“Il mondo nelle cose” di Nadia Agustoni

Francesco Tomada



Che cos’è la lettura di un libro, e di un libro di poesia in particolare? A volte ritrovarsi, riconoscere nelle parole qualcosa di comune a chi le ha scritte, in una continuità trasmessa attraverso i caratteri tipografici; altre invece uno smarrirsi, essere strappati dai legami per poi ritornare un poco diversi da prima, “come nei posti che devi allontanarti per capirli”. Così comincio a dire qualcosa su Il mondo nelle cose di Nadia Agustoni raccontando la mia fatica per comprenderlo, lo spaesamento iniziale nel trovare in apparenza pochi punti di parentela con la Nadia Agustoni che conoscevo. Difficile trovare un filo, delle strutture logiche che in qualche modo possano collimare con il nostro (logicamente strutturato) modo di vedere le cose; le stesse strutture morfosintattiche si dilatano e diventano irregolari, in un alternarsi di tempi verbali infiniti imperfetti presenti; la poesia è anche prosa, frammento, pensieri in successione come prima di cadere in un sonno agitato.

Eppure questo libro ha una sua forza profonda, che spinge a riprenderlo in mano, studiarlo come un oggetto alieno, per poi finalmente lasciare che si legga da sé. Serve fiducia, ecco, serve lasciarsi guidare affinché da questo mondo frantumato comincino a riaffiorare le cose. E sono cose estremamente fisiche, concrete: le fabbriche (che tornano dal passato recente di Agustoni), i supermarket, i tram, i binari, e poi presenze animali: cani, passeri, formiche, api. Come dalla nebbia riemergono gli oggetti, o come da un punto di vista uguale eppure diverso – il volo a mezz’altezza di un insetto, appunto? – si dipinge un mondo grigio di periferia, e lo fa con una poesia che usa le parole quando “non ci sono parole / ma lo specchio / con quello che non sai / del giorno”. Il paesaggio esterno diventa interiore, “una quaresima di orti”, vicino come Torino e lontano come il Capo di Buona Speranza o Auschwitz, ma comunque spietatamente vuoto: “Lo stupore / dei luoghi è l’unico bene / il vuoto delle voci / sembra più vuoto”.

Nelle due sezioni centrali e più ampie del libro, la voce narrante si concentra sulle figure di Venerdì e Crusoe, due identità-simbolo, apparentemente non riconducibili in modo specifico a qualcuno. Esse sono in continuità senza però compenetrarsi (come spiega l’autrice, forse nemmeno si incontrano nel senso di un vero incontro), e danno vita e corpo a un cantico degli oppressi quotidiani, dove si va “a capo con ogni riga / con tutto il dolore”. Diverso il tono nelle due sezioni: Venerdì sembra raccogliere i cocci di una marginalità non sempre dichiarata ma ugualmente sofferta, di Crusoe invece viene esposta la sconfitta vista non tanto come resa, quanto come assunzione di consapevolezza, come solitudine propria che diventa solitudine di tutti, perché “la vita di uno solo è ogni vita” quando “la statale comincia a prendere tutto, a portare via”.

“Il nord è questo estremo dove il cielo sembra vicino, ma manca un po’ e non ci sono risposte”. Il mondo nelle cose non si limita a descrivere il vuoto: ne restituisce invece lo smarrimento, la percezione fisica, lo sgomento che è radice del dolore. E alla fine affida a Corpo Nostro PPP, dedicata a Pasolini, la voce alta dell’indignazione, il coraggio di scrivere “l’infinito dei gesti / quel che cade e si alza”, l’assunzione di impegno che è necessaria per tutti quelli che soffrono e per noi stessi.

Nadia Agustoni, Il mondo nelle cose, Lietocolle, pp. 88, euro 13.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica libri il 4 maggio 2013