aveva mai scritto, lasciando soltanto delle “note a piè di pagina”, tu lo avresti fatto — ci avresti provato — finalmente, proprio perché Daniele Del Giudice lo stava facendo raccontando la storia di uno che aveva scelto di non farlo. Magari non ne avevi così chiare tutte le dinamiche, a vent’anni, ma si trattava di un sentimento, come quello che avrebbero provato e che avevano raccontato fin lì, Pietro Brahe e Ira Epstein, alla fine di Atlante occidentale, a pagina 152 (“Adesso dovrebbe cominciare una storia nuova”. “E questa?” “Questa è finita”. “Finita finita?” “Finita finita”. “La scriverà qualcuno?” “Non so, penso di no. L’importante non era scriverla, l’importante era provarne un sentimento”.) ed era il 1985, e Daniele Del Giudice riusciva a raccontarti la fisica che di lì a un paio di decenni, avrebbe portato a compimento gli esperimenti di un anello nucleare che lui aveva in anticipo soltanto immaginato (e rileggere, poi, noi lettori, spesso, lezione di scrittura assoluta, quel paio di pagine dove Ira Epstein, lo scrittore che ha smesso di scrivere, racconta a Pietro Brahe, il giovane fisico, i fuochi d’artificio che stanno guardando dalla riva del Lago di Ginevra. Un capolavoro). E poi Nel Museo di Reims, Staccando l’ombra da terra, Mania, Orizzonte mobile. Chissà quanti hanno provato a iniziare a scrivere leggendo Daniele Del Giudice. E quanta fatica. Quella di cui parla in apertura di questo nuovo libro (che sì, i suoi lettori hanno come sempre “visto” scrivere mentre si faceva, hanno “letto” quando, parola dopo parola, si metteva insieme, negli anni), In questa luce, autobiografia intellettuale, dichiarazione di poetica, invito dentro a quello studio dove ci sono la scrivania, gli appunti, la vecchia macchina da scrivere e tutto il resto, laddove si costruiscono i libri. “Eccomi qui, davanti al foglio bianco. Quante volte, dalla prima? Quante volte ancora, fino all’ultima? Non son balle, scrivere è difficile. Per tutti. Si è soli, dopo le chiacchiere, le discussioni, gli incontri, le letture. Si è soli e fa fatica”. C’è tutto Daniele Del Giudice, qui, In questa luce. E ci sono i suoi libri. Quelli che ha scritto e quelli che verranno. Le sue manie, la sua acutissima e unica capacità di sguardo, le ossessioni, il suo rapporto speciale con il tempo, con i tempi — bellissimo il racconto Mercanti del tempo, che si svolge fra Rabat, il nostro nordest e Stavanger: “Ieri per la prima volta ho assistito a una transazione commerciale riguardante il tempo. O meglio, credo di aver percepito un commercio di tal genere in un negozietto...”.

E In questa luce ci racconta dell’ombra, perché la parola illumina, ma è l’alone oscuro che fa nascere a produrre narrazione: «Ha a che fare, forse, proprio con l’ombra, con la quantità di ombra che il linguaggio porta con sé, che ogni parola porta con sé nel suo medesimo far luce, dunque dell’ombra che ciascuno di noi riesce a trattenere, a conservare e a far “parlare” all’interno della continua e probabile, puramente probabile luce delle parole». Uno svelamento continuo. Della propria vita, la sua infanzia nel testo Televisione, l’adolescenza in Cinema, la passione per le moto da giovane e per gli aerei da adulto. E il suo mestiere di scrittore: “del proprio lavoro si può parlare soltanto raccontando delle intenzioni. E le intenzioni, come tutti sappiamo, in letteratura non valgono assolutamente nulla”.

C’è tutto Daniele Del Giudice, dunque, in questo libro. E ci sono i suoi libri. Quelli che ha scritto e quelli che verranno. Perché i suoi lettori hanno voglia di rileggerla, per esempio, la bellissima introduzione a Senilità di Italo Svevo (Feltrinelli), dove Daniele Del Giudice, con una brillante intuizione, ci dice perché Senilità sia molto più importante e decisivo di La coscienza di Zeno, e ci spiega qual è la differenza tra bugia e menzogna. E in quel libro che verrà potrebbe esserci anche il mirabile saggio su Italo Calvino, uscito soltanto in Francia, sul Magazine Littéraire, dove ci racconta del Calvino scrittore di progetto, ogni libro un percorso nuovo, differente. O anche quella recensione-saggio sul primo Ian McEwan, che uscì su Paese Sera. O, ancora, la stupefacente critica del nuovo e forse unico libro dello scrittore austriaco Anton Ganzfalsch. O, infine, il saggio reportage di quelle riunioni che regolarmente faceva con i suoi amici filosofi, Massimo Cacciari, Nadia Fusini, Giorgio Agamben, e lui se ne stava lì, in disparte, a ascoltare, intruso scrittore che cerca di capire. E poi racconti inediti, tanti, come quello sulla Ferrari (un automobilista qualunque, in viaggio nella Val Padana in una notte di nebbia, resta in panne. Abbandona la macchina e si incammina. Si ritrova davanti a un cancello e suona. Escono due custodi che gli dicono ci pensiamo noi. Due ex meccanici della Ferrari in Formula 1), un altro sul treno Settebello, e uno sui tasti bianchi e neri del pianoforte. Ma sono solo esempi. Perché Daniele Del Giudice ha pubblicato poco, ma scritto tantissimo, e non a caso uno dei suoi libri faro, che ti diceva di leggere assolutamente, era Nessun giorno senza una riga, di Juri Olesa.

Oggi, Daniele ha smesso di scrivere, forse. Un giorno, non sapremo mai bene quale, deve aver preso a prestito uno dei Cessna del Lido, aeroporto Nicelli, ha staccato l’ombra da terra, e chissà quale rotta ha comunicato alla torre di controllo veneziana, verso quale direzione invisibile e irraggiungibile ha puntato il muso del suo aereo e se stesso. Verrebbe da prendere il vaporetto e andarlo a chiedere a Bruno, il suo laconico istruttore di volo, del quale ci ha raccontato in Staccando l’ombra da terra («Il tuo comandante è davanti all’hangar, ti guarda non meno perplesso, non meno preoccupato di te, conosci quel modo dei comandanti di scrutare il cielo da aruspici, meteorologi e padri di famiglia»). Sta in un posto irraggiungibile, oggi, Daniele Del Giudice, così lontano e così vicino, un posto dove forse si smette di scrivere, o forse no, forse lo si fa in un modo diverso. E da lì, a noi lettori, continua a modo suo a raccontarci la scrittura, le sue storie di luce. Da lì, in un’ombra invisibile, riesce ancora a farcene sentire il sentimento. E ci illumina. Fai buon viaggio, Daniele.

Questo testo è stato pubblicato nel numero 4, aprile 2013, de L’Indice dei libri.


Daniele Del Giudice, In questa luce, Einaudi, pp.193, euro 18,50.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica libri il 6 maggio 2013